Originale - La croce di cristallo

Genere: Avventura, Mistero, Sovrannaturale | Stato: completa

La croce di cristallo
La notte s’inoltrava lentamente, il cielo cupo celava le stelle di un’insolita sera d’inverno. Il vento scuoteva le foglie e i rami secchi, che con il loro rumore, disturbavano il sonno già irrequieto di Dafne. Erano molte notti che le era impossibile dormire. Una voce inquietante, carica di dolore e tristezza la opprimeva, le sussurrava frasi in una lingua arcaica, quasi senza senso, l’unica parola chiara era il suo nome “Dafne” pronunciato con odio e disprezzo. La voce aveva un insolito effetto sulla ragazza, le logorava l’anima, incutendole paura e la obbligava ad obbedire ai suoi ordini. Dafne scese dal letto, la camicia da notte bianca che indossava le ricadde sui fianchi morbidi e le gambe lunghe. Lentamente si avvicinò alla finestra che si spalancò di colpo. L’aria pungente penetrò nella stanza facendo tingere le sue guance di un bel rosso tenue, segno che la temperatura si stava abbassando rapidamente. Era da molti giorni, sin da quando erano iniziati quegli strani accadimenti, che ci aveva lavorato su. Lo aveva letto da qualche parte, quando uno spirito si manifesta in una stanza, la temperatura si abbassava di colpo, ma più semplicemente i suoi brividi erano dovuti alla suggestione. Ancora quella voce, si espanse per tutta la stanza, come un litania di ricordi lontani, sopiti nel profondo dell’anima… poi un dolore fortissimo la colpì al petto impedendole di respirare, la ragazza impallidì e cadde a terra senza forze…poi il buio la circondò.

Il sole era già alto nel cielo e con i suoi caldi raggi estivi sfiorava il viso di Dafne. Ancora assopita, la ragazza poggiò le mani sull’erba umida e aprì gli occhi con un po’ di fatica: una gran distesa d’erba bagnata dalla rugiada del mattino si stendeva a perdita d’occhio, interrotta soltanto da una montagna all’orizzonte su cui si ergeva un cupo castello. Nuovamente la voce tornò a farsi sentire, ora il suono era più limpido e chiaro, riusciva a capire le parole che la stavano guidando verso una meta a lei sconosciuta. La ragazza indossava ancora la camicia da notte della sera precedente, inumidita a causa dell’erba su cui aveva trascorso un’intera notte senza rendersene conto. Iniziò ad incamminarsi per quella landa sconosciuta, condotta solo da una strana sensazione di nostalgia, mai provata prima.
Dopo molto tempo che andava avanti senza una destinazione precisa, vide davanti a lei qualcosa che la lasciò senza respiro per lo stupore: una ragazza della sua stessa età, con mani e piedi legati ad una croce di cristallo, indossava un leggero velo logoro dal tempo, che la copriva leggermente e stava dormendo. I lunghi capelli corvini ondeggiavano per la leggera brezza mattutina e il sole illuminava il viso pallido e stanco, che non aveva alcuna intenzione di svegliarsi. Soltanto dopo averla fissata per qualche secondo senza interruzione, Dafne si rese conto della gran somiglianza che c’era tra loro e che, probabilmente, la voce che fino a quel momento aveva udito era di quella ragazza. Lentamente, nella sua mente si fece strada un’idea del perché si trovasse in quello strano posto, un luogo a lei sconosciuto e intriso di mistero. Quei pensieri la fecero sentire sola e disorientata e mentre osservava quella croce, iniziò a piangere. Non trascorsero neanche pochi secondi, che Dafne percepì una presenza alle sue spalle e sentì una punta metallica e fredda che le premeva contro la schiena e iniziò a tremare, spaventata. Una voce maschile le intimò di voltarsi e lei obbedì, ma quando il suo assalitore la vide in volto rimase immobile. Era un ragazzo molto giovane, indossava una corazza leggera e semplice che gli schermava il petto e i suoi occhi erano bloccati su Dafne. La sua mano iniziò a tremare e la spada gli cadde a terra producendo un leggero rumore ovattato sull’erba. Lui iniziò a balbettare qualcosa, ma le parole del ragazzo nella mente di Dafne furono oscurate dalla voce della prigioniera che chiedeva aiuto, voleva essere liberata da quella prigione fredda e ignobile, che da tanto tempo la logorava e torturava. Dafne, stremata da quel continuo richiamo, si voltò per rispondere all’invocazione di aiuto, ma fu trafitta dai rossi occhi di lei ricolmi di dolore, che la fissavano con denigrazione, la bocca era piegata in un ghigno malvagio e crudele e la risata stridula fu così penetrante che costrinse Dafne a chiudersi le orecchie dal dolore che quel suono le provocava. Quel rumore riuscì a smuovere il ragazzo dalla sua momentanea immobilità, strinse Dafne tra le braccia caricandola sulla sua schiena e iniziò a correre il più veloce possibile lontano da quel luogo, mentre Dafne chiedeva aiuto, disorientata; fino a quando un rombo assordante, proveniente dalla montagna dietro la croce, scosse la terra facendola tremare sotto i loro piedi: il risveglio del vulcano era ormai prossimo.
Dafne stava piangendo da molto tempo ormai, aveva gli occhi arrossati e stanchi e il ragazzo le passava di continuo dei fazzoletti, cercando di calmarla, ma non era semplice. Nel tempo che era percorso dal loro arrivo in quell’angusta casetta di campagna, Kein, il nome del soldato, aveva narrato la storia della ragazza sulla croce, ma Dafne non riusciva a credere che qualcuno, che le assomigliasse così tanto, avesse commesso delle cose così terribili. Il racconto di Kein per Dafne era così surreale, che il ragazzo per convincerla che diceva la verità, afferrò Dafne per mano e la portò in un luogo che definì sacro. I due attraversarono un boschetto tetro, gli alberi erano privi di foglie e stavano lentamente morendo. Si ritrovarono in uno spiazzo ricoperto di pietre antiche con in mezzo una fontana, da cui non usciva acqua da molto tempo. Kein spiegò che quella era la fontana della vita e del potere; in quella misteriosa terra la loro regina aveva il compito di vigilare su quel luogo affinché l’acqua scorresse ininterrottamente, questo poteva accadere solo se lei era dedita alla preghiera e al proprio popolo. Tutti i cittadini ricordano la regina Raisha, salita al trono molto giovane. Durante il suo regno il loro popolo era felice e prospero, lei era una sovrana perfetta, ma nessuno sapeva la triste verità. Dentro il suo cuore Raisha, non era per nulla così buona come si pensava e una notte fu scoperta a bere l’acqua della fontana e, da quel momento, nessuno fu in grado di fermarla; i suoi occhi si riempirono di sangue e con le sue grida fece svegliare il vulcano. Il corpo della ragazza diventò sempre più grande e sulla schiena le spuntarono delle ali nere che perdevano piume dello stesso colore e, ogni volta che una di esse toccava terra, questa inaridiva e moriva all’istante. L’unico in grado di frenarla fu suo padre, un uomo dai grandi poteri spirituali, che riuscì solo ad imprigionarla in quella croce di cristallo, dopodichè, a causa dell’enorme sforzo e dolore per aver rinchiuso la sua povera figlia, lui stesso perse la vita. Sono passati oramai due secoli da quando Raisha è stata incarcerata nel sonno della prigionia, ma ultimamente qualcosa stava cambiando e l’arrivo di Dafne diede prova a Kein che Raisha si stava preparando a tornare. La somiglianza della ragazza con la regina era impressionante e, il fatto che solo la vicinanza con lei l’avesse svegliata, era qualcosa che non si poteva tollerare. Nonostante Raisha fosse stata una brava regina, la sua grande sete di potere l’aveva spinta a compiere quel gesto estremo, portandola a perdersi per sempre. Il mattino seguente Kein si diresse al palazzo della neo regina Azalea, che si ergeva sulla montagna a nord della croce di Raisha, segno che era compito della regina vigilare su di lei affinché non tornasse in vita. Da quando Azalea era al potere, il popolo viveva in un periodo di modesta prosperità, nonostante i continui disastri che si abbattevano sulle città a causa della mancanza dell’acqua nella fontana in grado di stabilizzare la natura, ma lei con l’ausilio dei suoi poteri, era riuscita a superare molti problemi e a farsi amare dalla comunità. Kein fu ricevuto subito dalla regina, erano amici d’infanzia e Azalea era sempre ben disposta a parlare con un amico, ma quando il ragazzo le comunicò che era comparso dal nulla qualcuno somigliante a Raisha e che lei stessa, alla sola presenza della giovane, si era svegliata, Azalea ebbe un sussulto e per poco non le mancarono le forze. Rimase per molto tempo in silenzio, meditando sul da farsi. Tornò da Kein per impartire l’ordine più difficile della sua vita: nonostante fosse tesa ed insicura non lo diede a vedere, camminava con eleganza accompagnando il suo lungo vestito azzurro per il grande salone del castello, si fermò davanti al giovane, estrasse un pugnale dal fodero di una guardia alle sue spalle e lo passò lentamente sulla sua mano provocandosi una ferita. Il sangue bagnò la lama del pugnale e quello fu il segno che fece capire a Kein ciò che doveva fare. Azalea aveva deciso che Dafne dovesse essere uccisa, ma con la morte della ragazza, lei stessa avrebbe condannato la sua vita per sempre. Iniziò a piangere e corse nelle sue stanze dimenticandosi del suo titolo di regina e comportandosi come una normale ragazza in preda alle emozioni. Il ragazzo aveva il cuore che batteva fortissimo e tra non poco si sarebbe lacerato dalla tristezza. Uscì dal castello per non farvi più ritorno, una volta eseguito l’ordine si sarebbe chiuso in solitudine vivendo con il rimorso di aver ucciso una ragazza innocente e priva di cattiveria, cui l’unico crimine era di somigliare ad un mostro. Con il suo cavallo, percorse lentamente la distanza tra il castello e la casa di campagna, dove sapeva che avrebbe trovato Dafne, come se non volesse mai arrivare, ritardando il più possibile il difficile compito che lo attendeva. Arrivò alla soglia di casa poi, una volta davanti alla porta, fece un lungo respiro ed entrò. Quel gesto veloce fece voltare la ragazza di scatto, ma quando Kein la vide fu costretto a fermarsi, Dafne stava piangendo, sapeva benissimo quello che doveva accadere in quel momento, la voce di Raisha l’aveva avvertita da tempo, le aveva fatto ascoltare tutta la conversazione tra la regina e Kein e ora, sebbene sapesse a cosa andava incontro, non si sarebbe tirata indietro. Aveva paura e tremava mentre osservava Kein sulla soglia, con la spada sguainata che avanzava lentamente. Il ragazzo cercava in tutti i modi di non guardare Dafne in volto, perché se fosse accaduto, non sarebbe più stato in grado di eseguire l’ordine di Azalea. Infine accadde proprio quello che non voleva, Kein alzò lo sguardo verso gli occhi della ragazza e fu costretto a fermare il braccio che già era levato in alto e reggeva il pugnale, tremante. Lasciò cadere l’arma a terra e si inginocchiò chiedendo perdono per ciò che stava per commettere. Aver visto la fine della sua vita così vicina, fece riafferrare nella mente della ragazza i ricordi della sua famiglia e dei suoi amici, non voleva morire, non in quel mondo sconosciuto e non in quel tempo, voleva tornare indietro e vivere come tutte le ragazze. In quello stesso istante la voce di Raisha si fece sentire più forte che mai, la incitava a correre con tutta la forza che aveva nelle gambe, doveva andare da lei e fidarsi di ciò che le avrebbe detto di fare. Dafne era consapevole del fatto che era stata Raisha per qualche motivo a chiamarla in quel luogo strano e, per come si stavano mettendo le cose, Dafne avrebbe fatto qualsiasi cosa se fosse servita a riportarla a casa. Nella sua testa iniziò a sentire la voce di Raisha che le chiedeva di liberarla, bastava solo che slegasse una corda e tutto sarebbe tornato come prima. Dafne ormai priva di volontà si allungò verso la gamba della ragazza e iniziò a sciogliere le corde che legavano i piedi di Raisha. Quelle corde erano calde come il fuoco e le mani di Dafne iniziarono a sanguinare, ma lei, nonostante il dolore forte che provava, continuò a slegarle. Improvvisamente una voce di donna la fece sussultare bloccandole le mani, poi Dafne si rese conto che, chiunque fosse dietro di lei, la stava incitando a finire il lavoro, le ripeteva di snodare più velocemente le corde di Raisha e solo quando ebbe terminato e, i piedi della prigioniera furono liberi, Dafne si voltò. Davanti a lei c’era la donna che aveva ordinato a Kein di ucciderla: la regina Azalea aveva gli occhi di un colore rosso fuoco saturi di sangue, la sua espressione era identica a quella che aveva assunto Raisha la prima volta che Dafne l’aveva vista. La voce di Azalea in quel momento era identica a quella della prigioniera, Dafne si era comportata proprio come quella subdola donna aveva previsto e ora la verità sarebbe venuta fuori. Da tanto tempo la regina stava osservando Dafne, sapeva che quella ragazza innocente si sarebbe dimostrata il pezzo essenziale che poteva liberare Raisha dall’incantesimo del padre, uno stolto, secondo Azalea, che possedeva nelle sue mani il potere più grande del mondo: aveva il potere di donare la vita o toglierla a suo piacimento, ma non era stato in grado di vederne i lati positivi e usare quel potere a proprio desiderio e quando si rese conto che sua figlia al contrario sapeva sfruttare quel dono, lui la punì. Nessuno però sapeva che c’era qualcuno ancora libero, con l’intenzione di far tornare Raisha. Sua sorella tesseva segretamente un’oscura tela per arrivare al suo diabolico scopo, il suo nome era Azalea, rimasta per molto tempo nell’ombra fino all’arrivo di Dafne. Ora Raisha poteva liberarsi dal suo sonno, Dafne se ne rese conto quando sentì dietro di lei un respiro agghiacciante e carico di malvagità. Raisha aleggiava a pochi centimetri da terra e osservava la scena con i suoi occhi rossi, aveva le braccia sollevate in alto e stava oscurando il cielo mentre i suoi capelli stavano lentamente diventando bianchi e la sua voce era stridula e cattiva. Il potere che emanava era percepibile da chiunque, la terra stessa tremava al suo cospetto e la montagna aveva iniziato a lanciare fiamme e fumo dalla gigantesca bocca. Raisha guardava Dafne riuscendo a far tremare di paura la povera ragazza priva di protezione, poi le gelide mani di Azalea afferrarono Dafne per il collo sussurrandole all’orecchio parole piene di odio, identiche a quelle che più di una volta aveva sentito risuonare nella sua mente, preannunciandole il triste futuro che l’aspettava. Una volta morta, le due sorelle avrebbero bevuto il suo sangue e la vita di Dafne, avrebbe donato l’immortalità ad entrambe e sarebbero diventate così incontrollabili. Improvvisamente quelle parole si spezzarono tra le labbra della donna, da cui fuoriusciva un rivolo di nero sangue, un grido stridulo e pieno di dolore fece tramare la superficie sottostante, mentre una punta metallica spuntava dal vestito della donna, trafiggendole il petto. Azalea fu costretta ad accasciarsi a terra, tra strazianti lamenti, si toccò il punto da cui il sangue sgorgava e bagnava la terra, alzò lentamente gli occhi verso la sorella supplicandola di aiutarla, ma per tutta risposta Raisha la divorò con gli occhi e la lasciò morire lentamente senza far nulla per soccorrerla. Appena Azalea fu stesa a terra esanime, Dafne vide Kein con le mani bagnate del nero sangue della donna, il ragazzo aveva gli occhi fissi su Raisha e tremava. L’espressione di quel mostro non era cambiata nonostante avesse visto la sorella morire indegnamente. La vita per lei non aveva nessun valore e quella della sorella non faceva alcuna eccezione e per dimostrare la sua superiorità Raisha emise un grido di felicità e la terra tremò nuovamente, facendo aprire un varco che separò le due ragazze da Kein. Ora Raisha era intenzionata ad eliminare Dafne, l’unico ostacolo alla sua completa rinascita.
- Quella voce che sentivi nella tua testa, non era mia. Azalea ti stava chiamando. Ad ogni modo ho manovrato io tutti, a mio piacimento. Mio padre pensava di avermi bloccato con un insulso incantesimo, ma si sbagliava e di molto. Da quando ho bevuto l’acqua della fontana, nessuno può fermarmi. Ora che sono libera voglio prendermi la mia rivincita su questa terra maledetta che odio più di me stessa, mi hanno costretto ad una vita di sacrifici e di doveri senza senso. -
Sentire Raisha pronunciare quelle parole fece nascere in Dafne uno strano sentimento mai provato prima, era come se il suo cuore si stesse infiammando, sentiva i poteri di Raisha entrarle nell’anima, ma inspiegabilmente non aveva paura, udiva nella sua testa la voce di Raisha che le stava sussurrando parole di risentimento e per la prima volta fu in grado di risponderle, lasciando il demone sorpreso e indignato. Di colpo Raisha mosse un braccio, il cielo denso di nubi si schiarì e l’energia della donna si concentrò in un punto ben preciso. Dafne aveva intuito cosa stava per accadere e cercò di avvertire Kein. Iniziò a gridare incitando il ragazzo ad allontanarsi, ma lui era come bloccato al suolo. Oramai mancava poco, Raisha stava per sferrare il suo colpo e così fece. Le nubi si squarciarono e un fascio di luce e fiamme colpirono in pieno Kein. La ragazza udì i lamenti di dolore del giovane senza poter fare nulla per soccorrerlo. L’odore di carne bruciata colpì le narici di Dafne facendole provare un senso di nausea e ribrezzo. Solo dopo che il fumo si dissolse, Dafne riuscì a rendersi conto che, ciò che aveva intuito, era accaduto: Raisha aveva ucciso Kein a sangue freddo, il corpo del ragazzo, o quello che ne era rimasto, era steso a terra impossibile da guardare, mentre quel mostro sorrideva complimentandosi del buon lavoro svolto e della macabra scena che era riuscita a creare con i suoi poteri. Ora Dafne era davvero sola. Piombò in uno stato di catalessi forzata, con gli occhi fissi sul giovane a cui si era affezionata, senza reagire alle provocazioni del mostro dietro di lei. Approfittando della momentanea debolezza di Dafne, Raisha si piegò sulla giovane, mormorandole all’orecchio e osservando la loro somiglianza con gli occhi iniettati di sangue. Iniziò a premere con le mani sul petto di Dafne perforandolo. La ragazza non emise alcun lamento, mentre Raisha entrava lentamente dentro il suo corpo gemendo come una pazza. Dopo pochi istanti, Dafne e Raisha furono un solo essere. Il corpo iniziò a trasformarsi, gli occhi cambiavano colore a intervalli, la bocca, come il resto del corpo si muoveva a scatti frenetici come se qualcuno, all’interno, stesse cercando di adattarsi. Intorno a quell’organismo iniziò a sollevarsi un denso e maleodorante fumo giallo, che si accentuava velocemente. Il cielo era diventato nero come l’anima di Raisha che ora lo controllava a piacimento, rischiarato a volte dagli agghiaccianti fulmini e dal rosso colore della lava, che la montagna stava per eruttare. La croce di cristallo iniziò a scheggiarsi per poi frantumarsi in milioni di frammenti. Ora Raisha era davvero libera. Dal fumo giallo uscì una sagoma informe, aveva delle ali nere sulla schiena e gli occhi bianchi come i capelli, segno dell’immenso potere di cui quel mostro era dotato e che lo stava a mano a mano logorando. La terra era in subbuglio, tutto stava lentamente andando in rovina a causa del fumo capace di far seccare gli alberi e del terremoto d’elevata intensità che squarciava la terra. Ormai tutto era destinato a finire per sempre, Raisha aveva preso completo controllo del corpo che si era creato dall’unione con Dafne, di cui ormai non c’era più traccia. La creatura iniziò a sbattere le ali, intorno a lei le nere piume iniziarono a fluttuare formando come uno scudo protettore, si sollevò da terra per dirigersi verso la città più vicina e dimostrare a tutti che Raisha era tornata e ora era più forte che mai, ma la sua sete di vendetta dovette bloccarsi di colpo. Spalancò gli occhi turbati da un dolore lancinante. Si toccò il petto con le mani e iniziò a mutare forma nuovamente. Le piume si scolorirono velocemente, diventando di un bianco molto luminoso, mentre quelle nere che ancora volteggiavano in aria, si bloccarono prima di raggiungere terra. Gli occhi della creatura cominciarono a mostrare segni di una cerulea pupilla e i capelli riacquistarono il splendido tono corvino, che avevano inizialmente. Mentre Raisha urlava dal dolore, una voce si sprigionò dal corpo in travaglio, aveva un suono dolce e sereno, era la voce di Dafne:
- Non puoi vincere Raisha! Sapevi che sarebbe andata a finire così. Ora esci da questo corpo e poni rimedio ai tuoi errori. -
Così accadde. Improvvisamente dal corpo unico, che si era formato, le due ragazze di dissociarono. Raisha cadde a terra sorretta da una luce candida e splendente che l’avvolgeva, aveva gli occhi chiusi, le labbra erano mosse in un dolce sorriso rendendo il suo bel viso sereno e mano a mano che i secondi scorrevano il suo corpo svaniva in una nuvola di luce bianca. Dafne era stesa a terra, fu come espulsa a forza dal corpo della creatura e stramazzò a terra, aveva gli occhi sbarrati in un’espressione di tristezza e la bocca aveva assunto una smorfia di dolore, il viso era smunto e pallido…
Si svegliò di soprassalto. Era a casa sua, si guardò intorno per vedere se era stato solo un sogno, poi notò la camicia da notte identica a quella che indossava, ma ancora intatta. La finestra lasciava entrare il sole tiepido dell’inverno, che illuminava il suo viso slavato e stanco. Davanti a lei c’era sua madre, aveva gli occhi arrossati e stanchi a causa delle notti di veglia che aveva trascorso ai piedi del letto di sua figlia. L’avevano trovata svenuta a terra, dopo aver udito il grido di dolore proveniente dalla stanza di Dafne. Per circa tre giorni era rimasta immobile e nessun medico sapeva spiegare cosa le fosse accaduto. La donna abbracciò la figlia piangendo, ma quell’abbraccio che doveva essere portatore di gioia divenne invece segno di dolore. Dafne emise un gemito, avvertì una fitta al petto molto forte e quando si tolse la camicia vide sul suo seno un livido nero molto ampio e due grandi cicatrici. Erano i segni che le aveva inferto Raisha, ma Dafne non riusciva a ricordare cosa fosse successo in quella terra misteriosa e pericolosa. Ora che si era svegliata, la donna poté chiedere alla sua bambina cosa le fosse successo quella sera e come si era procurata quei segni, ma quelle domande rimasero senza risposta. Da quel giorno il livido rimase indelebile e le cicatrici impossibili da eliminare. Quei segni non scomparvero mai dal suo petto, come per ricordarle ogni minimo particolare e lei, da quel momento, non fu più in grado di parlare.


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