Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 2

2. Il morso del diavolo 

Andai a lavoro con la solita camicia raggrinzita e iniziai il turno. Di solito filava tutto liscio fino a mezzogiorno e mezzo, i clienti arrivavano con calma, un po' alla volta e il tutto era gestibile, ma allo scoccare della mezz'ora la calca all'entrata diventava insostenibile. Tutti vanno di fretta, c'è chi ti prende per un braccio e ti sputacchia in faccia nel tentativo di farti capire che non ha molto tempo, cosa che tu sai benissimo. Chi invece urla senza motivo che è arrivato, pretendendo di essere notato, ma tu non sei cieco e lo hai visto benissimo, ma per un cliente affamato e con poco tempo, quello che per te è normale per lui invece è della massima priorità.
Le persone sono strane, non lo si può negare, soprattutto quelle affamate, con il passare dei giorni si impara a gestirle, ma c'è sempre chi ti sorprende.
Ad ogni modo mi stavo già preparando psicologicamente per l'invasione barbarica che si sarebbe verificata di li a pochi minuti, che ci misi un po' per rendermi conto che non c'era nessuno. Continuai a servire quei pochi clienti che erano già seduti guardando freneticamente verso la porta, ma tutto era deserto.
- Che festa è oggi?- Fu il titolare, Giovanni, a pormi la domanda, sconvolto tanto quanto me che non ci fosse nessuno. Eppure era un giorno normale, non c'era nulla che potesse spiegare quella moria generale. Pensai che forse era accaduto qualcosa, un incidente che aveva bloccato la strada principale e impedito a tutti di arrivare al ristorante, ma se anche fosse stato così ne saremmo già venuti a conoscenza in qualche modo. Non essendo abituato ad avere poco da fare, mi ingegnai il più possibile per farmi vedere occupato, avevo persino riordinato il cassettone delle posate, quello che usavamo come riserva nel momenti di panico dove non si ha neanche più una forchetta pulita, infondo calma o meno avrei comunque dovuto lavorare fino alle quattro del pomeriggio e per evitare che Giovanni se ne uscisse con qualche lavoro assurdo, come pulire una di quelle scansie dimenticate da Dio, mi feci vedere sempre impegnato.
Fu il rumore di un'auto a distogliermi dalle mie posate, le avevo sistemate così bene che ebbi la voglia di fotografarle. Mi voltai verso l'entrata per accogliere il cliente, ma il benvenuto che avrei dovuto dire, mi morì in gola.
Lui era li, per quanto continuassi a sbattere le palpebre per mandar via la sua immagine, non riuscii che a farmi lacrimare gli occhi. Indossava abiti normali e non quei vestiti costosi, ma mi ritrovai a pensare che fosse impossibile apparire perfetti anche indossando una semplice camicia, ma per lui non era così. Era come se la mia mente urlasse che non fosse normale, che non dovevo avvicinarmi, ma lui ora era un cliente e io un cameriere, dovevo muovermi in qualche modo. All'inizio sperai che fosse Teresa a fiondarsi su di lui, ma Giovanni l'aveva beccata con le mani in mano e ora la povera sventurata stava pulendo tutte le grate dell'aria condizionata, quindi dovetti muovermi. Sospirai e provai con tutto me stesso a non sembrare un idiota, quindi mi avvicinai e lo salutai con gentilezza, lui sorrise e mi si gelò il sangue. Non so se lo facesse di proposito, avendo notato che ero in soggezione, ma a me sembrò proprio che si stesse divertendo.
- Ho pensato che fosse giusto parlare di persona con il titolare, visto che dovrò rubarti per un giorno intero.-
- Vado a chiamarlo.- Lo dissi con i denti stretti, se faceva così non avevo la minima possibilità di rifiutare la sua proposta, ma forse avrei potuto intercettare Giovanni e magari pregarlo di rifiutare al posto mio.
- Se possibile vorrei prima mangiare qualcosa.- Mi bloccai come una statua di sale e imprecai del fatto che quel giorno il ristorante fosse deserto, se ci fosse stata la solita calca forse non si sarebbe fermato. Quello non era il suo posto, ero più che sicuro che fosse abituato a mangiare in ristoranti a cinque stelle, quelli che ti portano una porzione microscopica che sembra un quadro più che una pietanza, e tu assaggi, non ti sazi, ma ne rimani estasiato. Ad ogni modo lo feci accomodare, scegliendo uno dei tavoli più appartati, cercando di ricordarmi quale fosse quello che non traballava o quello a cui avevo appena messo la tovaglia pulita. Lui era tranquillo, si guardava intorno e sorrideva, come se fosse tutto estremamente divertente, quindi ero solo io quello che sudava copiosamente e si arrovellava il cervello per trovare una scappatoia. Si sedette e continuò a guardarmi, gli sviscerai il menù del giorno come se stessi recitando un rosario e lui si limitò ad annuire. - Mi rendo conto solo ora di non essermi presentato.- Lo disse all'improvviso, e io mi bloccai. Non conoscevo il suo nome, ma solo le sue iniziali e in quel momento mi resi conto di non volerlo sapere. Era come se, una volta scambiatici i convenevoli, non sarei più stato in grado di staccarmi da lui. - Il mio nome è Aiden Telal.-
Era un nome strano, ma bello allo stesso tempo, mi riempì la mente e non riuscii più a ricordarmi il resto del menù. Mi sorrise e io come un automa senza volontà propria gli dissi il mio nome, ma ero sicuro che lui già lo conoscesse. Ordinò, come un comune cliente e portai gli ordini in cucina, pregando i cuochi di impegnarsi al massimo, visto che comunque, per quanto mi spaventasse, quella che dovevo servire era una persona importante. Poi andai da Giovanni, aveva trovato un altro lavoro da far fare a Teresa, che ora stava spostando tutte le casse con le bottiglie dell'acqua, sia piene che vuote, per pulire dietro e tirar via forse lo sporco di anni. Gli raccontai della situazione e di ciò che quell'uomo voleva chiederli, poi lo pregai di rifiutare.
- Non vedo quale sia il problema, per un giorno cosa vuoi che sia e poi hai detto che ti paga, perché non accettare? Lo sappiamo tutti che ti piace suonare, potrebbe essere una buona occasione non credi?- Non mi ascoltava, o meglio era come se io neanche fossi li a parlargli. Giovanni sorrideva ed era accomodante, era vero che tutti erano a conoscenza della mia passione, Teresa lo aveva spifferato subito, ma non riuscivo a capire perché non potesse assecondare la mia richiesta. Così quando i due si incontrarono e si strinsero la mano, ero già consapevole che ormai non mi sarei più potuto tirare indietro.
Riflettendoci sopra ora, con calma, riesco a capire perfettamente perché per Giovanni quella fosse una proposta normale e vi vedesse un'opportunità per me, ed in effetti era così, finalmente potevo suonare e venire anche pagato, in più quella persona sembrava avere tutte le carte in regola per far cambiare marcia alla mia vita, ma io ne ero spaventato a morte. Ora non ero ben consapevole se la mia paura fosse diretta a lui come persona o al fatto che la mia vita, nel bene o nel male, stesse cambiando, ma ero terrorizzato e, a prescindere dal motivo, questa cosa non sarebbe cambiata.
Quando mi avvicinai a lui per chiedergli se volesse assaggiare uno dei nostri dolci, lui mi guardò sornione e mi appoggiò una mano sulla spalla.
- Sembra che non mi sfuggirai facilmente. Sabato mattina il mio autista passerà a prenderti. Il ricevimento si terrà verso le diciotto, ma così avrai tutto il tempo per conoscere il tuo nuovo strumento e per preparati al meglio.- Ero totalmente e completamente in balia di quell'uomo e continuavo a darmi dello stupido per non riuscire a spiccicare neanche una sillaba per negarmi.

Così la settimana passò lentamente, forse troppo. Fu come se il tempo avesse rallentato del tutto, come se le ore fossero diventate lunghe come anni, non che la cosa mi dispiacesse, ma stava diventando snervante. Infondo l'unica mia vera paura era quella di suonare in pubblico, lo sapevo bene, soprattutto poi se il pubblico era gente come lui. Si era presentato e il suo nome mi era rimasto bene impresso nella mente, ma non lo pronunciavo mai, come se farlo significasse iniziare ad instaurare un rapporto, un legame con lui, e io non volevo e ormai mi ero ripromesso che, dopo quella sera, non mi sarei più fatto coinvolgere da lui, che avrei messo bene in chiaro le cose.
Così, quella mattina, con una ventina di spartiti sotto il braccio rimasi in attesa del mio trasposto, aspettandomi chissà che auto di lusso, quando mi si presentò un uomo, forse sulla quarantina, occhi stretti e sguardo assente, decisamente non promettente per un autista, alla guida di un Audi. Certo per me che guidavo un motorino nato anni prima di me, non assicurato, e la cui patente serviva solo per far fare volume al portafogli, quella era una macchina impossibile, ma per uno come lui non so, mi aspettavo qualcosa di più.
Ad ogni modo non mi disse nulla, mi fece salire e partì così lentamente che credetti di andare a piedi. Non sapevo dove stessimo andando, seguii la strada per un po', almeno finché non imboccò l'autostrada e li mi persi per le successive due ore, tanto che non vidi neanche il cartello stradale quando uscimmo. Mi ritrovai per le vie di una città vecchia, o meglio antica, i palazzi in mattoni, lunghe torri che spuntavano qua e la, grandi arcate e portici lunghissimi, io non ero mai uscito dal mio piccolo e caratteristico paesino, quindi semplicemente guardando non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Poi la città iniziò a trasformarsi e accanto al vecchio arrivò il nuovo, con lo scintillio dei vetri e il grigio del cemento, ma non era brutto ne fuori luogo. Rimasi come un ebete a guardarmi intorno, era una città viva, piena di persone che si godevano la loro vita, artisti di strada e negozi luminosi, mi piaceva quella realtà movimentata, ma era fuori dalla mia portata.
Divenne tutto buio quando l'auto girò verso destra e imboccò un parcheggio coperto enorme, girò qualche minuto per trovare il posto giusto, probabilmente quello riservato al proprietario e scesi. C'era odore di gas di scarico e cemento caldo, ma non era poi tanto fastidioso, per me era tutto nuovo, anche solo dover cercare un parcheggio era una cosa fuori dall'ordinario, in paese parcheggi dove vuoi o meglio dove ti fa più comodo.
Mi scortò, senza mai dire una parola, fino all'ascensore, mi fece entrare, premette per me il pulsante dell'ultimo piano e mi lasciò come un cretino. Grazie mille signor “non spiccico una parola neanche a pagarla” per avermi messo a mio agio durante tutto il tragitto. Mi sudavano le mani, la schiena e anche molte altre parti del corpo e non era di certo una bella sensazione doversi presentare in quello stato. L'ascensore ci impiegò minuti lunghissimi ad arrivare, poi emise un suono e le porte si aprirono alle mie spalle. Mi voltai di scatto e mi ritrovai in un salone enorme, c'erano forse una ventina di poltrone e divanetti, ognuno dei quali affiancato dall'immancabile tavolino basso e illuminati da lampadari così grandi che una volta accesi avrebbero potuto rischiarare forse tutta la città.
Poi, al centro, luminoso e sgargiante c'era lui, il mio pianoforte. Fu amore a prima vista e non potei non avvicinarmi, non era simile a nulla che avessi mai visto ne tanto meno suonato. Toccai con la mano il marchio della Steinway & Sons, che spiccava dorato sul nero lucido dello strumento, e solo quello bastò per darmi i brividi, avrei potuto sviolinare tutti gli aggettivi che conoscevo per descriverlo, ma nessuno sarebbe stato in grado di raccontarlo al meglio, posso solo dire che in quel momento, qualsiasi mio dubbio, paura o altro, venne completamente risucchiato da quella bellezza e in me rimase solo la voglia di poggiarvi sopra le dita e farle danzare. Mi resi conto di essere un mondo troppo lontano dal mio, totalmente fuori luogo e che soltanto quello, che per alcuni potrebbe non aver alcun significato, per me era entusiasmante anche solo stare accanto a quello strumento. Così che, quando mi sentii chiamare, ci misi un po' per tornare con i piedi per terra e mi voltai verso quella voce come in preda ad un trip, ma infondo non mi importava.
- Ho scelto bene a quanto pare.-
- E' favoloso.- Lo dissi a bocca aperta, come un ebete, ma era vero e non riuscivo in nessun modo a frenare l'emozione.
- Di solito chi entra qui, rimane estasiato dalla stanza, dalle luci o dal panorama. - Non lo avevo neanche guardato, ma la stanza era completamente esposta alla luce del giorno con una vetrata estesa su tutto il perimetro, dove si godeva di una vista mozzafiato, ma meno bella del pianoforte su cui avevo messo gli occhi. - Questo fa di te un vero artista, hai notato la bellezza di uno strumento che per molti è solo decorativo.- Solo allora mi voltai a guardarlo, non so come riuscii a distrarmi da quell'amore a prima vista, ma lo vidi e per la prima volta mi sembrò una persona normale. Avrei giurato che si fosse svegliato da poco, era vestito come me, forse i suoi pantaloni costavano più del mio affitto, ma non era importante, perché per la prima volta riuscii a vederlo come una persona e non come una strana entità. Allora sorrisi e riuscii a rilassarmi, mi sedetti e gli chiesi se potevo iniziare ad esercitarmi e lui, per tutta la mattina sparì lasciandomi da solo con il mio nuovo amore.
Descriverei il nostro primo contatto come quando si fa l'amore la prima volta, quando si è inesperti e si teme ogni cosa, temevo di essere troppo irruento o troppo delicato e non riuscire a produrre il suono giusto, ma quello era uno strumento che andava oltre le mie intenzioni, come se mi capisse e fosse in grado di plasmarsi sotto le mie dita. Così non mi resi conto del tempo che passava e solo quando il mio stomaco iniziò ad ululare per la fame dovetti fermarmi. Guardai l'enorme orologio sulla parete ed erano già le due del pomeriggio. Non sapevo che fare, se provare ad andare via per mangiare qualcosa, o avvertire qualcuno, quindi rimasi qualche minuto li cercando una soluzione adeguata quando lo vidi rientrare. Sbucò da una porta che non avevo minimamente notato, la richiuse di fretta a doppia mandata e si voltò verso di me stupito.
Di quel momento non ricordo molto, solo che era arrabbiato e potevo leggerglielo in viso, era tirato e scuro, quasi irriconoscibile, lo vidi avanzare verso di me e non riuscii a muovermi o a dire una parola, poi tutto divenne nero e confuso e i miei ricordi ripresero che era già sera, io vestivo in modo elegante e suonavo al pianoforte, mentre la sala era gremita di persone che parlottavano e mi ascoltavano con entusiasmo. Non c'era ne paura di incertezza, suonavo e basta di ciò che fosse accaduto non mi importava nulla. Quella sera ricevetti molti complimenti e anche alcune laute mance, lui passò il tempo da buon padrone di casa, parlando con tutti e ogni tanto veniva da me, mi poggiava una mano sulla spalla e annuiva. Da quel giorno, nonostante mi fossi ripromesso di non farlo, iniziai a chiamarlo per nome.

Dopo quella sera non lo vidi più per molto tempo e la cosa iniziò a darmi fastidio, mi sentivo come una ragazzina usata e abbandonata, non ne capivo il motivo, ma era irritante. Infondo era piombato lui nella mia vita, offrendomi una possibilità che non gli avevo chiesto per poi dimenticarmi come un oggetto vecchio, ma la cosa che mi tormentava di più era ciò che non ricordavo. Sapevo di aver perso un pomeriggio intero, che in quelle ore era accaduto qualcosa, ma non riuscivo in nessun modo a ricordare e il volerlo fare a tutti i costi iniziò a tormentarmi. Persi il sonno e smisi di uscire di casa se non per lavorare, ma anche quello divenne difficile e Giovanni mi diede delle ferie. Quindi rimasi chiuso in casa, cercai su internet qualche notizia su Aiden, ma non c'era nulla e visto che non ricordavo neanche in che città mi avessero portato, era come cercare un ago in un pagliaio.
Fu Teresa ad aiutarmi ad uscire da quello strano tunnel in cui mi stavo cacciando, veniva a trovarmi ogni giorno e mi aiutava come poteva, era gentile e io mi sentivo in colpa per molte cose. Evitò accuratamente di parlare di Aiden e di ciò che era successo, del perché quel giorno passato in casa sua mi avesse cambiato tanto, ma anche se me lo avesse chiesto non avrei saputo rispondere in nessun modo. Semplicemente non lo sapevo, solo che dentro di me qualcosa gridava e strepitava, qualcosa che mi diceva che dovevo saperne di più.
La cosa peggiore però era non poter suonare. La biblioteca era chiusa e non potevo entrarvi in alcun modo, la mia povera tastiera elettronica aveva tirato le cuoia e di soldi non avevo per poterla aggiustare, non che servisse a molto, e quindi ero stressato e irritato dal mondo. Decisi che forse avrei dovuto fare il primo vero passo in quella faccenda, che avrei dovuto agire in qualche modo e mettere la parola fine ad ogni cosa, quindi decisi di tentare. Ricordando a tentoni qualche particolare della città in cui mi avevano portato, cercai su internet qualcosa che si avvicinasse ai miei ricordi, inoltre ero certo che il viaggio fosse durato un paio d'ore e quando, più o meno, riuscii a trovare delle immagini che si avvicinavano a ciò che credevo di aver visto, presi il primo treno e andai.
Per tutto il viaggio, iniziato male dall'enorme ritardo del treno, rimasi con gli occhi fissi sul panorama. Le rotaie viaggiavano parallele all'autostrada, quindi qualcosa avrei dovuto ricordare, ma finii il viaggio con nulla di più che un enorme mal di testa. Mi aggirai per le vie della città come un pazzo, era come la ricordavo, ma allo stesso tempo era diversa e mi disorientava.
Come era possibile non riuscire a mettere a fuoco i propri ricordi?
Sembravo un drogato in cerca del proprio pusher di fiducia, tanto che dopo un po' iniziai a chiedere in giro se conoscessero Aiden, ma fu tutto inutile. Infine, quando ormai il tempo a mia disposizione stava per finire, e mancava un'ora scarsa alla partenza dell'ultimo treno per tornare a casa, vidi il palazzo. Mi chiesi come avessi fatto a non vederlo prima, un'enorme costruzione circolare di specchi e cemento non passa inosservato, ma io non l'avevo notata.
Partii a razzo, correndo come un idiota e mi fermai solo all'entrata quando finalmente mi chiesi: che diavolo ci faccio qui?
Teresa mi aveva chiesto qualche sera prima se la mia ossessione si fosse scatenata dall'euforia di essere finalmente riuscito a suonare davanti ad un pubblico ed essere stato apprezzato. Io le avevo risposto che non era così, che volevo solo capire perché non ricordassi nulla di quella sera, ma ora che ero fermo li, con il dito a pochi millimetri da quello che credevo un citofono, e tutto aveva perso significato.
Qual'era il vero senso di quel gesto? Cosa mi avrebbe portato premere quel bottone?
Non lo sapevo, ma non dovetti sforzarmi poi molto perché da quel momento in poi le cose precipitarono senza che riuscissi a mettervi un freno. Non mi servì neanche suonare, una voce dell'altra parte dell'apparecchio mi diede il benvenuto e la porta si aprì. Non era una voce umana, ma di quelle elettroniche, come quelle nei navigatori, e la cosa mi diede i brividi rendendomi conto di quanto fossi suscettibile. Mi ritrovai dentro un enorme salone, simile ad una hall di un hotel, ma era deserta quindi andai avanti verso l'ascensore, essendo sicuro di dover salire all'ultimo piano. Ci misi un po' a trovare quello giusto, ne avevo tre a destra e tre a sinistra, ma solo uno di loro arrivava all'ultimo piano, gli altri fermavano la loro corsa a metà edificio. Il problema fu che, anche se avevo trovato l'ascensore giusto non potevo chiamarlo, erano di quelli che si attivano con una specifica chiave, che ovviamente non avevo e l'idea di dover fare le scale mi fece sentire un idiota. Decisi di andarmene. Non era stato l'impedimento a farmi cedere, se fossi stato davvero motivato forse avrei fatto tutto l'edificio a piedi, ma mi resi conto di quanto stupida fosse la mia presenza in quel luogo. Mi ero precipitato li e ora che vi ero arrivato non sapevo più che fare, non sapevo se ero poi così sicuro di sapere cosa fosse successo quella sera. Forse, se fossi rimasto chiuso nella mia piccola casa e nel mio piccolo mondo, non sarebbe cambiato niente, ma quando mi voltai e feci per andarmene, le porte dietro di me si aprirono e io feci il primo passo verso qualcosa che non avrei mai creduto possibile. Avrei potuto lasciar perdere tutto, ma quando sentii il rumore dell'ascensore che arrivava e le porte che si aprivano, semplicemente sospirai e salii.
La stanza era esattamente come la ricordavo, ma sopratutto anche lui era li. Lo Stainway era perfetto, luccicante come appena laccato, mi fiondai su di lui, come se il mio unico desiderio fosse toccarlo e lo feci. Accarezzai i tasti e iniziai a pensare a quale melodia fosse la più adatta per farlo suonare al meglio, ma la mia euforia dovette frenarsi quando lo percepii dietro di me. Ero certo mi stesse guardando e il non sapere se fosse felice o irritato dalla mia presenza mi fece perdere qualche battito e per questo non mi voltai.
- Puoi suonare se vuoi.- Lo sussurrò al mio orecchio destro che divenne subito caldo, temetti che si sarebbe sciolto, così scattai di lato come un gatto arruffato e lo protessi. Lui rise, ma non riuscii a leggere oltre quel sorriso, era questo che, più di tutto, mi metteva in soggezione. Fu lo squillo di un telefono a salvarmi e a darmi la possibilità di tornare a respirare, lui alzò solo un dito verso di me, come a chiedermi un minuto e si congedò in un'altra stanza. Sospirai e mi guardai un po' intorno, questa volta volevo imprimere nella mia mente ogni cosa, ogni dettaglio e tornare a casa con la consapevolezza di ciò che avevo fatto e non come era successo la volta precedente, ma mi resi conto che era sciocco e inutile. Ora sapevo dove mi trovavo, non mi sentivo un bambino smarrito, ma c'era comunque qualcosa che non riuscivo ancora a capire e non mi sarei accontentato di guardarmi solo intorno, così quando lui tornò gli sputai letteralmente in faccia ciò che volevo e gli chiesi cosa era accaduto quella sera. - Ti sei esibito magnificamente bene.-
Mi stava prendendo in giro e non serviva essere dei geni per capirlo, sorrideva e mi girava intorno come come uno scultore guarda la propria opera non ancora finita. Provai a chiedere di nuovo, a domandargli il perché non ricordassi nulla e lui a quel punto si fermò e mi disse che era meglio così. Semplice e diretto, senza nascondere nulla o trovare scuse.
- Perché?- Fu l'unica cosa che riuscii a dire, sopraffatto da quell'arroganza che mi fece pizzicare i palmi delle mani, gli avrei dato un pugno se solo non mi fossi sentito così lontano da lui.
- Perché altrimenti non avresti suonato. Ero arrabbiato lo ammetto e ho agito d'istinto, ma poi ho rimediato.-
- Come dovrei interpretare questa cosa? Mi hai cancellato la memoria?-
- Oh bambino guardi troppa televisione.- Mi stava prendendo in giro, che altro avrei potuto dirgli in quel momento? Non avevo la minima idea di cosa aspettarmi, di come prevedere le sue risposte e in tutti i modi cercai di non sembrare uno sciocco, ma fu impossibile. - Non funziona così, sei tu a non voler ricordare, semplicemente perché per te è meglio. Il tuo cervello sa cosa è successo, quelle ore che tu pensi di aver perso sono ancora li.- Con il dito mi toccò la fronte e mi spinse un po' indietro, indietreggiai come se mi stesse venendo addosso un tir. - La tua mente ha solo fatto una scelta, ha eliminato dalla tua parte cosciente tutto ciò che potrebbe ferirti, ti ha protetto. Io non sono l'artefice di nulla, ma ammetto che sei stato bravo. Hai ricordato molte cose, forse perché sei rimasto talmente affascinato dal pianoforte, che per nulla al mondo lo avresti rimosso.-
- Che diavolo mi è successo qui? Che mi hai fatto?-
- Ti ho mangiato vivo.-
- Non prendermi per il culo.- Risposi di getto, ma in fondo al cuore qualcosa mi diceva che non stava affatto scherzando, la mia anima tremava e scalpitava ed era una cosa che percepivo distintamente.
- Perché dovrei? Ci sono telecamere ovunque, puoi scoprirlo da solo.- Mi indicò il suo computer, era in un angolo del salone, sopra una scrivania enorme. Feci un passo in avanti, quando qualcosa iniziò a pizzicarmi le meningi, come se un non so che volesse affiorare a fatica. Un po' la sensazione di quando si cerca di ricordare cosa abbiamo sognato durante la notte, senza poi riuscirsi davvero. Volevo convincermi che mi stesse prendendo in giro, che una volta arrivato al mouse del pc si sarebbe messo a ridere e mi avrebbe dato una pacca sulla spalla ridendo di gusto, ma non accadde e riuscii persino a sedermi sulla poltrona. Lui toccò lo schermo con l'indice che si accese, spostò il dito verso un'icona la premette e semplicemente ogni cosa mi piombò addosso.
Rimasi schiacciato da una frana di ricordi che avevo semplicemente accantonato. I miei occhi rimasero fissi sulla scena e mi resi conto di non provare nulla. Rivissi quel momento, quando la fame mi fece smettere di suonare e quando lui spuntò dalla porta in preda all'ira. Da li il buio iniziò a diradarsi, lui che si gettava su di me come un animale in preda alla fame, mi teneva a terra senza darmi la possibilità di muovermi e io non reagivo, lo vidi che affondava i denti nella mia carne, ne sentii il rumore quando i primi strati di pelle iniziarono a strapparsi, sentii lo scorrere del sangue quando le arterie iniziarono a cedere. Seguii le sue mani che si intrufolavano dentro di me cercando qualcosa di più morbido, qualcosa che venne fuori con la stessa facilità con cui si taglia una fettina di manzo con il coltello. Poi iniziai ad urlare. Il dolore che all'inizio sembrava non riuscissi a provare mi piombò addosso anche in quel momento, gridai come un pazzo cercando aiuto, era atroce e lacerante, un dolore che mai avrei pensato di poter provare. Sentivo le mie viscere che mi venivano strappate via, sentivo i suoi denti che mi aggredivano ripetutamente, come una bestia feroce e impossibile da fermare. I muscoli, i tendini, le ossa. C'erano parti di me in ogni angolo della stanza, c'era il mio sangue che macchiava il pavimento e il mobilio, e c'ero io che ormai non ero che qualcosa di informe steso su un parquet ormai da buttare. Mi resi conto che se non avessi visto il filmato dall'inizio non avrei mai potuto capire che quella cosa ero io, non c'era più niente di me che trovassi familiare.
Non reagii, rimasi semplicemente immobile e fisso sullo schermo ora in pausa. Poi vomitai, beccando per fortuna il cestino accanto alla mia gamba. Non fu tanto per il disgusto, ma per la consapevolezza che ciò che avevo visto era vero, che era accaduto esattamente come riflesso nello schermo, eppure io ero vivo ed ero intero, quindi c'era altro. Rimandai indietro un altro conato e continuai la visione. Ciò che rimaneva di me rimase tale per un pò, mi aveva lasciato li a marcire tra parti delle mie budella come se non gli importasse, poi lo vidi rientrare, si era cambiato e ripulito, sembrava tranquillo, lo vidi alzare semplicemente la mano e forse pronunciare qualche parola, poi ci furono delle interferenze, qualcosa che forse aveva disturbato la registrazione, che prese a saltare prima di qualche secondo, poi di minuti. Quando riprese a scorrere normalmente, era passata più di un ora e io mi vidi di nuovo, tutto intero e vestito elegante. Rimasi ad osservare la scena finché tutto non si ricollegò con ciò che ricordavo della sera, e l'unica cosa che riuscii a pronunciare furono parole di stupore.
- Non può essere vero.-
- Credi a ciò che vuoi, ma io se fossi in te darei bene ascolto a quella piccola vocina, a quel piccolo fremito che ora senti nel cervello e che ti sta mettendo in guardia.- Era vero e in realtà era una cosa che percepivo dal primo istante in cui i nostri sguardi si erano incontrati, ma lo avevo sempre ignorato. Ciò che avevo visto, ciò che lui mi stava mostrando con la stessa naturalezza con cui si condividono video stupidi su Facebook, sapevo essere vero, ma non riuscivo, anzi non potevo, ammetterlo ad alta voce, così mi venne fuori la domanda più stupida che potessi mai fare.
- Che cosa sei?-
Iniziò tutto da li, io sparii dal mondo con naturalezza, come se non fossi mai esistito. Mi chiuse nella sua realtà senza darmi la possibilità di fare altro se non quello che lui mi chiedeva. Terrorizzato dall'idea di rivivere quel dolore, di sentire la mia carne che veniva strappata a morsi e i miei muscoli contorcersi e lacerarsi accettai quel momento come inevitabile. Dopo avermi spaventato a morte e fatto capire che se quella era la sua decisione in nessun modo mi sarei potuto rifiutare, mi chiese di suonare per lui. Nonostante mi avesse guarito dalle ferite appena inflitte, le braccia mi dolevano comunque, ma lo feci perché ero conscio del fatto che se mi fossi rifiutato, quel dolore sarebbe tornato e se non mi avesse guarito sarei morto nei lamenti e nelle mie stesse interiora. Si stese su un divano e chiuse gli occhi mentre io iniziavo a suonare, scelsi la prima melodia che mi venne in mente, una sonata di Beethoven e lui si addormentò come un bambino cullato dalla voce della madre. Quella sera, quando si risvegliò io ero ancora li, seduto sullo sgabello del pianoforte e non mi ero mosso di un millimetro, lui sorrise e poi mi mostrò quella che sarebbe stata la mia prigione eterna.



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