Originale - Nel Cuore della realtà

Nel Cuore della Realtà



2

Ogni giorno si recava in quella piccola capanna e lo cercava insistentemente, ma lui non c’era, sembrava scomparso nel nulla, proprio come era apparso nella sua vita. Dopo più di dieci giorni passati a cercarlo, nella mente di Lilith stava diventando un’ossessione continua, la notte andava a letto portando con se la mantella, sapeva che lui l’aveva indossata ed era un modo per sentirlo vicino. Nessuno era in grado di capire il suo strano comportamento, la vedevano sparire di mattino presto e rientrare a notte fonda, stanca e dolorante, sempre con quel vecchio e lacero mantello sulle spalle e senza ricevere da lei alcuna spiegazione chiara. Una notte, appena rientrata, incontrò il viso della ragazza con cui si era confidata, Rihanna. Si conoscevano da quando erano bambine ed erano molto amiche, lei le aveva offerto un posto dove stare, finché Lilith non si fosse decisa a tornare a casa, ma benché si fosse sforzata di capire il dolore che la sua amica aveva nel cuore, ora non riusciva proprio a comprendere il suo ossessivo interesse per quel tipo. La fermò sulla soglia prendendola per un braccio, tirandola a se e chiudendola in un dolce e premuroso abbraccio.
- Continui ad andare a cercare quel tizio, non ti rendi conto che è troppo pericoloso, potrebbe essere uno di loro.- Lilith non aveva intenzione di ascoltarla ancora per molto, ormai conosceva a memoria quella frase, perché Rihanna continuava a ripeterla quasi ogni sera, ma lei non voleva crederci. Lui l’aveva salvata e quindi non poteva essere uno di loro. - Cerca di ragionare Lilith, non ti affezionare a un fantasma simile. Perché non riprendi la tua solita vita, cerca di superare il dolore. Io ti aiuterò, farò di tutto per farti tornare il sorriso sulle labbra, ma tu devi volerlo.- Lilith la scansò bruscamente, sapeva anche questo, ma non voleva tornare la sciocca ragazzina di prima. Non voleva chiudersi in un sogno ovattato, provando a far finta che non le fosse accaduto nulla. Rihanna non cedette e prima di vederla sparire in camera, le gridò dietro. - Sono marchiati. Cerca un simbolo e capirai se è uno di loro. Questo è l’unica cosa che posso dirti. -
Quei giorni di ricerca estenuante, l’avevano portata a sapere molte cose su quelle entità, sapevano che erano riconoscibile da strani segni sul corpo. Si diede della sciocca per non aver mai voluto credere in quella realtà orribile, esistevano però e l’avevano colpita duramente. Nessuno sapeva chi li avesse creati, perché di certo non potevano nascere in modo naturale esseri dall’aspetto così mostruoso, ma aveva sentito parlare che i più feroci erano quelli che assumevano l’aspetto di esseri umani, ma lui non era uno di loro. Era solo un tipo speciale, soprattutto per lei.
Quella notte non riuscì a dormire e decise di tornare a cercarlo. In poco tempo arrivò alla piccola capanna ed entrò, cominciava a fare freddo e non voleva tornare in paese. Si chiuse nella casupola e cercò tentoni un posto in cui fermarsi. Si sedette a terra e si prese le ginocchia con le braccia per riscaldarsi, chiudendosi nel mantello. Lo avrebbe aspettato li, anche se ci sarebbero voluti giorni. Si addormentò quasi subito, si sentiva stanca e abbattuta, ma sperava tanto di rivederlo, almeno nei suoi sogni. Nel tempo che a Lilith parve un secondo, qualcuno entrò velocemente nella capanna, la ragazza fu investita da un vento gelido, che le fermò il sangue nelle vene. Si alzò di scatto e vide la figura di un uomo entrare con difficoltà e chiudere a forza la porta dietro di se con un calcio mal assestato. Camminava rimanendo chino su se stesso e si reggeva la spalla sinistra con la mano. La ragazza capì subito chi era, l’odore che aveva imparato alla perfezione, le catturò le narici, ne era diventata quasi dipendente. Lilith si precipitò ad aiutarlo, ma lui, non appena la vide, la scansò bruscamente facendola cadere a terra.
- Che diavolo ci fai ancora qui!- Più che una domanda, sembrava un ordine ad andarsene, ma Lilith non si sarebbe fatta spaventare da un tono sgarbato dopo tutto quel tempo. Lui si accasciò in un angolo come un cane bastonato. Era stato ferito, forse mentre si scontrava con uno di quegli orribili mostri e Lilith, dentro di se, sperò che non fosse una lesione grave, spaventata dal fatto che, nonostante lo avesse solo sfiorato, si era completamente sporcata di sangue. Si avvicinò di nuovo, ma lui si spostò ancora una volta, appiattendosi contro la parete.
- Voglio solo aiutarti, fammi vedere dove ti sei ferito, con una mano sola non puoi neanche bendarti come si deve.- Lilith si avvicinò ancora e questa volta non trovò resistenza, il giovane si era ben reso conto che la ragazza, per quanto gli risultasse sgradevole e insistente, aveva ragione. Si scoprì la spalla e Lilith notò un profondo taglio dai bordi slabbrati e laceri, non sembrava una lezione di un’arma, bensì più quello di un artiglio. Lilith la pulì per bene, intingendo un lembo del suo vestito in una tinozza d’acqua piovana nascosta in un angolo della capanna, poi cercò di fasciarla meglio che poteva con quello che aveva a disposizione.
- Prenderò dei medicinali dal paese per disinfettarla, ma per stasera posso fare solo questo.- Fece un sorriso, infondo la ferita era meno grave di quello che sembrava, ma lui non la degnava di uno sguardo, ne di parlarle. Strinse forte la fasciatura, anche solo per farlo reagire, ma lui non fece nulla, sembrava che non fosse neanche li in quel momento. Le iridi corvine erano rivolte in un punto indeterminato, statiche e senza la minima luce. Sbadatamente Lilith con la mano toccò qualcosa di strano all’altezza della spalla. Sembrava una cicatrice dalla pelle raggrinzita, ma non ne era sicura. Spostò leggermente la scura casacca e scoprì uno strano simbolo, al tatto Lilith cercò di capire come fosse fatto, sembrava un cerchio, ma era tagliato in quattro parti da due linee oblique opposte e nel punto in cui le linee si incontravano c’era una sporgenza; sembrava marchiato a fuoco. Il cuore di Lilith ebbe un sussulto, quello era il marchio che lo identificava come uno di loro, lo stesso da cui Rihanna l’aveva messa in guardia. Lui si scansò coprendosi la spalla, ma non lo fece con la sua solita freddezza, sembrava addirittura dispiaciuto che lei fosse venuta a conoscenza di quella verità, che in fondo al cuore, probabilmente, anche lui odiava. Sapeva che da lì a pochi secondi l’avrebbe vista scappare via spaventata, perché ora sapeva e doveva temere la sua natura. La vedeva seduta a terra, si era portata la mano alla bocca, sbalordita o forse terrorizzata. Si pentì di averla fatta avvicinare tanto, ma in tutto quel tempo non aveva fatto altro che vederla ogni giorno.
Sapeva che lo stava cercando, ma non avrebbe mai pensato che fosse una ragazza così ostinata, più di una volta l’aveva osservata rimanendo nascosto nell’ombra, l’aveva vista uscire di casa indossando il mantello che lui le aveva dato e una notte l’aveva anche vista dormire, stretta a quel pezzo di stoffa, come se fosse l’unico appiglio alla vita che ancora possedesse. Non capiva perché quella ragazzina fosse tanto caparbia, eppure quando l’aveva salvata le era sembrata una semplice donna, distrutta da brutti ricordi, ma in fondo, chi non lo era? Questo l’unico particolare che l’accomunava a lei, vecchi e tristi ricordi di un passato impossibile da dimenticare.
- Posso farti una domanda?- Lilith parlò a voce così bassa, che lui faticò a capire cosa voleva, ma fece un semplice si con la testa. - Ti sei ferito perché hai attaccato degli esseri umani o perché hai combattuto con qualcuno di quei mostri?- Ci fu un secondo di puro silenzio, tanto che si poteva ascoltare il sibilo del vento tra le assi della capanna. Lui rimase stupito da quella domanda e anche se tentato di mandarla via, rispose.
- Sono loro che mi attaccano, io di certo non vado contro i miei simili.- Come risposta era un po’ scarsa, ma Lilith sapeva che non sarebbe riuscita a fargli dire di più. Lo vide rabbrividire e si avvicinò a lui, coprendolo con il mantello, forse la ferita si stava infettando e questo la mise in allarme. Fece per alzarsi, sarebbe corsa al paese a prendere qualche medicinale, ma lui la fermò facendola sedere di nuovo. Lilith incontrò i suoi occhi ancora una volta, avrebbe potuto perdersi in quelle profonde iridi e, più lo guardava, più non riusciva a credere che fosse uno di loro. Lei aveva visto quei demoni che tutti temevano, aveva incontrato i loro occhi e vi aveva visto tutto il male che li permeava, mentre nei suoi trovava se stessa. Avevano la medesima espressione, dolce e bisognosa di qualcuno a cui appoggiarsi.

La febbre salì velocemente, era pallido e continuava a battere i denti. In qualche modo doveva aiutarlo; si avvicinò a lui e lo abbracciò istintivamente, il calore del suo corpo lo avrebbe scaldato prima. Poggiò la testa sul petto di lui, lo sentiva respirare profondamente e faticava nel farlo, ma la cosa che la stupì di più, fu il fatto che non riuscisse a percepire il battito del suo cuore. Le tornò in mente tutte le volte che aveva abbracciato suo padre e si perdeva in quei dolci gesti affettuosi, divertendosi ad ascoltare il cuore di lui battere sempre più forte dall’emozione. Mentre ora non sentiva nulla, nonostante il silenzio avvolgesse ogni cosa intorno a quella situazione. Si scostò lentamente e lo guardò negli occhi cercando una risposta. Notò che lui la stava osservando attentamente, forse non capiva cosa la legasse tanto ad un essere come lui, ma dall’espressione di lei, leggeva ogni suo pensiero
- Non ho mai sentito il battito del mio cuore, in nessuno di noi batte realmente. Forse è perché cerchiamo di somigliare agli umani che è li, anche se non funziona.- Lilith lo guardò di sottecchi, aveva avvertito nella sua voce una nota di triste malinconia, come se bramasse qualcosa che non avrebbe mai potuto avere.
- Questo vuol dire che non provate neanche le emozioni, come ad esempio l’amore?- Abbassò lo sguardo verso terra, non voleva vedere quella ragazza, lei lo faceva sentire strano. Non la voleva intorno, ma in quel momento non avrebbe voluto mandarla via. Nonostante tutto sentiva il calore di quel corpo accanto al suo e la cosa gli piaceva. La sentì muoversi verso di lui e Lilith lo costrinse a guardarla negli occhi. Si avvicinò sempre di più, lui sentì il profumo di quella ragazza, un aroma di dolci fiori di campo, un odore che non avrebbe mai dimenticato, lo stesso che era mescolato sulla mantella, proprio insieme al suo e lei ora era al suo fianco. Lilith era così vicina che riusciva a sentire il suo respiro su di se, era convinta che se mai avesse scoperto la sua natura lo avrebbe odiato, invece ogni sentimento di rabbia in lei era scomparso, come era svanito ogni desiderio di vendicarsi per la morte della sua famiglia. Lo baciò lentamente, in modo che se avesse voluto spostarsi avrebbe avuto tutto il tempo. Posò le sue labbra sulle sue, le sentì fredde come la neve. Inizialmente non ebbe risposta a quel bacio, lui rimase fermo senza capire il perché di quel gesto e Lilith si scostò. Si vergognava di ciò che aveva fatto, era il suo primo bacio e non aveva avuto risposta. Avvampò dall’imbarazzo e cercò di andare via nuovamente, si diede della stupita per tanti motivi, ma lui la fermò ancora una volta attirandola a se con più forza.
- Se il mio cuore potesse battere, credo che ora starebbe per impazzire.- Lilith si strinse nell’abbraccio più forte che poteva, non avrebbe voluto che finisse, per nulla la mondo si sarebbe separata da lui ora. Questa volta fu lui ad agire, le prese il mento con la mano e lo portò verso di se, la baciò con più trasporto stavolta e appena si furono staccati, gli sussurrò il suo nome: Malinar. Poi riprese a baciarla sempre più appassionatamente. Dai baci passarono alle carezze; Malinar percorse tutto il corpo della ragazza, toccandola con delicatezza, tanto che Lilith aveva i brividi ad ogni tocco. La esplorò avidamente, come se non volesse perdersi neanche un particolare di quel corpo così delicato, che lo faceva ardere di passione. Dalle carezze passarono a ciò che non era mai stato permesso e da cui Lilith era stata messa in guardia, ma la passione che li avvolgeva, che li scaldava in quella fredda notte, li unì per sempre in un atto di amore puro…

Il mattino arrivò troppo presto e con lui anche la consapevolezza di ciò che era accaduto. Lilith si destò lentamente, si era addormentata nel piccolo e scomodo giaciglio di paglia, che stavolta le piaceva. Il problema era il fatto che fosse sola. Malinar l’aveva lasciata durante la notte e lei non riusciva a capire il perché di quella fuga. Si sentì persa in quel momento, sola come non mai. Le lacrime iniziarono a rigarle il viso, gli occhi nocciola si scurirono improvvisamente. Iniziò a singhiozzare e il rumore dei suoi lamenti giunse alle orecchie di Malinar, che si precipitò da lei in pochi secondi. La trovò in lacrime e chiusa su se stessa nel piccolo giaciglio, che era stato il loro nido d’amore, l’abbracciò cercando di calmarla.
- Pensavo te ne fossi andato. Ho creduto che mi avessi abbandonato durante la notte e mi sono sentita così male, che non riuscivo a trattenere le lacrime. -
Malinar non riuscì a capire perché tanta preoccupazione per non averlo visto, eppure non si era reso conto che, non appena l’aveva sentita piangere, era corso da lei. Il sentimento era lo stesso, solo espresso in modo molto diverso. Quella notte li aveva legati, nonostante lui avesse fatto di tutto per tenerla lontana dalla sua mente e ora il nome di Lilith gli riempiva ogni pensiero. Allo stesso modo Lilith non sarebbe riuscita a staccarsi da lui e vivere sola, vi aveva trovato l’appoggio che tanto desiderava e, l’unica cosa che la spingeva, era il desiderio di sentir battere il cuore di lui. Malinar la guardò negli occhi e le fece un piccolo sorriso. Lilith rimase senza respiro, quella era la prima volta che le sorrideva e si sentiva il cuore palpitare sempre più forte, solo che lui cambiò completamente espressione e divenne serio e cupo. Si scostò leggermente da lei e parlò con un filo di voce, come se le parole gli morissero in gola.
- Ci sono delle cose che devo dirti. Cose che ti allontaneranno da me.- Lilith lo fissò senza capire, perché le stava parlando in quel modo? Lei non voleva perderlo, aveva accettato il fatto che Malinar fosse uno di loro, cosa altro doveva sapere?
- Io non posso amare gli esseri umani, la mia stessa natura me lo vieta. Sono un abominio e lo sai anche tu.- Fece una pausa in cui Lilith cercò di dirgli che per lei non era importante. Che avrebbe vissuto anche in posti oscuri pur di stare con lui, ma Malinar non la fece intervenire.
- Mio padre mi da la caccia da quando mi sono rifiutato di uccidere una donna. Questo è il mio mondo Lilith e tu non puoi farne parte. Mio padre voleva che uccidessi mia madre, perché una donna conta meno di una bestia per quelli come me, ma io mi sono rifiutato e sono fuggito. Ho sempre vissuto nell’ombra pur di proteggere quella donna e con me ho trascinato anche un’altra persona. Non c’è via di scampo e mio padre è giunto fino a me ora, è stato lui a ferirmi questa notte e tornerà nuovamente. Per questo, tu non dovrai essere presente quando accadrà.- Di li a poco Lilith sarebbe scoppiata nuovamente in lacrime, pregandolo di non abbandonarla, ma le cose non sarebbero andate come lei voleva. Ora più che mai lo sentiva distante, stava recuperando la freddezza che aveva sempre ostentato. Lo sentì così lontano da lei, che quasi non riusciva neanche a toccarlo. Lo baciò cercando di trattenerlo il più possibile, ma non ci fu nulla da fare, quelle labbra che tanto bramava si erano già distaccate dalle sue e lo vide sparire dalla sua vista, per l’ennesima volta. In quel momento così difficile, non sarebbe bastato piangere per vederlo comparire, neanche lamenti più forti sarebbero serviti. Era tornata di nuovo sola.

I giorni trascorsero nuovamente tutti identici. Lilith era tornata al paese, aveva riaperto la sua vecchia casa e si era decisa a vivere li. Gli incubi sulla morte della sua famiglia non la tormentavano più da tempo, né il timore per quegli strani esseri. Viveva ogni istante come se fosse il suo ultimo minuto, sperava di poter incontrare il suo sguardo anche solo di sfuggita, ma Malinar era lontano e lei lo sapeva bene. Non accettava quella situazione, il fatto che si era avvicinata ad un uomo simile con estrema facilità, la stessa con cui ora l’aveva abbandonata. Cercò anche di odiarlo e forse avrebbe dovuto farlo, ma non ne fu capace. Ogni volta che cercava di disprezzare quegli occhi profondi che la guardavano, le guance le si coloravano di un bel rosso acceso e si vergognava persino di guardarsi allo specchio. Era in ansia per lui, la notte non riusciva a dormire e il mattino uno strano senso di malessere le pervadeva il corpo. Furono questi sintomi a farle capire che era successo qualcosa a Malinar, qualcosa che la faceva stare molto male. Neanche Rihanna riusciva a capire cosa stesse accadendo alla sua amica, la vedeva distante ed estranea alla realtà. Era scomparsa per due giorni e una volta tornata sembrava un’estranea. Lilith non le aveva raccontato nulla di Malinar, le aveva semplicemente detto che voleva continuare a vivere dimenticandosi del passato e lo aveva persino dimostrato tornando a casa, ma lei non ci credeva. Poi, una sera, tutto il suo mondo mutò nuovamente. Lilith si sentiva distrutta, non dormiva decentemente da giorni e aveva proprio bisogno di riposarsi anche solo per qualche ora, ma le palpebre si rifiutavano di chiudersi. Un rumore la riscosse da quello stato di torpore, si alzò cercando di essere più leggera possibile. Sembrava una scena già vissuta, la stessa di quando era stata aggredita e i suoi genitori erano morti. Lei si era svegliata di soprassalto, qualcosa era caduto a terra in cucina ed era andata a vedere. In un secondo, mentre apriva la porta della sua stanza, la vita per lei terminò negli occhi sbiancati dei suoi genitori distesi a terra. Si fece coraggio, anche se le tremavano le gambe e si concentrò in un angolo della cucina, era tutto buio e non sentiva provenire alcun rumore. Avanzò incerta, se fossero stati loro non avrebbe avuto scampo, eppure era tutto troppo silenzioso, ricordava bene i rumori di artigli sfregati contro il legno, i mugolii gutturali e risatine isteriche, che li contraddistinguevano. Il fuoco del camino emanava ancora qualche tiepida fiammella, tanto da intiepidire un po’ la stanza. In quella penombra, Lilith non riuscì a vedere nulla, che non fossero le ombre della credenza e del tavolo al centro della stanza. Fece per tornarsene a letto, in quei giorni si era lasciata suggestionare troppo dalle sue paure ed era diventata sospettosa e sempre all’erta, per questo non riusciva a dormire. Venne bloccata da una mano che le fermò i passi, mentre un’altra le tappò la bocca. Non era la mano di Malinar, questa era più fine e l’aveva afferrata con una leggerezza quasi sovrumana, molto più simile ad una leggera carezza. Il suo assalitore le parlò all’orecchio, una voce melodiosa e dolce.
- Adesso ti libero, ma non fare rumori sospetti. Malinar mi ha mandato a cercarti.- Lilith sentì la presa allentarsi velocemente e si voltò di scatto per vedere il viso della persona che l’aveva afferrata. Era un giovane molto alto, dai lunghi capelli biondi, un viso fine e pallido, occhi scuri, in contrasto con il resto del viso. Lilith capì subito la natura di quel giovane, nonostante la diversità nell’aspetto fisico, aveva gli stessi atteggiamenti di Malinar, che fosse lui la persona a cui Malinar si era riferito, prima di abbandonarla?
Lui prese la parola nuovamente non appena incrociò gli occhi nocciola di Lilith e sorrise sommessamente.
- Devi essere davvero speciale se sei riuscita a penetrare il cuore di pietra di Malinar, anche se a guardarti bene non hai nulla di diverso da un’altra donna.- Quella frase la offese ed evitò il suo sguardo accuratamente, ma lui non sembrò farci alcun caso e continuò.
- Vestiti in fretta e prendi dei cambi, al resto penso io. Dobbiamo lasciare questo paese il prima possibile.- Lilith era completamente basita, ma fece come le era stato chiesto. Corse in camera e si cambiò, indossando dei pantaloni molto stretti e una camicia pesante, si avvolse nel solito mantello e prese solo un cambio, quell’uomo sembrava avere molta fretta e lei non poteva sprecare tempo inutilmente. Tornò in cucina e lo vide fermo al lato della finestra, sbirciava furtivo fuori controllando ogni minimo rumore sospetto. Si voltò non appena Lilith fu nella sala, la fissò per qualche secondo compiacendosi del fatto che avesse scelto di indossare dei pantaloni invece che una gonna, che avrebbe solo rallentato la fuga e infondo notò che era davvero molto bella per essere un semplice essere umano, ma ancora non capiva cosa avesse spinto Malinar tra le sue braccia. Lui lo conosceva da molti anni, non si definivano proprio amici, anzi più di una volta si erano trovati in disaccordo e rivali, ma lo rispettava, soprattutto perché Malinar si era ribellato, dove lui non era riuscito a dire una parola. Il destino degli ultimi nati era quello di prendere, come prima preda, la vita della donna che li aveva generati; un atto di devozione verso il padre, l’unico a cui non si poteva disobbedire. Lui fece come doveva e non provava alcun rimorso in quello che aveva fatto, mentre Malinar non ne aveva avuto il coraggio, forse perché sua madre era diversa da tutte le altre. Si avvicinò a Lilith, si sentiva sempre osservato da quei piccoli occhi nocciola e un simile atteggiamento lo metteva molto a disagio. - Per quanto tempo riesci a correre?- Lilith rimase pensierosa, non aveva problemi a correre, ma ricordava come si muoveva Malinar e sapeva che non sarebbe riuscita a reggere quel ritmo molto a lungo. - Corri con tutte le tue forze come se… che diavolo!- Non finì la frase, che la porta si spalancò di colpo, un vento freddo e pungente travolse Lilith, lui la prese per mano e iniziò a correre. Erano arrivati. Lilith sentiva il loro respiro affannoso, il loro serpeggiare sul terreno. Iniziò a correre con tutte le sue forze, mentre si sentiva trascinare da lui. Come aveva pensato lei era troppo rumorosa rispetto al passo di quel ragazzo, anche se i gemiti e i gorgoglii gutturali di quelle creature, sovrastavano il suo passo. Di li a poco avrebbero iniziato a seguirli e dovevano approfittare del tempo che gli avevano concesso. Venne condotta nel bosco, correvano come se avessero dietro i padroni con le fruste, i rami dei cespugli le ferivano le gambe e, nonostante avesse legato i capelli, loro continuavano ad impigliarsi dappertutto. Cercò di non fargli capire che aveva dolore in ogni parte del corpo, continuando a correre. Le mancava già il respiro e il freddo le intirizziva ogni muscolo.

Corsero per tutta la notte; di sottecchi lui osservava la ragazza stupendosi di come potesse ancora resistere, aveva allentato il passo, ma lo aveva fatto di sua volontà e non perché era stata lei a dire qualcosa. In tutto il tempo non si era mai lamentata, neanche quando veniva ferita e ora aveva strappi e tagli sulle gambe e alcuni anche sul viso, ma non diceva nulla. Decise di fermarsi o lei sarebbe crollata da un momento all’altro, ma al contrario di un grazie ricevette una brutta occhiataccia.
- Perché ci fermiamo… io non… non sono stanca…- ansimava vistosamente, le spalle si alzavano e abbassavano al ritmo di ogni profondo e doloroso respiro. Non voleva darlo a vedere, ma era davvero esausta e lui l’aveva capito. Lilith provò a dire ancora qualcosa, ma le forze le vennero meno e perse i sensi, lui la sorresse sorridendo ed evitando che cadesse a terra. Quando Lilith si svegliò si accorse di non essere nello stesso posto dove si erano fermati. Si guardò intorno e capì che doveva essere in una specie di piccola grotta, era umido e freddo. Come era arrivata in quello strano posto, non riusciva a spiegarselo. Provò ad alzarsi, ma nessun muscolo del corpo aveva intenzione di obbedirle. Aveva male dappertutto, i crampi la stavano facendo impazzire, aveva davvero dato tutta se stessa in quella fuga. Poi lo scorse in un angolo della grotta, era seduto con gambe e mani incrociate, la testa ciondolava leggermente, forse aveva vegliato tutto il tempo e anche a lui la stanchezza iniziava a giocare strani tiri. Come provò a muoversi di nuovo, lui si destò di scatto, tanto che nel vederlo in quello stato, a Lilith scappò una leggera risata. Si avvicinò a lei e le chiese come stesse. Naturalmente Lilith mentì, non voleva dirgli che non riusciva a muovere neanche un muscolo del corpo, ma non poteva davvero aspettarsi che lui le credesse. Infatti lo vide chinarsi su di lei e iniziò a massaggiarle le cosce, senza neanche chiederle nulla. Per Lilith fu molto imbarazzante, ma lui sembrava non farci molto caso.
- Hai ancora tutti i muscoli anchilosati, devi riposare un po’ e provare a fare dei piccoli movimenti. Ho dovuto portarti in braccio fino a qui.- Se solo avesse detto che era un debole essere umano, Lilith sarebbe scoppiata. Si era impegnata così tanto pur di non essergli di peso, pur di rivedere Malinar il prima possibile, che una critica era proprio l’unica cosa di cui aveva bisogno. - In compenso hai resistito anche troppo, credevo che saresti crollata molto prima. Sei stata brava.- Il cuore di Lilith iniziò a battere così forte a quella frase, che probabilmente anche lui doveva averlo sentito, perché lo vide sorridere. Le fece bere uno strano infuso verdino dal sapore orribile, dicendole che era un tonico per farla tornare in forma prima del tempo, ma mandarlo giù per lei fu un’altra sfida. Lo fece senza obiettare, solo per vederlo stupito del suo comportamento. Ogni cosa che faceva era una prova per farsi apprezzare da quello strano tipo, anche se non sapeva neanche il suo nome. Lui la trattava con superficialità facendole notare la grande differenza che c’era tra loro, la diversa natura che l’allontanava anche da Malinar, ma lei non si faceva mettere i piedi in testa da un ragazzino viziato, quale le sembrava. Passarono tre giorni in viaggio, notte e dì in cammino verso una meta a lei sconosciuta. Lui la chiamava per nome, mentre lei non si rivolgeva mai a lui. Fu una sera che non riuscì più a trattenersi, mentre lui le faceva bere nuovamente quello strano e maleodorante infuso.
- Sembra che non sia usanza per quelli come voi presentarsi.- Lui la guardò in tralice, ma lei non abbassò lo sguardo. Era davvero strana come essere umano, così delicata e debole che sembrava dovesse rompersi da un momento all’altro, però aveva una lingua tagliente come il ferro di una spada. - Non mi sembra che tu me lo abbia chiesto.- La parola stupida, fu l’unica che in quel momento le passò per la mente, arrossì vistosamente e lui rise di gusto a quella scena. Nonostante tutto quella piccola ragazzina non sarebbe riuscita a sembrare più forte di quanto non lo fosse. - Ad ogni modo per quelli come noi i nomi non contano, alcuni neanche lo hanno. Sono Iliam.- Lilith gli sorrise, un gesto che scaldò il cuore immobile di Iliam. Lilith si fece raccontare qualcosa di più su lui e Malinar, rimanendone sconvolta. Sapeva che gli esseri come loro rappresentavano il male, ma più li guardava e più non riusciva a capire dove fosse nascosto questo male in loro. Erano costretti ad agire in modo empio, perché così nascevano. Iliam glielo aveva detto più di una volta.
- Gli esseri umani nascono dall’amore di due persone, i tuoi genitori si amavano e tu sei la realizzazione di questo desiderio. Per questo sei bella e candida come la neve d’inverno e calda, come il sole estivo. Noi veniamo creati per necessità e per il male che dovremo compiere, quelli che ne sono degni possono scegliersi un corpo migliore, come me e Malinar, altri sono costretti a vivere un’esistenza in bilico, incapaci di pensare o agire. Schiavi del loro stesso male.- Più sentiva quelle parole e più aveva voglia di piangere, ma non lo fece mai. Iliam non le aveva detto quelle parole per sentirsi compatito, né per ricevere da lei pietà. Solo per metterla dinanzi alla realtà delle cose, la stessa che lei non aveva mai accettato. Iliam le disse anche di Malinar e di come si era ribellato a quella vita squallida, ma che lo aveva condotto solo alla fuga. Ora lui la stava conducendo da Malinar, ma la mise in guardia, perché molto probabilmente non lo avrebbe riconosciuto e Iliam, nonostante i continui solleciti di Lilith, non le aveva spiegato oltre. Si rimisero in viaggio nuovamente, ma avevano abbandonato l’andatura svelta dei giorni precedenti. Si erano addentrati nuovamente in un fitto boschetto e Iliam si sentiva a suo agio immerso in quella folta vegetazione, si muoveva agile e a volte saltava sui rami come uno scoiattolo, controllando il territorio. La meta arrivò inaspettata, tanto che Lilith non sapeva più come comportarsi. Da quando era scappata si era cambiata solo una volta e ora che si guardava sembrava una vagabonda, i vestiti erano logori e aveva tanto bisogno di una bagno ristoratore. Nonostante la sua grande resistenza anche Iliam sembrava provato dalla stanchezza e Lilith si era divertita in quelle ultime ore a vederlo combattere con i capelli, che non avevano nessuna intenzione di liberargli la visuale. Iliam le indicò una piccola casetta nel bosco, solitaria in un piccolo spiazzo verde. Sembrava disabitata da anni, ma aveva iniziato a capire che Malinar preferiva posti isolati come quelli dove vivere. Entrarono e la porta cigolò rumorosamente, facendola piombare in una sinistra oscurità una volta che la porta si fu chiusa. Aveva sempre creduto alle parole di Iliam, mai aveva dubitato che non fosse un amico di Malinar, ma adesso, chiusa in quella casetta al buio, iniziava ad avere paura. Iliam si accorse del timore della ragazza e cercò di calmarla chiamando una persona. Si rivolse a lei con il nome di Signora Madre e solo dopo quel flebile richiamo, Lilith avvertì dei leggeri passi farsi sempre più vicini. La luce filtrava da piccole fessure delle assi, formando dei raggi candidi che colpivano a caso alcuni punti della casa. Uno di loro colpì una piccola figura in un angolo, Lilith calcolò che doveva essere più bassa di lei, anche se era seduta. Una voce smielata e femminile le chiese di avvicinarsi. Lilith fece come le era stato chiesto, sotto la spinta gentile del giovane.
- Iliam, è davvero questa la giovane nel cuore di mio figlio?- Lilith ancora non riusciva a vedere il suo viso, ma dalla voce sembrava davvero essere molto più piccola di lei e ora che la vedeva più da vicino riuscì a rendersi conto delle dimensioni del corpo di quella donna. I suoi dubbi furono svelati non appena Iliam rispose con un mesto sì e la donna si rese visibile alla luce. Lilith rimase con il respiro sospeso a metà, quella persona era poco più che una bambina, piccoli occhi verde smeraldo e una riccia chioma corvina, dello stesso colore brillante di Malinar. Anche il viso esprimeva la sua giovane età, pelle lattea e morbida e un corpo ben delineato, anche se ancora leggermente acerbo. Lilith ipotizzò che non dovesse avere più di tredici anni, quindici al massimo. Era davvero lei la madre di Malinar? Lilith si sentì accarezzare una guancia dalla piccola mano vellutata di lei. Iliam le si fece vicino e le poggiò una mano sulla spalla. - Ora sai perché Malinar non è riuscito a farle del male.- La ragazza la fece sedere accanto a lei e Lilith rimase stupita dal buon profumo di rose che emanava, dolce e delicato, proprio come lei. Quella bambina non aveva nome, proprio come le aveva detto Iliam, ma persino Malinar la chiamava Signora Madre e a Lilith non risultò difficile trattarla come una specie di regina. Nonostante il suo aspetto era molto saggia, ogni parola usciva dalle sue labbra carica di significati nascosti. Non giudicò Lilith per essere stata con Malinar, anzi ne sembrava addirittura lieta, sperava che quella ragazza potesse salvare suo figlio dall’abisso della solitudine in cui era piombato per colpa sua.
- Il mio aspetto è stato scelto dal padre di Malinar, lui voleva che avessi queste sembianze, ma commise un errore. Il mio corpo non è abbastanza forte da sopportare altre gravidanze e dopo Malinar non fui più in grado di avere altri discendenti. Per questo decise che non ero più utile ed ordinò a mio figlio di uccidermi. Io non dissi nulla, sapevo che era quella la mia fine e non potevo tirarmi indietro, ma al mio posto lo fece Malinar.- Iniziò a piangere sotto gli occhi di Lilith e lei si sentì presa da quel dolore. Ora che sapeva il perché della scelta di Malinar, non riusciva a fare altro che pensare a lui, voleva rivederlo il prima possibile. Espresse questo desiderio alla madre, ma lei diventò cupa e i suoi occhi si scurirono come in preda ad un altro nascosto dolore. Fu Iliam ad intervenire, prese Lilith per il braccio e la spostò verso di se, anche sul suo viso c’era la stessa espressione. Quel silenzio gelò il sangue di Lilith, sapeva che Iliam le aveva tenuto nascoste delle cose, ma ora non era più tempo di rimanere in silenzio. Si fece più insistente e Iliam cedette dopo aver avuto il consenso della madre. La condusse fuori, Lilith fece un lungo respiro e continuò a camminare. Il cuore le batteva sempre più velocemente ad ogni passo. Iliam la portò davanti all’entrata di una grotta completamente coperta da piante rampicanti verdi e rigogliose, nonostante l’inverno inoltrato. Il giovane fece un gesto con la mano e si creò un’apertura nell’intrigo di fronde ed entrarono. C’era uno strano odore in quella spelonca, sembrava sangue rappreso e muffa, un tanfo tale da darle il voltastomaco. Lilith si strinse ad Iliam e lui la sentì tremare, aveva paura di quel luogo e ne aveva tutte le ragioni. Anche se ciò che vide davanti a se fu anche peggiore. Un intrigo di rovi dalle spine lunghe e taglienti, rami nodosi e robusti che si attorcigliavano sulla parete scoscesa della caverna. Tra i rami gocciolava un liquido rosso e viscoso, era sangue, ma peggiore fu vedere la figura di Malinar intrappolato tra le insidiose fronde. La testa penzolava verso il basso, aveva le mani intrappolate sopra la testa e le gambe strette nel labirinto di rami. Le spine gli penetravano le carni da cui usciva tutto il sangue, che lentamente colava verso il terreno, fermandosi in una vecchia conca di marmo nero. Lilith gridò, Malinar era bianco come un cencio ed immobile in quella prigione di rovi. Cercò di avvicinarsi, ma Iliam la fermò.
- Non puoi, lo so che è difficile, ma non devi toccarlo, potrebbe ucciderti.- Lilith guardò il giovane senza capire, come poteva Malinar fargli del male in quelle condizioni? - Quei rovi sono l’unica cosa che lo tengono in vita. Suo padre gli ha avvelenato la mente, se io lo libero la sete di uccidere lo corroderà fino ad esaurirlo del tutto. I rovi cercano di pulirgli il sangue, per questo non si rapprende della conca e lui non muore. Ma se ora tu ti avvicini sentirà il tuo odore, odore di essere umano e tutto quello che ho fatto sarà stato inutile.- Lilith cadde a terra in lacrime, batté forte le ginocchia sulla roccia della caverna, ma in quel momento il misero dolore che provava, era poco a confronto di quello del suo cuore. Cercò aiuto nello sguardo di Iliam, ma lo vide assente. Malinar si mosse leggermente, ma Iliam se ne accorse subito e cercò di portare via Lilith. Al contrario, lei si fermò non appena sentì la voce di Malinar pronunciare il suo nome. Si voltò e incontrò il suo sguardo stanco e sofferente. Iliam la esortò ad andare via, ma lei non aveva intenzione di lasciarlo solo. Malinar la chiamò di nuovo, la sua voce era un sibilo sommesso e pieno di dolore, chissà quali sofferenze doveva provare? Iliam la strattonò di nuovo e all’ennesima resistenza di lei, la caricò sulle spalle appena in tempo. Il colore degli occhi di Malinar era diventato rosso e iniziava ad agitarsi convulsamente. Se Lilith fosse rimasta ancora li si sarebbe liberato. Mentre Iliam la portava via, Lilith sentì il grido di dolore di Malinar, stava resistendo con tutto se stesso a quel dolore e l’unica cosa che lei poteva fare era stargli il più lontano possibile. La riportò dalla madre di Malinar e non appena la vide scoppiò in lacrime, Lilith l’abbracciò d’istinto perché sapeva che anche lei era disperata per il dolore a cui suo figlio era destinato. La notte passò coperta dai lamenti di Lilith, Iliam provò in tutti i modi a farla dormire, ma alla fine dovette darle un sonnifero per riuscire a calmarla. La ragazza crollò addormentata tra le braccia di Iliam, era stato scorretto, ma almeno poteva riposarsi un po’ anche lui. 

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