Originale - Nel Cuore della Realtà

  Genere: Drammatico, Mistero, Sentimentale | Avvertimenti: Shonen-ai | Stato: completa

Nel Cuore della Realtà




1
Si dice spesso che nel mondo accadono cose strane e inspiegabili. Misteri, sul quale, è meglio non indagare se non si vogliono scoprire verità che non si è ancora pronti a sapere. Solo che, a volte, non si può sempre far finta di non vedere e la verità ti cade addosso, come la pioggia in inverno e tu non puoi fermarla ne evitarla, perchè sai che prima o poi, forse sotto forma di candida neve, tornerà sempre. Chiusa in un piccola ed angusta stanzetta, continuo a piangere cercando di convincere me stessa che tutto quello che ho visto non sia vero, che non può accadere proprio a me una cosa simile. La paura mi blocca i movimenti e mi impedisce di ragionare su ciò che è giusto fare. Forse, se rimarrò ancora chiusa qui dentro, potrò evitare che mi riportino in quella realtà che ora odio, tanto quanto detesto me stessa per aver ceduto così facilmente. Chiusa in questa stanzetta, vorrei tanto che lui fosse insieme a me, ma non è più possibile, mi ha abbandonato per sempre, loro me lo hanno portato via e la colpa è mia, perché ero stata avvertita che non dovevo innamorarmi di lui, ma non si può resistere al proprio cuore e per questo continuerò a chiamare il suo nome, sempre e soprattutto per sempre…
La pioggia scendeva insistentemente da giorni e sembrava non avesse nessuna intenzione di smettere. Lilith era ferma sotto quel diluvio, i lunghi capelli castani le si incollavano al viso e l’acqua le disegnava piccoli fiumi sulle guance, mascherando le lacrime, che da ore, uscivano imperterrite dagli occhi nocciola. Le palpebre si erano arrossate per il continuo piangere, la testa le martellava ininterrottamente, come se avesse voglia di scoppiare da un momento all’altro. Il freddo e i brividi la scuotevano di continuo, ma non voleva, per nessuna ragione al mondo, tornare indietro. Casa sua sembrava così lontana e vuota; in quell’edificio ora vuoto e silenzioso, si celavano troppi ricordi dolorosi. Ricordi che sperava di cancellare con la pioggia, ma che rimanevano indelebili nel suo cuore distrutto. Qualcuno le aveva tolto la voglia di vivere, portandosi via con se quella dei suoi genitori. Perché avevano scelto proprio la sua famiglia? Perché non avevano ucciso anche lei insieme con loro? Cadde in ginocchio, il terreno era scivoloso e il fango le macchiò persino il viso, disegnandole uno strano disegno sulla guancia, come a volerla deridere. Le avevano sempre raccontato che, durante la notte, alcune persone nel suo villaggio e in alcune città vicine, erano morte misteriosamente. A volte non era stato possibile ritrovare il corpo di quelle sventurate persone, altre volte invece erano talmente irriconoscibili da sembrare, agli occhi di tutti, terribili e spaventosi mostri deformati. Lei non ci aveva mai creduto. Vissuta in un piccolo paesino di montagna, isolato dal resto del mondo, aveva sempre creduto che quei racconti fossero solo frutto di vecchie superstizioni o storielle da raccontare ai bambini, perché vadano a letto presto. Come potevano esistere entità simili, aberrazioni di esseri umani la cui anima, pervasa dal male, vive solo per togliere la vita ad altri esseri viventi? Demoni dall’aspetto spaventoso e maligni, come un cancro che corrode il corpo e non si può fare nulla per estirparlo, ecco come venivano descritti i responsabili di quei disastri. Il mondo era diviso a metà: sole e luna; giorno e notte, così come esisteva la contrapposizione tra bene e male, ma credere a cose che non si possono vedere è difficile. Per credere bisogna vedere, ma quando la realtà ti piomba addosso, pesante e così velocemente, che il cuore ti duole solo per aver incrociato lo sguardo con simili esseri. Erano comparsi senza fare alcun rumore, come ombre nell’oscurità, celati da una notte fredda, ma soprattutto normale. Famelici spettri voraci, che in pochi minuti, si erano cibati della sua vita senza alcun rimorso. Lei era scappata, ma non era riuscita a salvare altri che se stessa, tanto che ora, ferma sotto la pioggia battente, era un bersaglio facile. Se fossero giunti di nuovo a lei, avrebbero potuto prenderla e forse non avrebbe neanche reagito. Non sarebbe scappata, non questa volta… “Mangiatemi!”
Questo chiedeva la sua mente e il suo cuore, dilaniato dal rimorso della fuga e dalle grida delle persone a lei più care. Ecco, stavano arrivando attirati da quella supplica. Lilith poteva sentire, nonostante il ticchettio martellante della pioggia, i loro molli passi. Strusciavano le pensanti gambe contro il terreno e lei, poteva avvertire, il loro odore nauseante catturarle le narici e rivoltarle lo stomaco. Un fruscio sempre più vicino, un sibilo e gemiti terrificanti. Poi brividi freddi lungo la schiena e un dolore insopportabile alla spalla, come fuoco in una notte di gelo. Qualcuno l’aveva afferrata, si sentiva stretta in una morsa orribile, non poteva e non voleva muoversi. Chiuse gli occhi, perché assistere alla sua morte non era una bella prospettiva. Poi tutto ebbe fine, si sentì abbandonata al nulla, il corpo leggero e libero da qualsiasi dolore. Il buio l’avvolse…
La pioggia continuava a cadere, possibile che anche il cielo partecipasse al dolore che impediva al suo cuore di palpitare normalmente? La differenza era che, questa volta, non aveva freddo e non percepiva su di se il picchiettare delle gocce d’acqua, forse morire donava un senso di benessere, perché lei, in quel momento, si sentiva davvero bene. Cercò di aprire gli occhi, li sentiva pesanti e ad ogni movimento delle palpebre, seguiva un dolore insopportabile alle tempie. Fece uno sforzo e cercò con gli occhi qualcosa che potesse risultarle famigliare. Iniziò persino a credere che fosse stesa nel suo piccolo letto, che non fosse accaduto nulla e che, ad averla sconvolta, fosse stato solo un orribile incubo. Invece si ritrovò in una piccola capanna, dall’odore doveva essere molto vicina ad una stalla. Sotto di lei, un piccolo giaciglio di paglia, era avvolta da una coperta in lana orticante, che la copriva solo per metà, infatti i piedi, che erano rimasti scoperti per tutto il tempo, erano completamente intorpiditi. Si mise seduta cercando di capire cosa fosse accaduto e soprattutto dove si trovasse, ma nei suoi ricordi non trovò nulla. Qualcuno l’aveva portata lì, questo era certo e, forse, era anche la stessa persona che l’aveva salvata da quegli esseri, ma il resto era un nulla totale. Cercò qualcuno, ma vide solo il buio intorno a se, chiunque l’avesse soccorsa, l’aveva probabilmente abbandonata in quella catapecchia. Si guardò la spalla, nello stesso punto, che in quegli istanti orribili, le aveva provocato tanto dolore, v’intravide dei segni violacei, come se formassero una mano dalle lunghe e fini dita. La vista di quel livido la fece sussultare, stava davvero per essere divorata da quegli esseri e per di più, in quel momento, era stata lei stessa a volerlo. Si avvolse con la coperta, chiudendosi su se stessa per riscaldarsi. Un rumore attirò la sua attenzione, dei passi leggeri e agili come quelli di un gatto. Si voltò verso la direzione in cui li aveva sentiti, ma continuò a non vedere nulla, solo una voce maschile provenne da quel buio impenetrabile. - Se vuoi morire da suicida, cerca di farlo in silenzio. Hai gridato come una pazza per tutto il tempo.- Rimase senza parole, non ricordava affatto di aver gridato in quel momento, ma solo di essersi sentita libera dal dolore che la opprimeva, anche se, ora che si era destata, era tornato a farle del male.
- Chiunque tu sia fatti vedere, non parlo ai fantasmi!- cercò di essere coraggiosa, ma il tremore alle gambe, che nascondeva sotto la coperta, dimostrava ben altro.
- Mi sembra che tu lo stia già facendo.- Uscì dall’oscurità e Lilith lo osservò bene. Era un giovane, forse poco più grande di lei, occhi neri e profondi e un viso dai lineamenti molto particolari: naso all’insù e labbra fini, che lo rendevano quasi non umano. Un leggero accenno di barba che circondava un mento poco pronunciato; capelli neri e corti, di cui alcune ciocche ricadevano, temerarie e fastidiose, davanti agli occhi. Non era molto alto, Lilith pensò che forse la superasse in altezza di pochissimi centimetri. Indossava dei pantaloni anch’essi neri molto stretti e un mantello che lo copriva quasi completamente, come se dovesse fare di tutto per nascondersi nelle ombre. Lilith fu colpita inoltre dalla strana spada che aveva legata sulla schiena, era molto lunga e fine, leggermente ricurva alla punta. Un’arma che lei non aveva mai visto, molto diversa da quelle semplici dei soldati che conosceva bene. Anche suo padre era un ex soldato e la sua spada era l’opposto di quella del giovane, anche la corporatura era troppo sproporzionata per un combattente. Lilith ricordava bene il corpo di suo padre, i muscoli ben scolpiti e spalle ampie, mentre quel giovane le sembrava troppo snello e asciutto. Si avvicinò a lei velocemente, tanto che Lilith quasi non se ne accorse. La prese per il mento e la osservò bene, poi le scoprì la spalla, osservando che il livido si stava, pian piano ritirando. La lasciò di malagrazia intimandole di andarsene il prima possibile, Lilith cercò di obiettare, ma lui non gliene diede il tempo.
- Ti ho salvato da loro perché mi hai rotto i timpani con le tue grida, non certo per pietà. Non sono tenuto a farti da balia, quindi dato che stai meglio, puoi anche andartene.- Fu lapidario e fece per scomparire nuovamente nell’ombra, ma Lilith lo fermò tenendolo per un braccio. Lui si voltò fulminandola con lo sguardo, sembrava furioso per l’insistenza della ragazza e non aveva alcuna intenzione di portarsela dietro ancora per molto. - Non so dove andare e neanche so dove mi trovo.- Lilith aveva le lacrime agli occhi e non vedeva in lui la minima reazione alle sue parole, era freddo e completamente estraneo alla realtà.
- Ti hanno preso la famiglia, non la casa e poi non sei tanto lontana dal tuo paese, in meno di un’ora ci arriverai. Non avrai problemi e non sarai aggredita.- Si scostò dalla presa con un strattone e scomparve. Lilith scoppiò in lacrime, come poteva essere stato così insensibile nei suoi confronti? Lei non voleva di certo, che quello sconosciuto diventasse la sua guardia del corpo, voleva solo qualcuno con cui sfogarsi un po’, ma neanche poteva pretendere che s’interessasse a lei. Non si mosse per tutta la giornata e lui non si fece vedere. Lilith non riusciva a muovere neanche un muscolo del suo corpo, senza contare che le parole di quello strano individuo, continuavano a risuonarle nella mente, rimbombando come il suono delle campane di una chiesa.

Doveva essere scesa di nuovo la notte, perché Lilith non vedeva ad un palmo dal suo naso, ma ormai si era abituata bene all’oscurità opprimente, che la circondava. Aveva pianto così tanto che le lacrime non le uscivano più dagli occhi e si sentiva tremendamente stanca. Poi qualcuno sembrò avvicinarsi a lei, non fece in tempo a voltarsi che qualcosa le piombò addosso. Era una mantella nera, anche se era difficile capirne il colore, in quella perenne oscurità. Di nuovo davanti ai suoi occhi stanchi, comparve lui, le aveva gettato la mantella e ora le stava ordinando di indossarla. Sembrava infastidito dalla presenza della ragazza e soprattutto stanco di sentirla piangere in continuazione. Lilith fece come le era stato chiesto e lui la riaccompagnò a casa sua. Tra la fitta boscaglia, si muoveva agile come un furetto, i suoi passi non producevano alcun rumore; tanto che a confronto, quelli di Lilith, sembravano i passi di un elefante. Proprio come le aveva detto, in meno di un’ora giunsero al suo villaggio. Lui non l’accompagnò fino a casa, la lasciò proprio fuori del paese e scomparve sotto i suoi occhi ancora una volta. La ragazza si strinse in quella ruvida mantella, sprofondando completamente nel dolce odore di aromi selvatici, di cui era impregnata. Non ebbe il coraggio di tornare a casa sua, non riusciva neanche ad alzare lo sguardo sulla lontana figura scura dell’abitazione, vi leggeva troppo del passato ed era doloroso oltre ogni dire. Si diresse verso il centro del villaggio e bussò ad una porta. Ad accoglierla fu una giovane della sua stessa età, indossava una lunga tunica in lana bianca, forse stava già dormendo, perché aveva tutti i capelli fuori posto e la voce ancora impastata dal sonno. Quando vide Lilith, l’abbracciò così forte, che per un attimo alla giovane mancò il respiro, la fece entrare preparandole una parca cena, su cui Lilith si avventò con voracità. Le raccontò tutto dell’aggressione e dell’incontro con il misterioso uomo di cui, tra l’altro, non conosceva neanche il nome, ma la risposta della sua amica fu completamente diversa da quella che si aspettava.
- Devi stare attenta Lilith, si dice in giro che ci sia qualcuno in grado di ucciderli o quanto meno di tenergli testa e sappiamo tutti che, per essere in grado di farlo, bisogna essere uno di loro. Gli esseri umani non possiedono tanta forza da abbatterli. I soldati cadono come mosche, sotto i loro attacchi.- La ragazza tremava al solo pensiero di quegli esseri, mentre Lilith li aveva perfino visti. Ad ogni modo non diede importanza a quella storia, sapeva benissimo che non esisteva nessuno in grado di fronteggiarli, neanche suo padre, ex soldato, ma ancora in grande forma, era riuscito a fare nulla. L’unica cosa che le occupava la mente, in quel momento, era sapere chi fosse, capire perché non riusciva a dimenticare il profumo di quel mantello e, se davvero era lui quello di cui parlavano, lei gli avrebbe chiesto vendetta. Se, quello strano personaggio, era in grado di fronteggiare simili esseri, lei avrebbe fatto di tutto perché il loro sangue, vendicasse la morte ingiusta dei suoi genitori e la distruzione della sua vita.

Nei giorni seguenti, nella mente di Lilith esisteva solo quel pensiero, cercò di ricordare la strada che avevano percorso insieme, in modo da poter tornare in quel luogo, ma soprattutto le premeva rivedere lui. Sapeva che non avrebbe mai accettato la sua richiesta, ma lei non si sarebbe arresa di certo per una cosa simile, per un rifiuto e delle parole cattive nei suoi confronti.

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