FanFiction su FullMetal Alchemist - Senza di lei Capitolo 20

20.
Si comincia!

- Non ero del tutto priva di coscienza quando mi ha portato in quel posto orribile,  mi ha trasportato sulle sue spalle, come se fossi una piuma. - Maria Ross aveva il viso contratto in un’espressione di dolore, era impallidita e gli occhi le si erano arrossati. Ed la osservava preoccupato, le aveva già chiesto di fare una pausa, ma lei si era opposta in modo categorico. Si era spostata dal vicolo e percorreva a passi stretti e lenti la piccola via, era un quartiere povero, i pochi negozi ancora chiusi e le case in stile vecchio e alcune anche decadenti. C’era uno strano odore di muffa nell’aria, ma entrambi ci avevano ormai fatto l’abitudine. - Ricordo una grande porta in pietra chiara, faceva un gran rumore quando l’ha aperta, poi è sceso in basso e tutto è diventato scuro, c’era anche tanto eco…- La donna ebbe un capogiro e il ragazzino corse ad aiutarla, facendola sedere sul bordo del piccolo e malandato marciapiede. Era evidentemente molto stanca, ma non aveva voluto fermarsi. Ora si stava comportando come la conosceva e stimava molto questa sua grande forza di volontà.
- Credo che dovresti riposare un secondo, sei troppo pallida.-
- Uno strano rumore mi ha ferito le orecchie quella volta come… dum… dum… dum…-
Nonostante il ragazzo cercasse di farla calmare, non riusciva neanche a raggiungerla. Aveva iniziato a ripetere quel verso con un tono cupo e lui non capiva a cosa si riferisse, almeno fino a quando non gli giunsero alle orecchie gli stessi suoni, solo più lontani. Erano campane di una chiesa non molto distante e Maria Ross aveva preso ad andare a tempo con quei rintocchi sinistri.

“Una porta in pietra chiara…”
- Un’entrata in marmo…- 

“ Un posto dove c’è eco…”
- Una chiesa, il rumore delle campane…-

 “Un luogo buio e freddo…”
- Un sotterraneo!-

In pochi minuti tutti i pezzi stavano tornando al loro posto, la facilità con cui Envy era riuscito a portar via entrambe senza farsi vedere, era rimasta fino a quel momento un grande interrogativo, ora almeno aveva una traccia e non avrebbe più sprecato tempo.
- Grazie, senza di te non sarei riuscito a capire nulla.- La donna era molto affaticata, ma era riuscita comunque a vedere l’impazienza di Edward, ora che sapeva non voleva aspettare.
- Ti prego Ed, avverti prima il colonnello Mustang, non fare le cose da solo.- La voce di lei era roca e spezzata da una qualche sofferenza, oltre che dalla preoccupazione di lasciar andare il ragazzo da solo.
- Non posso più aspettare, le è successo qualcosa lo sento, me lo dice il mio cuore.-
- Ed, avvicinati per favore.- Il ragazzo acconsentì avvicinando il viso alla donna, che allungò il braccio portandolo dietro al collo di lui e stringendolo dolcemente a se. Ed appoggiò il mento sulla spalla di lei, inalando il suo dolce profumo. - Stai attento, non voglio venirti a trovare in ospedale, sono stanca di quel posto.- La sua voce aveva iniziato a tremare, Ed lo sentiva chiaramente, ma lei non gli permetteva di guardare il suo viso. Ed si spostò leggermente poggiandole un leggero bacio sulla guancia. - Va bene vai, non pensare a me, tornerò a casa e ti aspetterò li, quando tornerai usciremo ancora insieme.-
Il ragazzo annuì di nuovo e si slacciò da quel gesto affettuoso iniziando ad allontanarsi a grandi passi da lei. Quando Maria non lo vide più si alzò a fatica e corse verso una cabina telefonica, estrasse qualche moneta dal borsellino e digitò il numero di telefono.
All’altro capo rispose un uomo dalla voce leggermente impastata dal sonno.
- Eddy che diavolo combini, dormi sul posto di lavoro!-
- Sottotenente Ross!- Sentire la voce della donna che lo riprendeva lo aveva fatto scattare a sedere sulla sedia, aveva anche fatto il saluto militare, mossa stupita visto che lei non poteva vederlo.
- Sergente, devi farmi un favore. Ho ricordato insieme ad Edward il luogo in cui mi ha rinchiusa l’homunculus, voglio che tu vada dal colonnello Mustang e gli dica dove sono e che Ed è andato da solo a cercare Winry.-
- Certo, dimmi dove sei.- Maria Ross iniziò a dettargli la via e come raggiungerla, il sergente appuntò tutto su un foglio e poi riagganciò correndo nell’ufficio del colonnello.

 - Colonnello Mustang, vuole mangiare qualcosa?- Chiese timidamente Fury al suo superiore, che da giorni disdegnava qualsiasi tipo di cibo solido. L’alchimista rispose con un segno negativo della testa e tornò a concentrarsi sulle montagne di fogli e cartelle che aveva accumulato in quei giorni, erano tutti rapporti che Hughes aveva tenuto nascosti per proteggerlo, erano i suoi appunti sugli homunculus e su cosa stessero combinando all’interno dell’esercito, ma c’erano poche tracce su dove si nascondessero, troppo poche. - La signora Glacyer le ha preparato il pranzo, perché non si sforza un po’.-
- Smettila e torna a lavorare!- Lo aveva gridato e sembrava anche piuttosto arrabbiato, ma Fury non sembrò prendersela per quella sfuriata, come se ci fosse abituato, infatti da giorni non faceva altro che gridare.
- Mustang, cerca di controllarti.- Roy alzò lo sguardo sulla persona che aveva parlato, per un attimo gli era sembrato di sentire la voce di Riza. Era Glacyer, ferma sulla porta dell’ufficio, lo aveva visto sfuriare e ora si vergognava come un ladro. Fury li lasciò soli per qualche minuto, la donna si sedette al fianco del colonnello, tamponandogli il sudore sul viso con un fazzoletto.
- Perdonami, non volevo offenderti, ma non è bene che tu stia qui, perché non vai a casa da Alicia.- La donna fu felice di sentirlo parlare, visto che si era sempre espresso a monosillabi in quei giorni e gli sorrise.
- La bambina è all’asilo e quindi venire qui non è un problema. Io non posso aiutarti, non capisco nulla di queste cose, ma posso sostenerti in qualche modo. Hai bisogno di dormire e mangiare, quindi comincia.- Gli fermò sotto il naso un piatto e lo costrinse a prendere in mano la forchetta e mangiare. - Mi tratti come un bambino, mi hai anche tagliato la carne, sei gentile.-
- Con Maes lo facevo sempre, lui a volte s’impuntava peggio di te dimenticandosi spesso di venire a cena, ma io sapevo come costringerlo, però non posso fare la stessa cosa con te, la mia era una minaccia molto particolare.- Roy la osservò, era arrossita come una ragazzina al ricordo di quei momenti. Forse solo ora, guardandola da così vicino era riuscito a capire il perché Hughes fosse tanto innamorato di lei. Glacyer era una donna dalle mille doti, dolce e gentile, ma anche forte e sicura di se. Roy poggiò il piatto semi vuoto sulla scrivania, spostando un cumulo di fogli e prese la mano della donna tra la sua. - Vuoi che ti dia una mano a riordinare tutte queste carte?- chiese lei non riuscendo a capire perché le stesse tenendo la mano in quel modo.
In quel momento le tornarono alla mente tutte le volte che Maes le parlava di Roy, lo descriveva come un eterno Don Giovanni che doveva mettere la testa a posto e trovare una moglie. Solo ora si rendeva conto che non era quella la verità, Roy aveva semplicemente paura di rimanere solo, era sicuro di se solo quando qualcuno lo appoggiava e ora che Riza non c’era, voleva appoggiarsi un po’ a lei.
- Grazie per tutto quello che fai, grazie per essermi vicina anche se non lo merito.-
Lei si staccò da lui, iniziando a raccogliere i fogli sparsi per terra e riordinandoli sulla scrivania di Riza. Mustang si concentrò di nuovo sul lavoro, gettandole un occhio ogni tanto. Scattò come una molla quando la porta del suo ufficio si aprì di colpo, mostrando un sergente Brosh senza fiato per la corsa.
- Colonnello abbiamo novità, poco fa il sottotenente Ross mi ha avvertito di aver ricordato ogni cosa, ma Ed è andato avanti da solo!- Mustang si alzò cercando ulteriori spiegazioni, aveva mutato la sua espressione in pochi secondi. Glacyer faticò a riconoscere l’uomo di pochi minuti prima, da quello che aveva davanti in quel momento. Messo al corrente della situazione, richiamò tutti i suoi sottoposti in ufficio. Havoc, Falmann, Breda, Fury insieme al maggiore Armstrong avvertito da quest’ultimo.
- Dobbiamo agire il prima possibile, non ho avuto alcuna autorizzazione, quindi non posso ordinarvi di venire con me. Agirò in borghese, chi vuole venire si prepari ora.-
- Colonnello lei è il nostro superiore, come lo è anche il tenente Hawkeye, credo di parlare a nome di tutti quando le dico che deve continuare ad essere il nostro capo anche in una missione come questa.- Rispose Havoc, trovando l’assenso di tutti i presenti. In poco tempo era cambiato tutto, Mustang era tornato il solito colonnello e anche gli altri, che in quei giorni oscuri erano cambiati, stavano tornando come prima. Glacyer porse a Mustang i guanti alchemici che aveva trovato nel cassetto della scrivania di Riza.
- Sta attento mi raccomando.-
- Torna a casa e dimenticati di tutto questo, non devi entrarci anche tu in questa storia. Forse dovresti lasciare Central City per qualche giorno, so che il genitori di Maes vivono qui vicino.-
- Non sono mai scappata Roy, non c’è pericolo per me e per Alicia. Stai tranquillo e pensa a recuperare Riza e Winry.-
Prima di uscire Roy si infilò un secondo paio di guanti in tasca e lasciò l’ufficio.
Stavano iniziando! Tutto si sarebbe risolto con loro, non voleva neanche pensare che fosse troppo tardi, non voleva neanche pensare che in quell’operazione avrebbe potuto dire addio a qualche suo amico, perché tutti quelli che avevano deciso di seguirlo non erano solo dei suoi sottoposti, erano una parte di lui, da solo si sarebbe lasciato andare da molto tempo.

La porta si aprì lentamente, entrò uno spiffero d’aria consumata molto fastidiosa.
- Sta iniziando Envy, lui è già all’entrata e presto arriveranno anche gli altri.-
- Che le hai fatto?- rispose l’invidia a quella persona così irritante. Stava sorridendo nel vederli in quello stato, come se fosse una scena troppo divertente. La ragazza era stesa sul letto, coperta dalle lenzuola, respirava ancora in maniera difficoltosa, mentre Envy era seduto al suo fianco, indossando solo i pantaloncini neri e cercando di alleviarle il dolore.
- Ora che ti sei tolto dalla mente la tua ossessione per lei, puoi dedicarti a quello che è il tuo scopo. Ti ho dato una mano, forse tra qualche giorno tornerà normale. Ti aspetto il quel luogo.- Detto questo chiuse la porta lasciandoli soli. Winry aprì leggermente gli occhi, cercando a fatica la figura di Envy al suo fianco. La ragazza gli poggiò una mano sulla gamba, cercando attenzione. Envy spostò lo sguardo, la sentiva ancora troppo calda, ma lui non poteva sapere se fosse febbre.
- Non si è accorta di niente, era troppo presa da quello che deve succedere.- Detto questo si mise in ginocchio, prendendola con entrambe le braccia e alzandola dal letto, scese con un salto e si avvicinò alla porta del bagno. La fece inginocchiare davanti al water e si mise al suo fianco, tenendogli i capelli con una mano. - Forza, lo so che ti fa male, ma devi liberarti di quella schifezza che ti ha dato.-
- Grazie…- Envy non rispose, la fece piegare in avanti aiutandola a rimettere. Era già la terza volta che lo faceva, ma la ragazza non dava segni di miglioramento, forse era troppo tardi e aveva già assimilato quella strana sostanza, ma doveva provarci. Terminata l’ennesima tortura, la ragazza si aggrappò a lui cercando un sostegno, faticava persino a tenere gli occhi aperti, lui sapeva che non riusciva a mettere a fuoco. Envy le fece bere un bicchiere d’acqua a forza, aveva bisogno di molti liquidi in quel momento. Non poteva neanche immaginare quanto lei stesse male, lui che non era umano, non aveva di questi problemi, sicuro non si sarebbe mai fatto mettere ko da una simile cosa, ma lei era debole. Tutte le volte che l’aveva vista insieme a quel tappo, tutte le volte che ne aveva preso l’aspetto, per capire cosa ci fosse in lei che ad Ed piacesse, non l’aveva mai vista in quelle condizioni.
Era sempre forte, risoluta e a volte anche molto nervosa per essere una ragazza, invece era da ore che non faceva che aggrapparsi a lui, dirgli grazie e cercare qualcosa che lui non capiva. Nonostante tutto, era quel grazie ripetuto fino all’inverosimile, a farlo sentire strano. Non capiva se fosse un ringraziamento all’aiuto che le stava dando o al fatto che prima, nonostante potesse farle ciò che voleva, aveva invece scelto di non fare nulla? Da quando aveva iniziato ad avere i sensi di colpa per quello che faceva? Da quando aveva iniziato a dare ascolto alla sua coscienza se mai ne aveva una? Forse da quando l’aveva incontrata. La riportò a letto e la coprì per bene.
Si rivestì in fretta, ma prima di poterla lasciare, lei lo fermò ancora una volta. Sembrava aver ripreso un po’ di lucidità, era riuscita ad aprire completamente gli occhi, anche se erano pallidi e privi di luminosità.
- Non andare… rimani qui…-
- Hai visto anche tu che il tappo alla fine è venuto a prenderti, quindi smettila di fare tante scene, di certo non ti importa di me.-
- Rimani con me. Non voglio che tu combatta contro di lui, vi ucciderete…-
- Smettila!- si voltò di scatto staccandosi da lei, il braccio di Winry ricadde senza forza sul letto e lui ne fu quasi dispiaciuto. - Non credere che mi lasci ammazzare da uno come lui! Quando lo avrò fatto fuori tornerò qui e non ci saranno più scuse, smetterò di sentirmi in colpa per qualcosa che non ho ancora fatto.-
- Non è colpa, ma amore.- Non volle ascoltare oltre e la lasciò chiudendo a chiave la porta.
“Amore… io non sono umano e quelli come me non provano simili cose… se non l’ho fatto era perché non lo volevo punto e basta. Non certo perché mi dispiaceva per lei o perché stava piangendo. Ora devo solo pensare a far fuori quel nano, solo allora smetterò di stare in questo modo” 

Aveva trovato la chiesa quando ancora le campane segnavano l’ora, la porta della struttura era come aveva detto Maria Ross, grande e in marmo bianco. Entrò nella chiesa, sembrava in disuso da un po’ di tempo, le panche delle navate erano accumulate agli angoli e sul pavimento c’erano più di cinque centimetri di polvere, tanto che si riusciva a distinguere se qualcuno era passato di recente, ed infatti era così. In un angolo c’era un pezzo di pavimento in cui non si era accumulata tanta polvere, portava da una porta nascosta in un angolo. Si incamminò ascoltando l’eco dei suoi passi. Arrivò alla porta, era ferro, costruita di recente, l’aprì forzando la serratura con l’alchimia e si ritrovò a dover scendere una lunga scala scura.
Dall’interno proveniva un forte odore di marcio, come di carne putrida, così forte da dare il volta stomaco. Continuò a scendere, cercando di fare meno rumore possibile, se magari fosse stato attento a non farsi scoprire, avrebbe potuto liberare Winry evitando inutili battaglie, eppure voleva confrontarsi con Envy, voleva averlo davanti e farsi dire ogni cosa. La confessione di quel pazzo, sentirsi dire in faccia che aveva fatto del male alla sua Winry, lo avrebbe reso cieco e si sarebbe lanciato contro di lui cercando una sciocca vendetta. Ma in un certo senso lo voleva. Terminata la scalinata si trovò a dover percorrere un lungo corridoio, al lato solo mura di pietra scura e umida, eppure davanti a lui sentiva provenire un lieve spiffero d’aria. Non aveva incontrato alcun tipo di resistenza, ma la cosa non lo sollevava affatto.
- Sei arrivato finalmente Edward, ti stavamo aspettando tutti con molta impazienza.- La voce era di una donna, con una cadenza lenta e quasi soporifera, stanca in qualche modo.
 - Mamma…- Il tremore nella sua voce era ben evidente. L’aveva già vista, ci aveva già parlato, eppure ogni volta era una tale sofferenza vedere quel corpo. Quello era l’homunculus che lui e suo fratello avevano creato, quello era il frutto del loro grande peccato, un essere con lo stesso aspetto della loro madre, ma completamente diverso. - Ah, no! Il tuo nome è Sloth non è vero?-
- Sono stata chiamata in questo modo, ma tu puoi anche continuare a chiamarmi mamma, non mi disturba affatto.-
- Ma disturba me! Tu non sei lei, solo una sua brutta copia.-
- Se sono così brutta avresti dovuto farmi meglio, non credi?-
- Sei qui per conversare o per combattere?- Evidentemente per Ed era difficile parlare con quella donna, non riusciva a trattarla realmente con la freddezza con cui poteva parlare ad un nemico, era pur sempre il corpo di sua madre.
- Sono qui per accompagnarti, potresti perderti in questi vicoli e quella persona ti vuole sano e salvo. Sei importante.- Sloth iniziò a camminare per il corridoio seguito da un Ed con i sensi tesi e molto concentrato, che non facessi brutti scherzi. Sentire il ticchettio dei tacchi sulla roccia era quasi ipnotizzante, la osservava da dietro anche se non voleva. Somigliava davvero molto a sua madre e sapeva che avrebbe dovuto combattere con lei, doveva vederla quindi come un nemico e nulla di più. - A cosa pensi Ed?-
- Nulla, ero solo concentrato.-
- Vuoi sapere di quella ragazza, Winry?- Ed si fermò, come paralizzato, Sloth si voltò sorridendo, aveva centrato il nocciolo della questione, Ed era in ansia per quella ragazza. - Ora appartiene ad Envy, non credo che voglia tornare con te. Ci hai impiegato troppo e ha ceduto. Non voleva morire e quella persona l’ha sottoposta a uno stress non indifferente. Le ha messo paura, dicendole che l’avrebbe trasformata nella nuova Lust. Se tu avessi agito prima, ora avresti avuto qualche chance in più di riaverla.-
- Envy le ha fatto del male, non dirmi che…-
- Non ha agito di certo da solo, se hanno fatto quello che tu pensi, lo hanno fatto in due, lei non è mai stata obbligata, questa volta Envy ha fatto le cose per bene.- Aveva di nuovo colpito, girato il coltello nella piaga, Ed stava soffrendo. Lo dimostravano il viso basso e i pugni serrati. - Se vuoi rinunciare a salvarla sappi che ti impedirò di lasciare questo posto.-
- No, non me ne vado. Voglio sentire da lei la verità, voglio che mi dica che non vuole più vedermi. So di aver sbagliato, so che avrei dovuto agire prima, ma mi fidavo di lei.-
- A volte la fiducia non basta e la paura di morire diventa più forte di qualsiasi sentimento. Io credo che tu lo sappia Ed, ma non tutti hanno la tua stessa forza. Qualcun altro al tuo posto avrebbe già ceduto da tempo.-
- Mamma.- Sloth rimase per un attimo sorpresa di sentirsi chiamare ancora in quel modo, credeva che Ed la odiasse o che provasse disgusto nel vederla, invece aveva alzato il viso e le aveva quasi sorriso. - Dimmi.-
- Potresti non parlare più con me, quando ti comporti così sembri davvero mia madre e non riuscirei a combattere con te con questa consapevolezza.- Rimase in silenzio per qualche secondo, poi sorrise anche lei di rimando, voltandosi dalla parte opposta.
- Certo.- Per tutto il resto del viaggio non disse più una parola, Ed recuperò un po’ del coraggio che con quel dialogo aveva perso e si concentrò su quello che doveva fare.
Non voleva pensare che Winry lo avesse dimenticato, glielo avrebbe detto lei di persona. Come fossero andate le cose, alla fine quello scontro si sarebbe svolto comunque, ma crederlo una battaglia d’amore, forse era più romantico e meno crudele di quanto non fosse la realtà.


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