Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 1

1. La luna di sangue 

Faceva troppo freddo per essere Maggio, ma non potevo non uscire. Era un'abitudine e poi era anche il mio compleanno e come festeggiarlo al meglio se non chiudermi in quella vecchia libreria a suonare. Nonostante fossi bravo non potevo permettermi assolutamente di comprare un pianoforte, mi esercitavo su una vecchia e spesso scordata tastiera elettronica, ma nulla è paragonabile al suono dei tasti in avorio ed ebano, lisci e freddi, ma in grado di produrre un suono caldo e melodioso. Quello della vecchia biblioteca era un modello vecchio, neanche molto pregiato, ma aveva una sua storia e adornava quel posto da molti anni. Non lo suonava nessuno tranne me, e un po' lo consideravo mio.
Sergio, il custode della biblioteca, mi faceva entrare dopo la chiusura, lui russava in un angolo della guardiola, io mi esercitavo per tutto il tempo che volevo, lasciando libera la mia mente di vagare il più possibile, di seguire la scia delle note e catturarne l'essenza. Era come una droga, ma totalmente salutare. Quella sera Sergio mi porse una birra, purtroppo calda e mi fece gli auguri di compleanno, dicendomi che per regalo mi avrebbe ascoltato, almeno quella sera. Purtroppo per lui, la sua stazza non gli permetteva una concentrazione superiore ai due minuti, e poco dopo eccolo li che russava, con la testa a penzoloni e la braccia incrociate sulla prosperosa pancia, ma a me andava bene così. Davo il meglio di me quando ero solo. Non ero mai riuscito a suonare in pubblico, per via di una brutta figura alle medie. La mia insegnante di musica insistette così tanto per farmi suonare alla festa della scuola che fui costretto ad accettare, ma una volta li, quando tutti erano pronti ad ascoltarmi, non riuscì neanche a mettermi seduto sullo sgabello e svenni, cadendo a terra come un sacco di patate e sbattendo persino la testa, tanto che la sentii rimbalzare un paio di volte sulle assi di legno del pavimento dell'aula magna. Invece li tutto era possibile, con il pianoforte illuminato dalla luce della luna che filtrava dalla grande finestra potevo volare e sognare, tanto che la vita, per un attimo, poteva sembrarmi persino bellissima. Avevo appena concluso l' Appassionata di Beethoven, quando tutto divenne scuro. Alzai lo sguardo con un leggero affanno dovuto all'esecuzione e rimasi senza fiato. Quella che fino a poco prima era una luna tonda e lattea, era diventata scura e rossa come il sangue.
Ne vidi il riflesso sui tasti del pianoforte, come se qualcuno vi avesse spruzzato sopra della tintura cremisi. Rimasi li, immerso in quella luce di sangue per non so quanto tempo, non riuscendo più ad avvertire alcun suono o rumore esterno, tutto era silenzioso e statico, poi un clap, seguito da un altro suono esattamente uguale, mi costrinsero a voltarmi e lo vidi, statuario e diritto come un bronzo che applaudiva alla mia esibizione. Non doveva esserci nessuno, Sergio era permissivo solo con me, ma mi aveva visto nascere e poteva fidarsi, eppure lui era li, che mi guardava e mi studiava come uno dottore davanti alla sua cavia e io non riuscii a muovermi.
- Finalmente riesco ad incontrare il mio pianista solitario.- Quando sentii la sua voce fu come se stessi ancora suonando, come se quelle fossero le bellissime note che avevo appena prodotto con il solo tocco delle mie dita, mi sentii defraudato di una cosi bella melodia, ne fui quasi geloso, perché per me la musica era sempre bella, al contrario la voce delle persone era insopportabile, spesso stonata e fuori tempo, mentre la sua era perfetta. - Era da tanto che desideravo conoscere il mio pianista.-
Balbettai qualcosa, non ricordo neanche cosa uscì dalla mia bocca impastata dallo stupore, ma lui non se ne diede peso. Lentamente, avanzò verso di me, uscì dall'oscurità che lo proteggeva e si fece vedere. Due occhi scuri e felini brillarono alla luce della luna rossa e il sangue nel mio corpo smise di circolare. Fisicamente eravamo simili, alti e slanciati, forse non molto atletici, di certo io non ero un tipo da palestra e sollevamento pesi, ma lui aveva qualcosa in più, come se nonostante il vestito severo che indossava, sapessi che fosse meglio di me e non era solo la bellezza a renderlo superiore. Di uomini belli ne è pieno il mondo, basta accendere il televisore e anche la persona che sponsorizza la carta igienica è più bello di te che lo stai appena guardando, ma la sensazione che provai nel guardarlo non fu ne invidia ne ammirazione, ma rassegnazione nel sapere che mai, neanche in un milione di anni, sarei stato in grado di esercitare su qualcuno la stessa malia che lui aveva su di me in quel momento.
Se non fossi stato così debole o così patetico da immobilizzarmi, forse lo avrei visto o mi sarei posto la domanda, dov'è Sergio? Lo avevo lasciato dormiente proprio li, esattamente sulla sedia vuota al fianco del misterioso ascoltatore e forse, se mi fossi concentrato, avrei notato la mano imbrattata di sangue che spuntava fuori dall'oscurità dietro di lui, nascosta appena da un vecchio scaffale della sezione storica, ma non lo vidi.
Continuai a seguire la sua avanzata verso di me, finché non arrivò al primo scalino del piano rialzato dove era collocato il pianoforte e si fermò. Subito le mie narici, abituate all'odore di muffa e chiuso della biblioteca, catturarono quella strana e sconosciuta fragranza che proveniva da lui, mi chiesi se con il mio povero stipendio da cameriere sarei riuscito a comprare almeno una goccia di quel profumo, ma subito mi risposi di no.
Invidioso guardai ogni centimetro del vestito firmato, le scarpe lucenti e l'anello che aveva al dito, che costava sicuramente più del palazzo in cui vivevo e solo allora mi chiedi, ma chi diavolo ho davanti? Poi mi tornò alla mente, era accaduto qualche giorno prima, mentre ero di turno con la mia ex fidanzata Teresa. Ci eravamo lasciati un paio di mesi prima, non era stata una buona idea andare a letto con una collega di lavoro, ma mi era piaciuta da subito e come uno sciocco ci avevo comunque provato. Non poteva durare, io non avevo alcuna ambizione nella vita, mentre lei ne aveva forse troppe e la cosa era scemata così come era nata, però era venuta a conoscenza delle mie scappatelle notturne al pianoforte e quel giorno mi accennò di aver sentito una voce sulla biblioteca e che forse non mi sarebbe più stato possibile entrarci così facilmente. Mi disse che qualcuno aveva comprato la struttura e che forse avrebbero cambiato il custode, ma io non ci avevo dato peso, non era la prima volta che ne sentivo parlare, ma siccome non era mai cambiato nulla ero convinto che anche quella sarebbe rimasta solo una voce, ma in quel momento, quando finalmente riuscì a riprendere il controllo del mio cervello, mi resi conto che forse agli occhi di quello sconosciuto, io ero un piccolo furfante che usava la roba altrui. Scattai in piedi come una molla, lasciando cadere lo spartito e provai a scusarmi e a convincerlo a non denunciarmi, che non mi sarei mai più introdotto illegalmente nella biblioteca e molte altre scuse, forse alcune senza senso, ma ero in torto e quella del piagnucolone mi era sembrata la via più adatta per uscire illeso dalla situazione, ma lui rise.
- Lei non è il nuovo padrone della biblioteca?- Lo chiesi senza pensarci, infondo stava ridendo e credetti di aver preso una cantonata, così iniziai a rilassarmi.
- Era da un po' che non mi svegliavo di buon umore.-
- Mi fa piacere.- Probabilmente qualcosa in me aveva smesso di funzionare, come si può sorridere in una situazione del genere, ma mi ero tranquillizzato e avevo iniziato a pensare di poter svicolare da quella situazione senza problemi.
- So che suoni qui da quanto eri bambino ed ero curioso di ascoltarti, ti faccio i miei complimenti, hai eseguito il pezzo alla perfezione.-
- Grazie mille.-
- Ho mangiato troppo stasera e vorrei riposare un po', posso chiederti di suonare ancora.-
- Non sono molto bravo a suonare in pubblico.-
- Sono sicuro che non mi deluderai.-
Lo seguii con lo sguardo mentre si accomodava sulla sedia occupata da Sergio, accavallò le gambe e si appoggiò in avanti, con il gomito sul ginocchio e il mento sulla mano. Una posizione per nulla raffinata o educata, ma che comunque, fatta da lui, esprimeva un certo fascino. Strizzò gli occhi esortandomi a provare, sorrise e mi sentii di ghiaccio. Poi mi decisi che forse, suonare per lui, fosse l'unico modo per togliermi dai guai e lo feci.
Mi sedetti accomodando bene lo sgabello in modo che i piedi fossero nella giusta posizione sui pedali, alzai le braccia e poggiai le mani sui tasti, chiusi gli occhi sfogliando con la mente alcuni spartiti per trovare la melodia giusta da suonare in quel momento e la vidi. Non la eseguivo da un po', ma la conoscevo a memoria e alla perfezione, non avrei sbagliato. Le dita si mossero da sole mentre le prime note della sonata in si minore di Liszt prendevano vita. Avrei tanto voluto frequentare una scuola adatta alla mia vocazione, ma mio padre non poteva permetterselo. Mia madre aveva abbandonato entrambi, io avevo solo cinque anni, e quando mio padre in seguito perse nuovamente il lavoro, arrivato all'età giusta fui costretto a scegliere anche io. Dovevo lavorare e iniziai con i lavori estivi, poi quando finalmente riuscii a diplomarmi, avere uno stipendio era ormai diventata la mia prima priorità. Mio padre aveva notato questa mia passione, io non ne avevo mai fatto parola con nessuno, ma non potevo far finta di niente quando per caso giravo per i canali della televisione e vedevo qualcuno al pianoforte, così lui chiese ad un suo collega di aiutarmi. Il mio primo maestro si chiamava Antonio, non aveva mai insegnato a nessuno a suonare, ma i suoi genitori da piccolo avevano insistito sulla musica e lui provò a farli contenti, sotto lauta ricompensa. Mi insegnò le basi, la lettura e il solfeggio, le scale e gli arpeggi, ma non poteva andare oltre. Così mi ingegnai da solo, seguii corsi in internet, mi intrufolai in qualche lezione privata fingendo di aver pagato e appresi il più possibile prima di essere buttato fuori. Per fortuna ho sempre avuto un buon orecchio e questo era molto per un dilettante, ma il passo successivo, quello che mi portò alla vera musica fu quando fui pizzicato, esattamente come stava succedendo in quel momento, in un aula di conservatorio alle dieci di sera. Un insegnante spuntò fuori dal nulla, tanto che feci un sobbalzo così grande che per poco non mancai lo sgabello. Quell'uomo brizzolato e baffuto si infuriò molto con me tanto che, per il primo quarto d'ora, non riuscii a capire neanche una parola di quelle che scappavano da sotto i baffi folti, finché non disse.
- Se proprio devi fare tanta fatica per entrare qui e suonare delle canzoncine, almeno fa che ne valga la pena.-
Ammetto di essere stato fortunato, avrebbe potuto cacciarmi e non sarei stato più in grado di suonare, invece spese molto tempo e gratuitamente, per farmi apprendere e conoscere la vera musica, quella degli artisti veri, quella creata per far emozionare le persone e siccome non avevo molto tempo e non volevo approfittarmi di quella rara gentilezza, le assorbii come una spugna.
Non sono un genio, ne un maestro, suono perché mi piace, ma quella sera, e me ne resi conto subito, suonai per salvarmi la vita. Ad ogni nota che producevo, ad ogni stacco e cambio di ritmo, lui avanzava verso di me. Sudavo come se fossi in una sauna, la maglietta mi si appiccicò sulla schiena e i capelli sulla fronte. Se avessi corso una maratona sarei stato meno bagnato, ma quando la sua mano si posò sulla mia spalla, il sudore divenne gelo e iniziò a farmi male lo stomaco.
- Suonerai per me, ti pagherò per ogni minuto di esibizione.- Mi infilò nel taschino della t-shirt un bigliettino e solo quando sentii la mano scivolare via e il gelo abbandonarmi, ricaddi in avanti come un morto e sbattei la fronte sul leggio. Le mani mi dolevano da morire, quindi scappai dalla biblioteca senza pensare o riflettere oltre, corsi a casa e le misi a mollo nell'acqua fredda cercando di farle smettere di pulsare e ordinai a me stesso che avrei fatto di tutto pur di non incontrarlo mai più.

Come sempre la mattina arrivò troppo presto e io avevo dormito così male, che di alzarmi non ne avevo proprio voglia. Un terribile formicolio alle mani non mi abbandonava dalla sera prima, ma feci uno sforzo e mi buttai giù dal letto. Ringraziai chiunque avesse inventato la caffettiera elettrica e il timer, così almeno mi ero risparmiato di dover metter su il caffè con quel dolore alle dita. Me ne versai tutto il contenuto in una tazza e lo buttai giù tutto d'un fiato senza neanche capirne il sapore, proprio come se stessi bevendo uno sciroppo medicinale, ma infondo di sapore ne aveva ben poco, la guarnizione della moka era ormai logora e il caffè aveva preso quel terribile retrogusto di bruciato che per tutto il giorno mi avrebbe lasciato l'amaro in bocca, ma almeno ero sveglio. Era lunedì e il lunedì è un giorno orribile, soprattutto per chi lavora la domenica.
Quando ci si alza e si capisce che si deve andare al lavoro è sfiancante, si ha come la sensazione che la settimana non finisca mai, che sia eterna e ciclica. Non avevo neanche stirato una camicia da lavoro, quindi adottai la filosofia del “tanto si stira una volta indossata”, cosa totalmente falsa, perché la camicia se ha le grinze e tu la metti su, ne farà sempre di più e con i pantaloni neri e il gilet scuro, presi l'aspetto di un pinguino che aveva appena avuto uno scontro con un orso polare e aveva ovviamente perso.
Volevo dormire e non abbandonai quella sensazione neanche durante il servizio del pranzo, ero distratto e totalmente svogliato, dimenticavo le comande e sbagliavo i tavoli, ma nel caos generale del turno nessuno ci fece caso. Avevo trovato lavoro in un ristorante molto conosciuto, la famiglia lo gestiva da quarant'anni e per pranzo avevano adottato un menù veloce ed economico per i lavoratori, quindi era tutto frenetico, a differenza del turno serale dove l'atmosfera diveniva più tranquilla, per i clienti non per i dipendenti ovviamente, e le cose dovevano essere fatte con un po' più di riguardo, ma era anche il turno con le mance più alte, per cui me li facevo entrambi. Arrivai alle quattro del pomeriggio completamente distrutto, con solo un paio d'ore per riposare prima di riprendere, ma volli godermele tutte. Mi incamminai verso un piccolo parco poco distante dal ristorante, mi buttai per terra e ingurgitai come un maiale il panino al prosciutto e formaggio che avevo comprato, finché Teresa non venne da me. Anche lei faceva il doppio turno e stavamo spesso insieme, nonostante la nostra storia passata il suo atteggiamento nei miei confronti era sempre amichevole e ogni tanto mi ritrovavo a pensare che forse mi sarei dovuto sforzare di più per far funzionare la nostra storia. Si accese una sigaretta, ma fece solo un paio di boccate e rimase ferma a farsi accarezzare dal sole.
- Ci vai?-
- Dove?- Lo disse all'improvviso e io non afferrai bene la domanda, quindi risposi con quella che era la domanda più ovvia, ma lei sembrò stupita, sgranò i suo grandi occhi nocciola e mi guardò strano. Che avessi dimenticato qualcosa di importante?
- Come dove? Al funerale di Sergio. Eri così distratto oggi che credevo lo sapessi già.-
- Sergio chi?-
- Sei drogato per caso? Il custode della biblioteca come chi?-
- Ma che dici. Ci siamo visti ieri sera ed era vivo e vegeto quando sono andato via.-
Mi stava ovviamente prendendo in giro, ma tutta presa e preoccupata tirò fuori il suo cellulare e mi mostrò un post di Facebook in cui si parlava esattamente di questo. Il custode della biblioteca era stato ritrovato morto all'alba. Non c'erano molti dettagli, ne sul perché o su chi lo avesse trovato, ma io non stavo leggendo. Forse non sarà la descrizione più appropriata, ma in quel momento fu come se qualcuno mi stesse pugnalando allo stomaco, lo sentii mentre si contorceva e mi lasciava senza fiato, come se io in realtà lo avessi sempre saputo, ma lo stessi ignorando di proposito. Mi portai la mano sulla tasca anteriore dei jeans ed estrassi un bigliettino. Fu come se non lo avessi mai visto prima, come se non sapessi in quale modo fosse finito li, ma in realtà lo sapevo. Senza rendermene conto lo avevo tolto dal taschino della t-shirt e messo nei pantaloni, come se volessi comunque portarlo con me, nonostante avessi deciso di non pensarci più e per un attimo ci ero anche riuscito. Poi però quella notizia mi aveva sconvolto e tutto era affiorato di nuovo, così violento da farmi quasi vomitare.
Non so come sia possibile dimenticare così qualcuno, ma io non mi ero minimamente chiesto dove fosse finito Sergio, o meglio era come se in realtà sapessi tutto, ma non volessi minimamente accettarlo e ora che ne ero venuto a conoscenza in quel modo, non potevo non pormi quella domanda: sarà stato quello straniero? Cosa dovevo fare?
Semplicemente mi alzai in piedi e richiamando una forza che non credevo di avere, strinsi quel bigliettino tra le mani e corsi come un idiota, rischiando persino di farmi mettere sotto da un furgoncino mentre attraversavo, o per meglio dire, tagliavo la strada.
Mi fermai soltanto quando ormai non riuscivo più neanche a respirare, mi piegai in avanti e provando a riprendere il controllo di me stesso, entrai nella hall dell'hotel. L'unico albergo della città era completamente vuoto e silenzioso ed era strano. Essendo praticamente l'unico centro di incontro della cittadina, ogni giorno gli anziani si riunivano nel piccolo bar, secolare tanto quanto loro, per giocare a carte, parlare del tempo e dei loro acciacchi, ma oggi non c'era nessuno.
Avevo sentito dire che le persone sono dotate di quel sesto senso che dovrebbe metterti in allarme quando le cose non vanno, ma forse io lo avevo perso la sera precedente, perché presi a salire le scale verso la mia meta. Quello che mi aveva lasciato non era un biglietto da visita, c'erano scritte a penna e con un bella calligrafia solo le iniziali, A.T. e il numero della stanza, 305. Terzo piano stanza cinque e ora era proprio davanti a me.
Lo avevo capito subito perché avevo lavorato in quell'hotel molte volte. La proprietaria era totalmente al di fuori della tecnologia, tanto che segnava le prenotazione su una piccola agendina che su un computer, per questo quando qualcuno soggiornava nel suo hotel, scriveva su dei bigliettini il nome e il numero della stanza e consegnava le chiavi.
Era stato proprio il biglietto a condurmi li, ma non potei non chiedermi che cosa ci ero andato a fare. Avevo corso come un pazzo con l'intenzione di chiedergli, scusa per caso hai fatto fuori il vecchio Sergio? Ero terrorizzato e allo stesso tempo curioso fino al midollo, volevo rivederlo alla luce del giorno e scoprire se mi avrebbe suscitato le stesse emozioni.
Bussai, mi sudavano le mani e sperai che non me la porgesse per stringerla, temevo di dargli la sensazione di tenere una saponetta bagnata tra le mani. Rimasi in attesa, un tempo lunghissimo per la mia agitazione, finché non sentii la sua voce che mi diceva di entrare. La camera non era niente di speciale, sicuramente una delle più grandi di tutta la struttura, ma quello non era un albergo di lusso, ma una piccola bettola messa a nuovo e tenuta pulita e lui, in quell'ambiente così normale, stonava. Era seduto su una poltroncina davanti alla finestra che dava sul parco e lui osservava il panorama come se fosse bellissimo. Riuscivo ora a guardarlo bene, era davvero uguale a come lo avevo visto la sera prima, la stessa aura di superiorità e bellezza che mi intimoriva, ma forse era meno spaventoso di quanto non mi avesse fatto credere.
- Sapevo saresti venuto oggi. Hai sentito del custode?-
- Sa cosa è successo?- Risposi di getto, senza neanche fare un passo in avanti. Rimasi semplicemente sulla soglia, stringendo i pugni e cercando di sembrare quantomeno una persona normale e non un pazzo che si era fiondato in camera di un perfetto sconosciuto solo perché lo aveva intimorito.
- Il povero uomo ha avuto un attacco di cuore quando mi sono presentato, non avrei dovuto rimproverarlo.-
- Quindi la colpa è mia. Si è sentito male perché lei lo ha ripreso del fatto che stessi suonando li.-
In fin dei conti sapevo già di essere il primo responsabile, ma non so per quale motivo mi ero convinto a voler dare la colpa a quell'uomo, tanto che sarei stato più felice se mi avesse detto di averlo ucciso. In quel momento mi sentii un verme schifoso e mi sentivo in colpa, tanto che sarei voluto scappare, ma non mi mossi.
- Sono felice tu sia venuto. Vorrei davvero sentirti suonare di nuovo, ma credo che oggi non sia il caso, vista la situazione. Devi essere affranto per ciò che è accaduto al vecchio custode.-
- Mi sento responsabile.- Non mi chiese ne di entrare o accomodarmi, rimase fermo ad osservarmi divertito delle mie stupide reazioni e non potevo dargli torto. Ai suoi occhi forse non ero altro che un sempliciotto, un ragazzino di paese che non sa come comportarsi e in un certo senso era vero.
- Non devi, ma se proprio vuoi redimerti, accetterai la mia offerta. - Rimasi in ascolto, senza annuire o altro, soltanto fermo, perché ormai ero certo di non avere alcuna opzione e che, qualsiasi cosa mi avesse chiesto, avrei dovuto accettarla. - Hai un mezzo con cui spostarti?-
- Ho il motorino, ma non posso andare molto lontano.- Non era del tutto una bugia, lo usavo in paese, ma non mi azzardavano ad andare oltre, anche per il fatto che continuavo imperterrito a non assicurarlo, ma questo non lo dissi.
- Questo sabato tornerò nel mio appartamento, ci sarà un ricevimento e vorrei che tu suonassi per i miei ospiti. Manderò qualcuno a prenderti in mattinata, per il lavoro non preoccuparti.-
Conscio del fatto che non avrei potuto rifiutare in nessun modo, neanche se mi fosse venuta una febbre improvvisa, mi ritrovai a pensare, durante il tragitto per tornare al lavoro, che quella fosse una situazione totalmente sbagliata. Mi sentii come trascinato in uno di quei romanzetti rosa dove il miliardario si innamora della poveraccia di turno, ma pensandoci meglio più che un racconto rosa pieno di amore e sentimento a me sembrava un preludio ad una scena horror, e con il senno di poi non avevo sbagliato di una virgola.
Tornai rassegnato e molto confuso a lavoro, tra l'altro in ritardo di venti minuti il che mi costò un rimprovero di quelli con i fiocchi, di quelli che ti fanno sentire un piccolo verme strisciante e irriconoscente verso chi ti da, con tanto sforzo, un lavoro. Era uno di quei rimproveri dove il capo non fa che addossarti colpe che non sono tue, come le tasse troppo alte, ma siccome ero in torto rimasi zitto e mi scusai. Lavorai, o meglio ci provai, contando i minuti allo scadere del turno e quando riuscii a congedarmi, senza neanche salutare, corsi a casa. Mi rinchiusi nella mia piccola bettola di appena venticinque metri quadrati, dove tutto è stipato negli spazi giusti e che non puoi assolutamente lasciare in disordine o non riuscirai più neanche ad aprire la porta per entrare, e mi buttai sul letto cigolante. Facendo un riassunto di quella assurda giornata, avevo perso un amico e ottenuto un estorsore. Non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi, ma una piccola vocina in fondo alla mia coscienza mi urlava di non andare oltre, non l'ascoltai, ero troppo stanco per riuscire a farlo e mi addormentai così, con i vestiti puzzolenti da lavoro, tanto che al mattino persino le lenzuola sapevano di fritto misto.
Quando riuscii ad aprire gli occhi mi sentii come se un camion mi fosse passato sopra e, giusto per essere sicuro di avermi ucciso, l'autista avesse fatto marcia indietro per schiacciarmi un altro po'. Mi buttai su un vecchio caffè che avevo in frigo nell'attesa che uscisse il nuovo, caldo e all'aroma di bruciato, buttai giù una fetta biscottata un po' troppo morbida per essere considerata fresca e attesi.
Di preciso non so neanche cosa mi stesse passando per la testa in quel momento, semplicemente mi sedetti sulla sedia, con i gomiti sul tavolo e rimasi a fissare la finestra e il mondo fuori che si muoveva nella routine giornaliera al contrario di me.
Che cosa stava succedendo alla mia vita? Come era possibile che ad una persona insignificante come me iniziassero a succedere delle cose strane? Perché proprio io dovevo trovarmi in quella situazione?
Mi ritrovai a pensare che la normalità era bellissima e che non ero adatto a sopportare le cose nuove, quindi decisi che non avrei accettato di suonare per lui.
Non fu così semplice, perché le cose strane da cui volevo scappare non erano che appena iniziate.


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