FanFiction su FullMetal Alchemist - Senza di lei Capitolo 11

11.
Il sogno di Riza (I)

Non so cosa mi succede, è come se mi trovassi sospesa a mezz’aria e non riuscissi a muovere neanche un muscolo… ricordo a malapena ciò che è successo… Dov’ero? … A casa mia… si e con me c’era Havoc… ah è vero! 
Avevo la febbre, era la sera in cui il colonnello ed io… mi viene da piangere solo a pensare che lui possa avermi usata senza provare nulla in realtà… 
No, però manca qualcosa alla mia mente, ai miei ricordi, come se ci fosse qualcosa che non voglio ricordare, ma che so di aver rinchiuso nel più profondo della mia mente. 
Cerco di sforzarmi, ma ho ottenuto solo un grande mal di testa… credo che se non mi calmo non riuscirò mai a fermare questo martellamento alle tempie. 
Devo respirare tranquillamente. 
Sono nel mio letto, chissà perché Hayate non fa baccano e non mi viene a chiedere la cena? Infondo l’ho addestrato bene. Provo a muovermi, ma non ci riesco, come se ci fosse un peso che mi blocca le mani, provo a vedere di cosa si tratta, sembra una persona. 
Si, una persona che dorme accanto a me… una persona… 

Mi alzo di scatto quasi spaventata e guardo chi ho di fianco spostando le coperte, il mio cuore ha un sobbalzo quando gli vedo il viso, com’è possibile? 
- Colon … Roy.- lo dico così piano che quasi temo non mi abbia sentito, ma lui si sposta piano, apre gli occhi e mi guarda dolcemente, facendomi un sorriso. 
- Buon giorno tesoro mio! Hai dormito bene? Ti sei agitata molto per la febbre.- Si siede al mio fianco, scoprendosi completamente, non indossa nulla se non un paio di boxer neri. 
Non capisco cosa succede, eppure non mi sento in imbarazzo a stare davanti a lui. Mi appoggia una mano sulla fronte e mi sorride dicendomi che la febbre è scesa finalmente e che posso alzarmi. Lo fa prima lui però, si gratta la testa e sbadiglia soddisfatto, sembra un gattino arruffato a volte. 
- Ti preparo una bella e sostanziosa colazione così riprendi le forze.- Inizia a camminare verso la porta, ma all’improvviso lancia un gemito e cade a terra reggendosi il piede. Mi alzo anche io e mi avvicino a lui per vedere cosa è successo. Sulla pianta del piede ha conficcato un piccolo, ma appuntito, pezzo di vetro, esce del sangue che pulisco subito e poi tolgo la scheggia cercando di non fargli male. - Chissà come ci sarà finito un pezzo di vetro qui a terra?- fa lui gemendo per il dolore, sta esagerando, ma capisco che vuole solo essere consolato. 
Lo accarezzo dolcemente e corro in bagno a prendere del disinfettante, mi appoggio al lavandino aprendo l’armadietto dei medicinali, ma ho come una strana sensazione. Un pezzo di vetro in camera mia come può esserci finito? L’unica cosa di vetro è lo specchio che ho alla parete, ma non è scheggiato. Corro in camera a controllare, lo cerco ma non c’è nulla. 
- Cosa cerchi tesoro mio?- Mi chiede cercando il disinfettante che ero andata a prendere, glielo porgo, ma rimango a fissare la parete vuota, come se mancasse qualcosa. 
- Non c’era uno specchio li? Si è rotto per caso?- 
- No tesoro, ma se lo desideri possiamo uscire a comprarne uno, infondo non starebbe male.- 
Gli rispondo con un sorriso, la strana sensazione non è passata, ma alla fine cerco di non farci caso. Improvvisamente sento dei passi confusi, veloci, ma leggeri. 
Fanno un gran baccano, forse qualcuno si è introdotto in casa e la cosa mi fa letteralmente tremare di paura. 
- Ragazzi piantatela con questo baccano o i vicini si lamenteranno di nuovo!- Grida lui cercando una risposta, ma ottiene solo un leggera risatina ironica. A chi si starà riferendo?- La mamma si è svegliata e sta bene oggi!- 
A quella frase ho un sussulto. 
Mamma. 
Ma che sta succedendo, è tutto così strano, ma è naturale, come quando mi sono resa conto che Roy dormiva al mio fianco. Dalla porta della stanza sbucano due visi, sono dei bambini, uno ha gli occhi color del miele, mentre l’altro li ha azzurri come il cielo. 
- Mamma!- lo gridano così forte che quasi mi feriscono le orecchie. Mi corrono incontro e mi abbracciano forte, stringendosi alla camicia da notte che indosso. Non so perché, ma riescono a scaldarmi il cuore e li accarezzo normalmente, come farebbe una madre con i propri figli. 
- Ed, Al che avete di prima mattina?- Chiede Roy cercando attenzione dai bambini. Non devono avere più di otto anni e sono dolcissimi, uno di loro ha il pigiama completamente zuppo, forse hanno combinato qualcosa. 
- Volevamo preparare la colazione alla mamma, ma come al solito il fratellone ha voluto fare le cose da solo e ha combinato un disastro, si è buttato un’intera bottiglia di latte addosso!- 
- La colpa è tua Al, che non mi hai lasciato in pace e poi a me il latte non piace!- Aveva le lacrime agli occhi e la cosa mi ha intenerito. Lo sollevo da terra esaminando il danno e poi lo stringo tra le braccia. Non è per nulla pesante, sembra così piccolo che mi si avvinghia addosso come una piovra. - Facciamo così, adesso Al e il papà vanno a preparare la colazione. Noi andiamo a cambiarci e poi rimettiamo in ordine la cucina.- 
Mi sorride felice e fa una smorfia al fratellino che ci rimane male. Andiamo in bagno e lo appoggio su un piccolo sgabello in legno. C’è qualcosa in me che mi chiede di fermarmi e ragionare sulla situazione, so che c’è qualcosa di tremendamente sbagliato in quello che sta succedendo eppure non voglio pensarci. 
Ho paura, un timore celato nel profondo della mia anima, paura di soffrire se scopro che tutto questo non è altro che mera finzione. 
Non voglio pensarci… Non voglio pensarci… non voglio! 
Faccio un lungo sospiro e inizio ad occuparmi del piccolo. Apro l’acqua della doccia e gli tolgo il pigiama, costringendolo a mettersi sotto il getto caldo e a lavarsi per bene. 
- Sono pulito adesso posso uscire!- Mi richiama con un sorrido dolcissimo e io lo copro con un grande asciugamano prendendolo nuovamente in braccio. Mi stringe a se come se non mi vedesse da anni, come se temesse di perdermi da un momento all’altro. 
- Mamma che ti prende? Ti vedo strana, stai ancora male?- La sua voce è accorata e mi accarezza il viso mentre lo chiede, gli rispondo con un sorriso e lo poggio a terra, chiedendogli di asciugarsi. 
- Adesso vai in camera e cambiati, ti aspetto in cucina.- 
Non faccio in tempo a dirlo che lo vedo correre via come un fulmine, completamente nudo, agitando l’asciugamano al vento, come se fosse un specie di mantello da supereroe. Sento Roy che lo richiama e sorrido, questa tranquillità è la cosa che più ho desiderato al mondo e mi piace questo clima familiare, non vorrei mai perderlo.
La giornata scorre tranquilla, facciamo colazione tutti insieme e poi mando i bambini a scuola. Ed ha otto anni, mentre Al ne ha sette e Roy fa spesso battute su questo, come se non fosse stato naturale avere due bambini così vicini. Rimaniamo a casa da soli, io e lui. Riordino la cucina e lui mi osserva rapito dai miei movimenti. Mi sono cambiata indossando un semplice vestito marrone senza maniche e lungo fino alle ginocchia. Mi ha fermato quando ho cercato di legare i capelli e la frase che mi ha detto mi ha lasciato senza parole. 
- Quante volte dovrò chiedertelo ancora? Sai che non mi piace quando leghi i capelli, è come se mi portassero indietro nel tempo, a quando per me eri solo un sottoposto e io un stupido colonnello che pensava solo a salire di grado.- 
Mi da un bacio e corre in camera a cambiarsi. Non so perché mi ha detto quelle cose, non ho ricordi in merito, come se non sapessi neanche che fosse un soldato. Lo aspetto e lo vedo rientrare in cucina, indossa una divisa blu piena di medaglie sul petto. Quindi è ancora un soldato. 
- Io devo andare in ufficio, sono anche in ritardo. Di certo questo non è il comportamento di un comandante supremo quale sono, ma non mi importa. La mia famiglia viene prima di ogni cosa!- Scappa via dopo avermi baciato e chiude la porta. 
Comandante Supremo! 
Questa parola mi risuona nella mente con forza. No, c’è qualcosa di orribilmente sbagliato in tutto questo e ora che sono sola me ne rendo conto, non posso più appoggiarmi ai suoi baci o agli occhi dei bambini.
Sento dolore dappertutto, le gambe e i polsi mi pulsano, lanciandomi fitte terribili tanto che non riesco a stare neanche in piedi. Cado in ginocchio e le lacrime mi scendono copiose dagli occhi. Il perché non lo so, ma è troppo doloroso. Mi sdraio su un fianco cercando di fermare il dolore e il pavimento freddo mi da un po’ di sollievo, ma non basta a farlo fermare. Poi sento bussare alla porta. Non riesco neanche a muovermi ne a chiedere chi sia. Non emetto un gemito, rimango ferma in quella posizione senza fare nulla. La porta si spalanca di colpo e sento una voce maschile che si avvicina a me. La ricordo, quella voce è presente nella mia memoria, ma non riesco a capire di chi sia. Mi sento sollevare da terra e portare fino in camera, mi adagia dolcemente sul letto e mi chiama cercando una risposta. 
- Riza! Riza mi senti? Dimmi qualcosa ti prego!- Non è Roy, sembra una voce più matura. Apro piano gli occhi e intravedo i suoi, verdi come due smeraldi, ha un viso maturo dai lineamenti marcati, con una punta di barba sul mento. 
- Ma…Maes…- Lo dico con un filo di voce, il cuore mi batte così forte che sembra volermi uscire dal petto e correre da lui. Mi alzo di colpo e lo abbraccio d’istinto, come per capire se è solo un’illusione. 
- Calma! Mia moglie sarà gelosa, non deve scoprire la nostra relazione!- 
- Scemo, ti va sempre di scherzare!- Continuo a piangere premendo la fronte contro la sua spalla, non voglio lasciarlo e se dovesse sparire sarebbe un dolore che non sopporterei.
- Mi sono spaventato quando non mi hai risposto. Roy mi ha detto che non stavi bene e mi sono agitato. Se ti dovesse accadere qualcosa, Roy morirebbe insieme a te e a bambini poi chi ci pensa!- Lo lascio e mi asciugo il viso, mi chiede se sto bene e gli dico di si. Non sento più lo stesso dolore di prima, ora che non sono sola, tutto è scomparso improvvisamente. 
- Perché sei venuto qui? Roy è uscito proprio qualche minuto fa.- 
- Lo so, sono venuto solo per chiederti una cosa poi vado anche io in ufficio. Da quando Roy è comandante supremo e io generale, le cose vanno molto meglio e il lavoro non è poi molto, ma queste cose le sai.- No, non le sapevo, ma feci finta di nulla annuendo e chiedendogli cosa voleva chiedermi. Esitò qualche secondo, si guardò intorno osservando la stanza, come se anche per lui ci fosse qualcosa di sbagliato. - Proprio non te ne rendi conto vero? Oppure lo sai, ma fai comunque finta di niente.- 
- Cosa vuoi dire, di che dovrei rendermi conto?- Capivo eppure non volevo ammetterlo, qualcosa era sbagliato e lui lo sapeva, forse perché io credevo fosse morto e ora invece era vivo, fermo davanti a me, che mi sorrideva come un tempo. 
- Dammi la mano…- Faccio come dice, allungando la mano verso di lui. La stringe e vi posa un leggero bacio, poi la gira con il palmo rivolto verso l’altro. - … Mi dispiace…- 
Lo vedo eppure non riesco a reagire, alza l’altra mano in cui regge un piccolo coltello affilato, poggia la lama sul mio polso e lo taglia con forza. Non sento dolore, ma il sangue esce velocemente, formando dei piccoli ruscelli rossi che mi scorrono su braccio e cadono a terra in piccole pozze. Alzo lo sguardo verso di lui, sta piangendo per me e per quello che mi ha fatto, ma non fa male. Almeno fino a che il suo viso non perde completamente i suo lineamenti e diventa quello del mio Roy, che mi sorride beffardo e soddisfatto di quello che mi ha fatto.
Ora si che sento dolore. Ogni parte di me lo avverte, mentre il viso della persona che ho davanti cambia ancora e assume le sembianze di un ragazzino pallido dagli occhi viola e lunghi capelli scuri. Il suo sguardo è cattivo e so che vorrebbe continuare. 
- Così va la vita mia cara, non puoi dimenticare le cose che sono accadute sostituendole con altre. Tu sapevi che non era vera la realtà che ti stavi costruendo eppure hai continuato a far finta di nulla.- 
- Perché? Cosa vuoi da me?- 
Ora il dolore è diventato insopportabile, ha ferito anche l’altro braccio e io non l’ho fermato, continuerà finche non ammetterò che tutto ciò non è vero, ma non voglio farlo infondo è quello che ho sempre voluto…



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