FanFiction su FullMetal Alchemist - Senza di lei Capitolo 17

17.
Accettare...Odiare...Fuggire!

Le aveva detto che sarebbe morta. Forse lui voleva solo questo da lei, voleva vederla morire e rimanere ad osservare il viso di Ed soffrire. Più che invidia questo sembrava puro sadismo. Sapeva che avrebbe fatto di tutto pur di avere la sua soddisfazione, che avrebbe preso per se qualsiasi cosa pur di vederlo morire, compresa lei. Per questo la teneva chiusa in quella bellissima stanza da tempo, aveva provato persino ad affacciarsi a quella che era solo una falsa finestra, oltre il vetro c’era solo un muro scuro. Faticava persino a capire come riuscisse a respirare, eppure, chiusa in quella vestaglia di seta, era ancora viva. Aveva spento le luci, rimanendo solo con una piccola lampadina accesa, che faticava perfino ad illuminarle il viso, era in piedi davanti a quella finestra, con una mano reggeva la tenda e con l’altra si sistemava i lunghi e biondi capelli. Lui le aveva proibito di legarli, le aveva detto chiaramente che ora apparteneva a lui e che sempre lui, la voleva in quel modo, semplice e debole. Sentì la serratura della porta girare, ma non si voltò verso la porta ad osservare chi fosse, lo sapeva e basta.
- Ti ho portato la cena, non voglio farti dimagrire troppo.- Parlava sempre con quel tono di malizia e cattiveria, ma lei ci stava facendo l’abitudine ormai e non ci faceva neanche più caso.
- Grazie.- rispose flebilmente. Udiva il rumore dei suoi passi che si avvicinavano a lei, poi la mano gelida che si posava sulla sua spalla nuda.
- Ti ho sentita cantare prima, per chi lo facevi?- le chiese a bassa voce, avvicinando il viso al collo di lei e soffiandoci sopra, la sentì rabbrividire.
- Volevo semplicemente farlo, mi sentivo sola.- Era una bugia. Quando aveva aperto gli occhi dopo un lungo sonno e si era alzata da quel letto andando alla finestra, in quel preciso istante, quando aveva visto ogni via d’uscita a lei ormai preclusa, e mentre le lacrime le scendevano dagli occhi inumidendole il viso, aveva iniziato a cantare quella canzone. Non sapeva neanche che fosse in grado di farlo, ma in un certo senso, come in quei film d’amore dove la persona desiderata corre al suono della voce di lei, così Winry sperava che anche Ed la sentisse e corresse da lei.
- Canta ancora, ma fallo solo per me.-

" Lost in the darkness 
Hoping for a sign 
Instead there's only silence 
Can't you hear my screams? 
Never stop hoping 
Need to know where you are 
But one thing's for sure 
You're always in my heart 
 I'll find you somewhere 
I'll keep on trying 
Until my dying day 
I just need to know 
Whatever has happened 
The truth will free my soul" 



E lui ascoltava, sentiva quelle parole scivolare sul suo falso cuore e toccarlo, scaldarlo in qualche modo, nel profondo. Le prese la mano costringendola a sedersi sulle morbide lenzuola del letto e lui si accomodò accanto a lei, osservando le sue labbra che si muovevano a ritmo di quelle parole, era così bello vederla cantare, che quasi potè udire anche la dolce musica che l’accompagnava. Non si era mai sentito in quel modo, era lei a farlo vacillare e a farlo sentire insicuro. Come poteva riuscirci, una semplice ragazza che fino a pochi giorni prima odiava con tutto se stesso?
- Cosa vuoi da me Envy? Se vuoi uccidermi fallo io non mi tirerò indietro, servirà solo ad allontanare Ed da te.-
- Io voglio te e nient’altro, solo te, ma senza il fantasma di lui nella tua mente.-
- E se mi avrai, lascerai in pace Ed? Se io ti accettassi, tu smetteresti di fargli del male?- Per lei, pronunciare quelle parole furono come togliersi la vita, eppure non conosceva altro modo, non c’era altro modo per allontanarlo da lui. Envy le spostò il viso dalla sua parte, cercando in quegli zaffiri un significato a quelle parole, ma non trovò che un abisso turchese in cui presto si perse. Gli occhi di quella ragazza erano diventati freddi, proprio come i suoi, privi di qualsiasi calore.
- Lo fai solo per lui e io non lo accetto!- fece lui lasciandola in malo modo, la ragazza ricadde in avanti, battendo la fronte contro il petto di lui. Neanche da così vicino riuscì a sentire il suo cuore, ma ormai aveva deciso. Si aggrappò alla piccola ed aderente maglietta nera di lui e si portò proprio davanti al suo viso pallido.
- Lo faccio per me, non voglio più soffrire.- Lentamente, come se fosse un peccato farlo, poggiò le labbra su quelle di lui e lo convinse a baciarla. Questa volta lo aveva fatto lei e a questo gesto non potè sottrarsi, Envy rispose subito con vigore.
“… lo faccio perché questo è l’unico modo per salvarlo… perdonami Ed…” 
- Ti accetto per quello che sei, umano o meno. Rimarrò fino alla fine con te.- Sul viso pallido di Envy si delineò un sorriso, per la prima volta spontaneo, che esprimeva solo felicità. Si, era felice, era riuscito ad averla senza costringerla, aveva ceduto e ora gli apparteneva. Non si era spinto oltre, avrebbe voluto averla completamente, ma non lo fece. Era ancora troppo presto e lei non era pronta. Per una volta nella sua vita aveva pensato ad altri che non fosse lui, non voleva vederla piangere. Eppure non sapeva, non si era accorto che lei, chiusa nuovamente in quella stanza scura, non stava piangendo, ma china sul letto aveva iniziato a fregarsi forte te labbra con le mani, tanto che erano diventate rosse e il labbro inferiore aveva iniziato a sanguinare. Si rannicchiò quando non le sentì più sensibili e si strinse su se stessa, dicendo addio per sempre ad Ed.

- Siete tornati.- disse lei sorridendo. Entrambi, ancora sulla soglia della porta, ebbero una stretta al cuore davanti al suo sincero sorriso. Lei gli chiese di avvicinarsi, era seduta sul letto, ma si era vestita, indossava una gonna scura e una camicetta, donatele da Glacyer. Aveva lasciato i capelli sciolti, che le ricadevano morbidi sulle spalle, e per un attimo faticarono a riconoscere in lei il tenente che avevano sempre visto.
- Dobbiamo parlare. Riza io…- fece Ed avvicinandosi a lei e prendendole la mano.
- Perché mi chiami così Ed? Tesoro che succede?- Lo aveva chiesto a Roy e lui aveva distolto lo sguardo, non era riuscito a guardarla in viso per la seconda volta.
- C’è una cosa che devi sapere, una cosa importate Riza e devi ascoltarci.- Entrambi si sedettero davanti a lei, la fissarono per qualche minuto senza dire una parola, come se tutte le cose che avrebbero dovuto dire, fossero sparite davanti a quel viso gentile e dolce, davanti a quegl’occhi che guardavano Roy con tanto amore e Ed con affetto. Lui per primo ne rimase paralizzato, in quel momento sembravano davvero gli occhi di una madre, ma non potevano tacere, non potevano mentire ancora.
- La verità è che io non sono tuo figlio.- lo aveva detto tutto d’un fiato, sperando che il dolore di quelle parole fosse altrettanto veloce, ma non fu così.
- Perché parli in questo modo Ed, non capisco. Roy, ti prego spiegami perché Ed si comporta in questo modo.- Chiedeva aiuto, ma non lo ebbe. Anche Roy fu veloce con lei. - Tesoro ti…-
- Non chiamarmi così ti prego, altrimenti diventa impossibile.- Deglutì abbassando lo sguardo, non voleva vedere l’espressione scioccata della donna, che naturalmente non capiva nulla e voleva che quello brutto scherzo finisse il prima possibile.
- Io non sono tuo marito, non lo sono mai stato e lui non è tuo figlio. Tu in realtà sei il tenente Hawkeye, mio diretto sottoposto, il colonnello Roy Mustang nonché un alchimista di stato.-
- Bugiardo!- lo gridò sgattaiolando dalla parte opposta del letto e chiudendosi in un angolo della stanza, aveva portato le mani davanti alla bocca, come se si fosse pentita di aver gridato, ma le lacrime le solcavano ancora il viso. - Bugiardo! Ed, piccolo mio ti prego digli anche tu che…-
- Il mio nome è Edward Elrich, sono il Fullmetal Alchemist, sono solo un cane dell’esercito che non ha avuto la forza prima di dirti la verità.-
- Ma che dite, perché mi state facendo questo?-
- Stiamo solo cercando di aiutarti, non voglio che tu…- Roy si era alzato provando ad avvicinarsi, ma lei lo aveva scacciato gridando ancora una volta. Quei lamenti furono sentiti da troppe persone e quando un medico aprì la porta per vedere cosa stava accadendo, in quel momento Riza intravide una grande armatura ferma davanti all’entrata.
- Che sta succedendo?- Disse Al, dimenticandosi completamente delle avvertenze che il colonnello gli aveva dato. Così quando Riza sentì la voce di quello che credeva essere il suo defunto figlio Alphonse, uscire da quella gigante armatura, ne rimase sconvolta.
- Al, tu non puoi essere il mio Al, ma la tua voce…- Scacciò ancora una volta Roy, che cercava di fermarla e si allontanò nuovamente. - Voi, state solo cercando di confondermi, dove sono i miei figli e mio marito? Se Maes fosse qui, lui ti farebbe ragionare e…-
- Ora smettila, Maes è morto! Lo hanno ucciso e tu eri con me al suo funerale, mi hai visto piangere davanti alla sua tomba!- Non aveva resistito, non era riuscito a controllare il suo cuore, non voleva vederla in quello stato, così debole e fragile. Quella non era la Riza che conosceva, non era la donna fiera e sicura di se, che avrebbe fatto di tutto per proteggerlo, quella non era che una falsa immagine di lei. - Io rivoglio la mia Riza, rivoglio indietro la donna che amo da sempre. Tu non sei lei e devi ricordarti chi sei realmente!- Dopo quelle parole cadde in ginocchio privo di forze, ogni muscolo del suo corpo aveva ceduto a tutto quello stress. Ed provò ad aiutarlo, ma non ne fu capace, quando lei rispose a quelle parole.
- Io… io ti odio! Tu maledetto come puoi farmi questo, ti ho dato la mia vita, sono sempre stata con te, ti ho dato tutta me stessa e mi tratti in questo modo? Sei un mostro!-
- Riza ti prego cerca di calmarti!- Ed provò a trattenere la donna, ma anche con lui fu spietata, lo scacciò violentemente facendolo sbattere contro il letto. - E tu chi sei? Il mio bambino era innocente e puro, tu invece sei proprio come lui! Perché mi avete riportato indietro se dovete farmi vivere questo inferno?- Non ricevette che un silenzio vuoto, privo di qualsiasi sentimento. In quel momento non riuscì a capire se stesse ancora sognando o se fosse vero, ma ora era davvero sola. Anche se in quella stanza con lei c’erano le persone che più amava al mondo, era sola. Il suo cuore era vuoto, debole il suo respiro eppure non voleva più restare in quella stanza, non voleva più vederli perché quelli per lei, non erano nessuno.
Corse via, una fuga dettata dalla ferita che pulsava a livello del cuore, uscì dall’ospedale senza trovare resistenza, come se non importasse se non fosse più tornata, in realtà non era così. Mustang non riusciva a darsi pace, perché le aveva detto quelle cose, perché sentirla parlare in quel modo gli dava solo fastidio? Invece di capirla, comprendere la sua confusione, le aveva gettato la verità addosso, come olio bollente che corrode le carni. E poi, quel ti odio, gridato con tanto rancore. Forse era così che doveva andare, forse era quello il destino che doveva subire, non avrebbe mai dovuto avvicinarsi a lei.
- Colonnello! Colonnello Mustang per la miseria si riprenda!- Ed cercava di svegliarlo, lo scuoteva leggermente cercando di richiamarlo indietro, ma non riusciva a smuoverlo. - Sei solo un idiota! Lo capisci che lasciarla andare via in quel modo è pericoloso!- Nulla. Non reagiva a nulla. Era fermo e immobile, inginocchiato a terra, che si reggeva la fronte con entrambe le mani.
Al contrario lei correva, muoveva le gambe utilizzando le ultime forze che possedeva, il resto era stato lui a toglierglielo. Quegli occhi onice, quelle labbra e quel corpo che ancora poteva sentire su di se, l’avevano rifiutata e ora di lei e di quello che pensava, non rimaneva che solo polvere. Forse scappare via in quel modo non avrebbe risolto proprio nulla, ma non era riuscita a reggere quel silenzio, non ne aveva la forza.
Edward invece, dopo aver cercato inutilmente di smuovere il colonnello, aveva deciso di correre a riprenderla. Lui sapeva che farle accettare quella realtà sarebbe stato troppo difficile, eppure pensava a come sarebbe stato farle credere realmente di essere suo figlio. Gli mancava il calore di un abbraccio materno e lei sapeva dargli quell’affetto, ma sarebbe stato solo un falso e non poteva mentirle in quel modo. Quella donna era sempre stata presente da quando era diventato un cane dell’esercito, era stata l’unica che a volte riusciva a dirgli qualcosa di realmente sensato, che riusciva a calmarlo. Non poteva lasciarla sola in quel momento, era stato come ferire la propria madre e il suo cuore non lo permetteva.
Quando le gambe non ressero più lo sforzo della corsa cadde a terra riuscendo a malapena a respirare, la pioggia aveva ripreso a battere la città, i capelli le si erano incollati al viso e i vestiti così bagnati erano molto fastidiosi. Chissà cosa stavano pensando le persone che passeggiavano per la strada, coperte dall’ombrello, nel vedere una donna distrutta e in lacrime correre come una pazza. Era così confusa e ferita che di certo quello di essere presa per una pazza era l’ultimo dei suoi pensieri, ma ora cosa avrebbe fatto? Era scappata improvvisamente lasciando tutti basiti dal suo comportamento e ora non sapeva cosa fare.
- Oh mio dio Riza! Ma cosa!- Non appena quella voce era giunta alle sue orecchie, aveva spalancato gli occhi come se fosse stata colpita alla sprovvista. Quella voce calda e forte, che lei conosceva bene, la stava facendo piangere ancora di più. Quella persona si era piegata verso di lei, proteggendola con un ombrello scuro e le aveva poggiato sulle spalle un cappotto caldo, stringendola in un lieve e piacevole calore affettuoso. - Quando ti sei svegliata? Mia moglie non mi ha detto niente.-
- Maes. Come…- parlava a fatica e per lei fu ancora più difficile quando lo vide in faccia, i suoi occhi verdi così buoni e dolci, quella punta di barba e i capelli leggermente umidi dalla pioggia. Era davanti a lei e non come avevano detto, non era morto e ora poteva stringerlo a se.
- Cosa è successo Riza, come mai Roy ti ha lasciata uscire in questo stato? Sei gelata e bagnata come un pulcino.- la prese di peso da terra, stringendola forte, la chiuse tra se e il cappotto che le aveva prestato. - Vieni ti porto a casa così mi racconti.-
Come una bambina tra le braccia di suo padre, Riza si accoccolò in quell’abbraccio così caldo e si lasciò cullare da quella premura. Chiuse gli occhi addormentandosi in pochi minuti e lasciandosi trasportare senza pensare a nulla che non fosse la vicinanza del suo migliore amico.

Ancora chiusa in quella camera aveva smesso di agitarsi da qualche ora, ormai tutto le scivolava addosso come se nulla fosse, persino quel bacio che l’aveva così turbata, nonostante fosse stata lei stessa ad agire, ora non era più importante. Aveva fatto una scelta e quello ora era il suo destino, doveva dimenticare ogni cosa, togliersi dalla mente le persone che amava e far in modo che quei visi non la turbassero più, doveva diventare fredda e distaccata, doveva essere come lui la voleva. Ora le si prospettava l’ultima sfida, come avrebbe reagito? Il silenzio della stanza fu bruscamente interrotto dal rumore di passi veloci, che provenivano dall’esterno. Sentì qualcuno poggiarsi alla porta e cercare di aprire la maniglia. Si alzò dal letto in attesa di vedere chi fosse, forse era nuovamente Envy oppure un suo compagno, anche se fino a quel momento non ne aveva mai visti nessuno.
- Winry? Winry sei li dentro?- Rimase come paralizzata quando riconobbe quella voce, era quella di una donna, quella del sottotenente Ross. Non riuscì quasi a credere che potesse essere realmente lei, si era quasi convita che fosse morta dentro quella stanza gelida, dove anche lei aveva ceduto.
- Sottotenente Ross, è lei?- La donna fuori dalla camera rispose con un si deciso, ma in quel momento Winry riportò alla mente la facoltà di Envy, lui poteva mutare il suo aspetto a piacimento e si era già trasformato in lei. Per questo non poteva essere per nulla sicura che fosse la vera.
- Winry meno male! Apri la porta, dobbiamo andarcene ora che non c’è nessuno! Apri ti prego o sarà tardi!-
- Io… io non posso! La porta è chiusa da fuori.- Si era avvicinata alla porta nel frattempo, poggiandosi ad essa. Ascoltava la voce che la chiamava da fuori e non riusciva a capire se fosse vera o meno.
- Ma Winry, tu sei un meccanico sarai capace di aprire una serratura! Ti ha fatto del male? Sei ferita per caso?- Era preoccupata, e da dentro Winry sentiva la voce del sottotenente tremare dalla fretta e dalla paura. Non era Envy. Lui non aveva questo timore e non sapeva simularlo in quel modo realistico. Eppure era riluttante, anche quello poteva davvero essere il momento adatto per scappare.
- No io non posso! Lei vada e dica ad Ed di non cercarmi. Non mi accadrà nulla, ma lui non deve più avvicinarsi ad Envy!- Dire che il sottotenente era sorpresa era dire poco. Winry non voleva andare via e lei non ne capiva il motivo. - Se vuoi te lo spiego io il perché?- La donna si voltò di colpo trovandosi davanti un ragazzo vestito in modo strano, dalla pelle chiara e due occhi lilla. La guardava sorridendo, come se fosse pienamente compiaciuto delle parole sentite da Winry. Tirò fuori una chiave e aprì la porta, avvicinandosi alla ragazza, le passò un braccio sopra le spalle, stringendola a se. Il sottotenente era ferma a guardare quella scena. Era riuscita a scappare dalla prigione per qualche strano miracolo, quando aveva riaperto gli occhi aveva visto la porta socchiusa e la temperatura si era stranamente alzata. Che lo avessero fatto per farla assistere a quella scena orribile? Winry non riusciva a tenere gli occhi alti verso di lei, ma al contrario quello strano ragazzo la guardava con fierezza.
- Che significa questo? Winry ti prego spiegami il perché!- Era stanca, faticava persino a parlare, ma si era trascinata a forza fino a quel punto di quella strana casa per cercarla e ora era costretta a sentire un suo rifiuto.
- Io non posso andarmene, lei non avrebbe dovuto sprecare tempo a cercarmi.- A quel punto Envy si staccò da lei avvicinandosi alla donna, la prese di peso per le spalle, come se non pesasse affatto.
- Ora è tempo di farti fuori, credo che tu abbia visto anche troppo.-
- No Envy! Avevi promesso, avevi promesso di non far del male a nessuno!- Winry si era gettata su di lui, prendendolo per il braccio e cercando di fargli lasciare la donna. Envy lasciò la presa in malo modo, facendola cadere a terra e strinse ancora una volta la ragazza, era strano per lui non vederla piangere, non uscivano più lacrime da quegl’occhi cristallini e un po’ gli dispiaceva, ma quella determinazione era per lui molto importante. In quel momento da dietro apparve la figura di una donna alta e bella, vestita di nero. Il viso di quella donna era fin troppo conosciuto agli occhi di Winry, ma lei non fece in tempo a sorprendersi, che immediatamente il sottotenente venne colpita alla sprovvista, perdendo i sensi.
- Che hai intenzione di fare con lei Envy?- chiese Sloth incrociando le braccia sul petto e guardandolo in modo truce.
- Occupati della mia compagna, penso io a lei.- Detto questo si precipitò sul corpo della donna e la prese appoggiandola sulla spalla destra, chiuse la porta con dentro le due donne e andò via. Winry rimase fissa ad osservare quel volto, era la madre di Ed non poteva di certo sbagliarsi, ma allo stesso tempo non lo era.
- Signora Trisha? Lei è…-
- Il mio nome è Sloth, non chiamarmi con altro nome se non questo.- Rispose risoluta, ma Winry si accorse che, anche se in modo quasi impercettibile, sentirsi chiamare con quel nome l’aveva ferita.
- Sloth, credi che Envy ucciderà il sottotenente Ross?-
- Se tu gli hai detto di no, non lo farà. Credo che tu sia l’unica che riesca a farlo stare buono.- Le rivolse un debole e stanco sorriso, come se cercasse di rassicurarla, ma non fu molto brava. Anche lei, come Envy, faticava a capire i sentimenti umani, eppure quella che aveva davanti era la donna bella e gentile che conosceva da quando era piccola, quella per cui Ed e Al avevano commesso un grande peccato e quello era il risultato.
- Perché?- Chiese lei improvvisamente, ma Winry non riuscì a capire il significato di quella domanda. - Puoi ingannare lui, ma non me. Non sei di certo innamorata di Envy, da scegliere di rimanergli accanto di tua volontà. Allora perché non sei scappata quando potevi?-
- Non è proprio così. Lui non mi ha costretta, avrei potuto continuare a negarmi per sempre e forse un giorno mi avrebbe uccisa, magari nel momento in cui Ed fosse venuto a salvarmi. Se le cose devono andare in questo modo allora preferisco essere io a scegliere il mio destino.-
- Hai accettato Envy solo perché non vuoi morire o perché vuoi salvare i miei figli da lui?-
- Non lo so, l’ho fatto e basta!- Forse era la realtà o forse non lo era, ma non poteva neanche ammettere a se stessa il motivo per cui aveva agito in quel modo. Sapeva solo che Envy ora prendeva in considerazione quello che lei le chiedeva, in qualche modo, avrebbe potuto avere una possibilità di fermare la sua furia. Forse poteva donargli qualcosa, forse poteva fargli capire che la rabbia che covava nel cuore era insensata. Eppure ora lo comprendeva un po’ di più, sapeva che l’unico suo desiderio era quello di diventare un essere umano, era stato richiamato indietro e chiuso in quel corpo a metà, senza una vera vita. Lei ora, gli avrebbe fatto dimenticare quella terribile vendetta che si covava dentro.
- Envy ha portato un’altra donna in casa poco fa.- fece Sloth interrompendo il filo dei pensieri di Winry e facendo in modo che la ragazza le prestasse la massima attenzione. - Deve essere successo qualcosa, mi ha detto di averla trovata in uno stato orribile e che si è trasformato nel tizio che ha ucciso pochi mesi fa e l’ha portata qui. Tu la conosci bene, è la donna del Flame Alchemist.-
- La signorina Riza?- Sloth annuì semplicemente.- Come è possibile? Era in coma e non poteva di certo spostarsi dall’ospedale!-
- Non credo tu possa capire a fondo quello che è accaduto, ti basti sapere che Edward ha scelto di salvare quella donna anziché te, ha tentato una trasmutazione alchemica molto pericolosa, rischiando anche la vita.-
A quelle parole Winry non riuscì a rispondere. Non capiva nulla di alchimia, ma aveva imparato bene che quando quella scienza veniva a contatto con esseri viventi il risultato non era dei migliori e una prova l’aveva proprio davanti ai suoi occhi. Possibile che Ed avesse commesso di nuovo lo stesso peccato? Possibile che non si fosse preoccupato minimamente di lei?
Fino a quel momento pensare che Ed la stesse cercando, pensare che lui si stava preoccupando per la sua vita, per quella ragazza che con un solo gesto era riuscito a far sentire importante, era stata la sua unica salvezza. E invece si era solo sbagliata. Lui aveva preferito nuovamente quella dannata alchimia a lei.
- Posso vedere la signorina Riza per favore?- chiese dopo qualche minuto di silenzio. Sloth acconsentì e la condusse in una stanza vicina, identica alla sua. Nel corridoio Winry aveva osservato bene la casa, sembrava una di quelle ville antiche, c’era un forte odore di chiuso e alcune porte che vedeva al piano inferiore erano sbarrate.
Entrò nella camera osservando il corpo di Riza steso sul letto, dormiva profondamente, era ancora umida a causa della pioggia, ma non era quello che catturò l’attenzione di Winry. Nonostante non fosse mai entrata nella camera dell’ospedale, conosceva bene le sue condizioni, ma sul copro che vedeva ora, non c’era alcun segno. Sembrava in perfetta forma, se non per il colorito pallido del viso. Decise che si sarebbe occupata di lei. Quando Envy tornò a chiamarla, chiese il permesso di rimanere in quella stanza.
L’homunculus accettò senza dire nulla, darle qualcosa da fare per uccidere il tempo era la cosa migliore, le riferì che aveva lasciato il sottotenente Ross in un posto dove l’avrebbero trovata facilmente. Questo fece capire alla ragazza che Envy voleva far sapere ad Ed che lei aveva scelto un’altra persona, che lo aveva fatto di sua volontà. In quel momento pensò che forse era meglio se non si fossero più visti.


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