Cosa significa essere otaku

La parola otaku è ormai d'uso frequente tra chi, da tempo, viaggia nel mondo dell'animazione e delle pubblicazioni manga giapponesi. Ma cosa significa in realtà questo vocabolo? Le concezioni di tale termine nel Sol Levante e in occidente sono decisamente diverse, ma andiamo per gradi e partiamo dagli albori di questa parola così controversa, ma allo stesso tempo diffusa.


Il termine "otaku" avvicinato ad "assassino"

Tsutomu Miyazaki
Otaku è un termine (おたく/オタク) che indica una subcultura giapponese di appassionati, spesso in modo ossessivo, di manga, anime, e altri prodotti ad essi correlati, ma può assumere una connotazione più ampia riferendosi a qualsiasi persona ossessionata da qualcosa, che sia anche uno sport o un oggetto. Deriva da un termine onorifico per indicare la casa altrui (御宅/お宅 ), ed era utilizzato anche come pronome di seconda persona. Il suo attuale significato e utilizzo iniziò negli anni ottanta, grazie ad un'artista di dōjinshi, Akio Nakamori, nella serie Otaku no Kenkyū, dove per la prima volta si associava la parola otaku ad una persona isolata e poco incline alla socializzazione, ossessionata dal mondo virtuale. Pochi anni dopo, nel 1989, quando la Nakamori pubblicò un'altra sua opera da titolo M no jidai (Mの時代), la parola otaku prese una connotazione totalmente diversa e soprattutto negativa. L'autrice, associando il termine ad un serial killer, Tsutomu Miyazaki, che tra il 1988 e il 1989 uccise e deturpò i corpi di 4 bambine tra i 4 e i 7 anni, scatenò il panico tra le persone che vivevano nei dintorni in cui vennero commessi i delitti. Miyazaki fu ribattezzato l'assassino otaku per via di molte videocassette rinvenute nella sua abitazione e per la sua passione per i film horror; il termine divenne così sinonimo di assassino o pedofilo. Prendendo forma una vera e propria paura verso chi si definiva o semplicemente usava la parola otaku, per qualche anno i mass media cavalcarono l'onda dello scandalo, accostando il comportamento sbagliato di alcune persone alla lettura di opere fumettistiche o alla passione per i videogiochi. Inoltre iniziarono a prendere sotto assedio ogni fiera del fumetto e l'atteggiamento dei giovani, che pur di non farsi scoprire dai genitori si nascondevano dalle telecamere, fomentò il pubblico a considerare il tutto come un comportamento criminale.

Risollevare le sorti di questa parola

Nel 1991 venne reso pubblico un OVA, che nel 2003 venne riproposto come lungometraggio animato, di Takeshi Mori e Toshio Okada, dal titolo Otaku no Video (おたくのビデオ). Una sorta di documentario divertente e sarcastico sul mondo degli Otaku, imbastito di interviste atte a distruggere il brutto stereotipo dell'otaku legato al caso Miyazaki. Lo studio GAINAX, produttore dell'opera, mandò un chiaro messaggio al pubblico sulla realtà dell'animazione che di lì a poco sarebbe diventata molto popolare, sfornando un film ricco di citazioni e con all'opera un ottimo staff. In aiuto arrivò anche, qualche anno dopo, l'opera Densha Otoko (L'uomo del treno): un romanzo pubblicato nel 2004 dalla casa editrice giapponese Shinchosha e tratto da una storia vera. L'opera trasporta il lettore nel mondo dell'utente 731 del forum 2chan, il quale racconta sullo stesso la sua avventura vissuta in metropolitana. Appellandosi a tutto il coraggio possibile, 731 riesce a difendere alcune signore ed una ragazza dalle molestie di un vecchio ubriaco. Fuggendo quindi dal suo tipico comportamento da otaku, chiuso in se stesso e nel suo mondo, 731 diventa Train Man e quando la ragazza che ha aiutato, per sdebitarsi, gli invia una coppia di preziose tazze da tè firmate Hermès, il giovane, chiedendo aiuto nel suo forum, ottiene il supporto necessario di cui ha bisogno per trovare il coraggio di invitare la ragazza a cena. Inizia così la riabilitazione della parola otaku con la pubblicazione di numerosi saggi e libri inerenti a questo argomento.

Hiroki Azuma e l'evoluzione del termine

Oltre alla descrizione nel 2001 dello scrittore statunitense William Gibson, che definisce gli otaku ossessivamente appassionati più interessati all'accumulo di informazioni che di oggetti, il saggio scritto, sempre nello stesso anno, da Hiroki Azuma dal titolo Generazione Otaku. Uno studio della postmodernità, descrive esattamente la cultura otaku e come si è realmente sviluppata in questo filone moderno che ora tutto il mondo conosce. Nel suo scritto l'autore si focalizza su questa cultura e sugli interessi tipici delle persone che si ritengono appartenenti ad essa: manga, anime, videogiochi, modellistica. Azuma è convinto che la cultura otaku sia l'emblema della società postmoderna d'informazione giapponese e solo comprendendo meglio questo stile di vita si può capire dove la società moderna, non solo quella giapponese ma anche quella mondiale visto che gli effetti di questa cultura vengono divulgati al di fuori del Giappone, si stia realmente dirigendo. Asserì che la vera cultura otaku si sia generata negli anni 60 e 70, creata dai manga e anime di Osamu Tezuka, che li basò sui fumetti e sui cartoni americani, aggiungendo alle sue opere del folklore nipponico. Azuma paragona questo comportamento, non ben accetto però dalla maggior parte del popolo, come un senso di inferiorità del Giappone verso la vincitrice del secondo conflitto mondiale, ovvero gli Stati Uniti, creando così la visuale di un Giappone diverso, un protagonista indiscusso in cui vivono nuove tradizioni, nuovi eroi e nuovi nemici. Continuando nel tempo, egli espone come la cultura otaku sia estranea da ogni problema della realtà. Si passa dalla descrizione di un periodo di benessere negli anni 80, in cui gli otaku iniziarono una fiorente accumulazione dei prodotti legati ad anime e manga, ad un periodo (gli anni 90) in cui tutto il paese attraversò una profonda crisi economica e in cui si svilupparono molti problemi sociali - come il bullismo e l'enjo kōsai (il così detto “appuntamento sovvenzionato", termine che si riferisce a studentesse tra i 12 e i 17 anni, ma anche casalinghe, che in cambio di denaro erano disposte a frequentare di nascosto uomini adulti) - minimamente risentiti dagli otaku, i quali sembravano ancora immersi nei precedenti anni d'oro.


Otaku, una persona "accumuladati"

Il tutto per spiegare come nella vita di un otaku, l'immaginario e la finzione siano più importanti della realtà. Sulla base delle sue ipotesi, Azuma definisce l'essere umano come un animale accumuladati, poiché ritiene che il tipo di socializzazione degli otaku, ovvero l'attività virtuale in forum e chat, discordante con il profilo solitario a cui viene associato il termine, sia uno strumento funzionale per lo scambio di informazioni e dati, nonché l'unico reale interesse di questo genere di persona. Se ci si basa sulle affermazioni di Azuma e alle stesse ipotesi di Gibson, che asserivano allo stesso concetto i risultati di alcuni sondaggi svolti in Giappone che chiedevano ai giovani se si definissero degli otaku, è sconcertante. Con una media di circa il 60% degli intervistati che si definisce otaku, si potrebbe pensare che la società si stia dirigendo verso un mondo in cui socializzare diviene sinonimo di sfruttamento altrui. Ci si rapporta con una persona solo che questa serve ad arricchire il proprio database personale. Se poi si sposta lo sguardo verso tutti i social network moderni e i nuovi modi di comunicazione, non si può non pensare al fatto che in realtà ognuno di noi può essere definito otaku.


Essere definiti otaku è un bene o un male?

Non c'è una vera e propria risposta ad una domanda simile. Attualmente in Giappone il fenomeno otaku è nazionalmente riconosciuto come una subcultura legittima e affermata, ma soprattutto in grado di far girare un'economia completamente concentrata su di loro. Tutto questo ha fatto sì che i prodotti ispirati al mondo animato e virtuale siano popolari in tutto il mondo, espandendo anche la connotazione di Otaku. Ora è indubbio anche la negativa associazione di questo termine ad altre definizioni decisamente più problematiche. Negli anni 2000, dall'essere otaku si è passati alle definizioni di hikikomori e di NEET. Vediamo perchè: hikikomori, traducibile con stare in disparte, isolarsi, è un termine che identifica coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale e può essere considerato come una ribellione della gioventù alla cultura tradizionalista giapponese, associato a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi. Il termine fu coniato dallo psichiatra Tamaki Saitō, quando cominciò a riscontrare, in un numero sempre crescente di adolescenti, letargia, incomunicabilità e isolamento totale.
NEET, invece è l'acronimo inglese di Not (engaged) in Education, Employment or Training, ed è utilizzato per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un'istruzione o una formazione, senza un impiego, ed interessa una fascia di età compresa fra i 16 e i 35 anni. Da questo e da ciò che abbiamo detto fin ora, si può capire come sia sottile la linea che divide la cultura otaku da questi due fenomeni. Indubbiamente, alcuni aspetti di questo modo di vivere possono evolversi in uno o l'altro dei due fenomeni, ma il tutto deve essere studiato e ponderato a seconda del soggetto in questione, poiché è anche fuori da ogni discussione l'orgoglio e la voglia di mostrarsi che molti otaku manifestano al mondo senza timore. In definitiva, dal termine nipponico originale, che siano essi definiti come degli Akiba-kei (秋葉系, persone che trascorrono molto tempo nel quartiere di Akihabara e sono ossessionati principalmente da anime, idol e videogiochi), Anime otaku, Cosplay otaku, Pasokon otaku, oppure come “wapanese”, che nel mondo virtuale identifica gli otaku occidentali, o semplicemente nerd, siamo davanti ad una grande manifestazione e rappresentazione dell'orgoglio e della voglia di appartenere ad un gruppo unito e compatto.


Se nel 2000, l’artista giapponese Takashi Murakami (definito dalla rivista TIME il più influente rappresentante della cultura giapponese contemporanea), ha riconosciuto l’estetica otaku come una manifestazione culturale che rispecchia nella realtà il nuovo Giappone, noi nel nostro piccolo possiamo solo definire questo modo di essere come la più grande espressione di forza di volontà e dell'orgoglio di ragazzi e ragazze di appartenere ad una società, un élite, di appassionati. Siamo davanti ad uno stile di vita che non ha mai vacillato ed è divenuto ai giorni nostri, a prescindere dalla sua storia o da ciò a cui è stato accomunato, motivo di vanto per coloro i quali si definiscono veri otaku.

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