Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 3

3. Primo patto 

Adattarmi a quel cambiamento non fu affatto semplice. Non chiesi e non parlai per giorni, neanche dormii e la cosa iniziò a farsi sentire presto. Ero così terrorizzato da ciò che poteva accadere che mi chiudevo a chiave in camera e rimanevo rannicchiato in un angolo del letto in attesa della fine. Eppure non mi aveva più fatto del male, ma il solo pensiero che potesse ripetersi mi stava facendo impazzire. Uscivo soltanto quando lui voleva sentirmi suonare e presto iniziai ad odiare la mia musica, perché non era più una mia passione nascosta, ma un dovere che mi permetteva di continuare a respirare. Quando non suonavo rimanevo nella mia stanza e lo sentivo, al di la della porta, affaccendarsi nelle sue cose.
Ci misi un po' a capire che tipo di lavoro facesse, riceveva telefonate da moltissime persone e ne ospitava in casa molte altre, parlavano di affari, azioni in borsa, stabili da comprare, progetti da approvare. Aveva le mani in pasta in qualsiasi attività, elargiva soldi come se fossero caramelle e ne estorceva altrettanti con la stessa facilità. Non saprei dire quanti giorni fossero passati, se una settimana, un mese o un anno intero, ma io ero distrutto fisicamente e psicologicamente. Mi resi conto di avere la stessa utilità di un cane domestico, mi sentivo inutile e soprattutto senza speranza, tanto che iniziai davvero a sperare che mi uccidesse, ma in tutto quel tempo non era più accaduto nulla e per un po' mi venne il sospetto che forse mi ero semplicemente inventato ogni cosa ed ero solo un pazzo chiuso in una bella stanza.
Poi, una sera, le cose iniziarono a cambiare.
Come sempre ero seduto sul letto e guardavo la porta della camera. Chiudevo la serratura a doppia mandata e lasciavo sempre la chiave dentro, ma quella sera si aprì lo stesso e lui si presentò a me con un'espressione che non augurava nulla di buono. Era nervoso, gli occhi si erano quasi chiusi e sembravano soltanto due lunghe linee nere sul viso pallido, mi ordinò di seguirlo e lo feci senza esitare. Ci ritrovammo nel salone e mi guardai intorno, era già sera, cosa di cui non mi ero minimamente reso conto e tutta la sala era avvolta da una strana luce tenue e soffusa ed era fredda. Spostai poi lo sguardo su uno dei divanetti e i miei occhi si poggiarono sulla figura di Teresa. Quando mi vide le si illuminò lo sguardo e corse ad abbracciarmi, io non ricambiai il gesto continuando a chiedermi perché diavolo fosse li e come ci fosse arrivata, ma lei non sembrò curarsi della mia freddezza, mi diede un bacio sulla guancia e mi accarezzò il viso.
- Ti rendi conto di quanto sono stata in pensiero, tutti lo eravamo. Perché non ci hai detto dov'eri, tuo padre ha chiamato la polizia, è stato un delirio.-
Cosa avrei dovuto risponderle? Che ero prigioniero li? Che ero terrorizzato dall'uomo che avevo alle mie spalle e che ora sembrava sul punto di fare una strage?
Qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stato un errore, ma se fossi rimasto in silenzio avrei peggiorato la situazione quindi ci provai.
- Mi dispiace, ma Aiden mi ha concesso di suonare ed esercitarmi qui e tu sai che non posso permettermi di fare avanti e indietro da casa.-
- Capisco ma, per la miseria esistono i cellulari, sarebbe bastato scrivere un messaggio.-
- Ha ragione Chris, pensavo ti fossi occupato di tutto.- Fu lui a parlare e catturò l'attenzione di Teresa, che si staccò da me e gli sorrise. In quel momento mi resi conto che la persona che vedevo io e quella che vedeva Teresa non erano la stessa, perché se così fosse stato, se avesse visto l'espressione maligna dipinta sul volto di Aiden, non avrebbe mai potuto sorridere così.
- Grazie per avermi permesso di vederlo. Questo stupido si comporta proprio come un bambino a volte.-
- Ora che è tutto sistemato dovresti andare Teresa, io...-
- Che fretta c'è.- Mi interruppe e mi si gelò il sangue nelle vene. Si avvicinò a Teresa e la prese per le spalle, lei arrossì vistosamente e io rimasi immobile. - Resta a cena con noi, così sarai tranquilla e domani potrai tornare a casa. Non mi sembra proprio il caso di farti affrontare un viaggio a quest'ora.- Non fui abbastanza veloce, lo vidi solo quando era già troppo tardi, quando ormai la piccola lama curva aveva tranciato la gola di Teresa e il sangue aveva iniziato a macchiare ogni cosa intorno al suo corpo. Mi gettai su di lei per evitarle almeno di stramazzare a terra e il rosso del suo sangue macchiò anche me, oscurandomi la vista e bloccando qualsiasi mia facoltà mentale. Rimasi li, ad osservare il suo viso che si spegneva, senza gemiti o lamenti, provai a bloccare l'emorragia, ma fu tutto inutile. Rantolò ancora per qualche istante, tutto il suo corpo venne scosso da brividi che non potevo fermare e poi rimase immobile.
- Perché diavolo lo hai fatto?- Gridai, buttando al vento ogni briciolo di autocontrollo. Se mi avesse ammazzato non mi sarei dispiaciuto affatto, di certo quello che stavo vivendo non era una vita normale. Non riuscii neanche a piangere, forse per la prima volta avevo trovato il coraggio di affrontarlo davvero.
- E' così che funziona il gioco ed è il momento che cominci a fare sul serio.-
- Di che cazzo di gioco parli? Ammazzare la gente è un gioco per te? Che razza di persona sei!- Ero fuori di me e lo sapevo, come si può accettare oltre una cosa del genere? Non ero più ne spaventato ne riluttante, ero arrabbiato forse più con me stesso che con lui, ma ero stufo di rimanere nascosto in una bella camera, ero stanco di avere paura.
- Funziona così, tu fai qualcosa per me e io faccio qualcosa per te. Semplice e lineare. Se vuoi posso riportarla indietro, ma non hai molto tempo.- Io non so cosa stuzzicò il mio cervello o mi diede la forza di alzarmi, ma gli credetti. Con il viso e le mani imbrattate di sangue mi avvicinai a lui e gli chiesi cosa voleva che io facessi. Lo avevo visto riportarmi indietro da un mucchio di carne macellata, se fossi stato abbastanza veloce forse avrebbe potuto fare lo stesso con Teresa. Ora io non so se quella mia scelta fosse giusta o sbagliata, ma so per certo che quello è stato il primo passo verso un mondo che non conoscevo, di cui neanche percepivo l'esistenza. Io che avevo accettato così facilmente che quella persona fosse diversa, avevo anche accettato con la stessa identica facilità, di dannare la mia anima per salvare qualcuno la cui unica colpa era stata quella di preoccuparsi per me. 

Non ci mise molto a dirmi cosa dovevo fare, mi disse che voleva qualcosa e che non poteva prenderla lui stesso, quindi mi convinsi che potevo farlo, che anche se mi sarei dovuto infilare di notte in una casa e rubarlo lo avrei fatto, così mi disse i dettagli.
- Quello che mi serve è una spilla. Non serve che ti dica molto non passa di certo inosservata, ha una forma circolare con diamanti e altre pietre preziose colorate. A possederla è Caterina D'Armagnac, è stata qui al ricevimento e tu ci hai parlato.-
- Non la ricordo.- era vero, in quel momento non avevo la minima idea di chi fosse, ma non mi importava, se dovevo solo portarle via una stupida spilla, mi sarebbe bastato sapere solo che aspetto aveva.
- Non ha molta importanza, domani mattina suo padre verrà qui e porterà anche lei. Si è appena laureata e lui vuole che impari subito in che razza di mondo siamo, ma è solo una bambina viziata e quindi si distrae facilmente. Io terrò occupato suo padre, tu ti occuperai di lei. La spilla la porta sempre con se, è un cimelio di famiglia molto importante e la tiene costantemente in bella vista. Non sarà difficile.-
- Se è così facile perché non la prendi tu stesso, non mi sembra tu ti faccia scrupoli del genere.-
- Non mi è permesso toccarla. Ci sono delle regole, imparerai a conoscerle con il tempo.-
In quel momento non capii molto, non avevo nulla su cui fare un minimo ragionamento, ma ad ogni modo accettai di stare al suo gioco e gli dissi che lo avrei fatto, ma che lui avrebbe dovuto mantenere la parola e rimediare al danno che aveva commesso. Non sembrò per nulla stupito, anzi quasi compiaciuto che avessi iniziato a rispondere, mi ripeté per l'ennesima volta che il gioco era quello e che lui non avrebbe più barato. Nuovamente non feci caso alle sue parole, ma avrei dovuto prestare molta più attenzione e forse avrei commesso meno errori.
Ovviamente non chiusi occhio, continuai a pensare e pensare a cosa dovevo fare e mi resi conto che non era poi una cosa così difficile. Non avevo mai rubato nulla, una volta da bambino mi era capitato per sbaglio di infilarmi un panetto di burro nella tasca del cappotto perché non riuscivo a portare tutta la spesa, poi mi ero dimenticato di tirarlo fuori e avevo pagato il resto tranne il panetto. Quando poi mi ero reso conto di ciò che avevo fatto ero tornato a casa in lacrime, con il burro mezzo sciolto tra le mani non sapendo che fare e sentendomi un ladruncolo immorale. Mio padre non mi aveva sgridato, ma mi aveva riportato al negozio per chiedere scusa e pagare ciò che avevo preso, eppure mi sentivo così in colpa che non ero più riuscito ad entrare in quel negozio, ma almeno avevo imparato a prendere i cestini per la spesa prima di iniziare le compere.
Ora invece dovevo ingannare una ragazza e portarle via un oggetto a cui probabilmente teneva molto per un mio tornaconto e non sapevo se ne ero in grado, ma lo avrei fatto per Teresa.
Quando arrivò la mattina mi sentivo uno schifo. Mangiavo poco da giorni ed ero smunto, pallido e con le occhiaie, pensai che forse sarei riuscito a prendere quella maledetta spilla fingendomi un fantasma e facendole venire un infarto, ma scartai l'idea.
Per la prima volta uscii dalla stanza di mia spontanea volontà e andai in sala da pranzo, ci ero stato una volta soltanto ed ero rimasto imbambolato davanti all'enorme tavolo dove vi avrebbero potuto mangiare tranquillamente forse venti persone, ma non mi fermai. Andai in cucina e in frigo tirai fuori un po' di latte da scaldare. Non era il massimo per riprendere a mangiare normalmente, ma era un passo avanti. La cucina era in stile moderno, enorme e luminosa. Sapevo che Aiden mangiava come una persona normale, lo avevo servito io stesso e mi ritrovai a pensare se cucinasse lui o ci fosse qualcuno con il compito di occuparsi della casa, ma fino a quel momento non avevo visto nessuno. Forse avere troppe persone in giro non era una cosa buona per lui, sicuramente non dopo quello che aveva fatto a me e a Teresa.
- Vedo che inizi ad ambientarti.- Saltai sul posto come un bambino beccato con le mani nel barattolo dei biscotti, mi ero rilassato per qualche secondo e subito ci ero rimasto fregato. Mi voltai e lui era li, ai miei occhi era tornato una persona normale, vestiva in camicia e jeans e sorrideva in modo naturale. Ora io rimanevo totalmente sconvolto per quei suoi cambi d'umore. Riusciva ad essere normale e orribile, a cambiare stato d'animo con la stessa facilità con cui ci si cambia i calzini e questo per uno come me, che faceva fatica a nascondere il proprio stato emotivo, era una cosa assurda. Rimasi in silenzio qualche secondo, avevo una voglia matta di bermi una decina di caffè, ma mi accontentai del latte che riuscì comunque a scaldarmi lo stomaco e a donarmi una bella sensazione. Si sedette su uno sgabello e rimase fermo a guardarmi, così dopo qualche minuto in completo silenzio mi decisi a parlare.
- Cosa dovrei fare di preciso oggi? Credo sia impossibile che quella ragazza non si accorga della spilla.-
- Di questo posso occuparmene io, tu devi solo prenderla per me.-
- Dimmi ancora perché non puoi farlo tu.- Sapevo di giocare con il fuoco, se continuavo a rispondere in quel modo avrei corso il rischio di farlo arrabbiare e forse mi sarei giocato l'unica possibilità che avevo per rivedere Teresa, ma dovevo saperne di più. Continuare a far finta di niente o peggio, continuare semplicemente a credere di essere diventato pazzo, non mi avrebbe portato da nessuna parte. Lui si appoggiò al bancone della penisola della cucina, mi guardò negli occhi come se fossi l'unica persona esistente sulla terra e io tremai. Sembravano diversi, ero convinto che avesse gli occhi scuri come pozzi senza fondo, invece ora, alla luce del sole erano chiari e blu come il cielo fuori dalla finestra. Pensai che forse, il fatto di essere tanto spaventato da lui, continuava a mutare in me la percezione del suo aspetto, forse in realtà nessuno degli Aiden che avevo visto era quello vero.
- Quanti anni pensi io abbia?-
- Cos'è stai per dirmi di essere un essere millenario dalle grandi capacità?- Mi uscì spontanea, infondo potevo sopportare solo un certo quantitativo di informazioni e mi resi conto di non voler sapere poi molto di lui, come se non volessi legarmi più di quanto era stato già fatto e poi, avrebbe potuto raccontarmi un milioni di storie, tutte false e io non avrei potuto in nessun modo capire la differenza quindi preferivo non sapere.
- Ne ho venticinque, esattamente come te. Sono nato esattamente come sei nato tu, nessuna differenza.-
- Io non mangio le persone.-
- Neanche io all'inizio, torna a galla tutto dopo, con il tempo. Ciò che sono e ciò che ero nella mia vita precedente, funziona così. Gli esseri umani nascono e muoiono una volta, io invece molte di più e nel corso degli anni ci sono oggetti e persone a cui uno si lega, ci sono pensieri e sentimenti che ti mandano avanti, ma quando si rinasce è proibito venire a contatto con qualcosa del proprio passato, per questo prenderai tu la spilla per me.- Dovevo credergli o sentirmi un idiota anche solo per aver pensato che quella storiella fosse vera? Eppure ero certo che non mi stesse mentendo, perché io ero già spaventato da lui e con quella rivelazione non sarebbe cambiato niente, quindi la presi per buona. In realtà è estremamente difficile accettare di avere davanti qualcosa o qualcuno che non si comprende, ovviamente se si fosse presentato da me normalmente e mi avesse detto di essere qualcosa di diverso non gli avrei mai creduto, ma io sapevo cosa mi aveva fatto e cosa aveva fatto alla mia amica e forse la paura mi aveva portato a prendere per vero tutto ciò che diceva, ma accettarlo era molto più difficile.
- Perché?-
- Cosa?- Mi era uscito di getto e lui sembrava davvero sorpreso della mia domanda. In realtà non sapevo neanche io a cosa volessi riferirmi, quella domanda era legata a molte cose, per cui mi sarei accontentato di qualsiasi risposta. - Ti ho scelto per via della tua musica, riesce a farmi calmare. La rabbia è un sentimento che ti corrode dall'interno...- Si alzò e si avvicinò a me, non mi mossi di un millimetro e trattenni il respiro. Allungò la mano e spinse le dita sopra la bocca del mio stomaco, sentii il latte che tornava in su e un sapore acido riempirmi la bocca. - Ti agguanta le viscere e ti stritola dall'interno. - Poi arrivò il dolore, spingeva così forte che le dita sembrarono penetrarmi nello stomaco e forse lo fecero perché qualcosa iniziò ad inumidirmi la maglietta, ma ero pietrificato e non osavo abbassare lo sguardo per controllare se fossi ancora tutto intero. - Ti rendi conto di essere posseduto da lei solo quando ormai è troppo tardi, quando il tuo interno non è che una melma putrida e nera come la pece, quando ormai non c'è più speranza di tornare normale e niente sarà più come prima, niente sarà più bello o emozionante. Tutto diventa grigio e pallido, tutto odora di morte e sudiciume, niente ti da più piacere. - La bocca mi si riempì di sangue, metallico e caldo, mi appoggiai al piano della cucina per non cadere, ma non avrebbe fatto alcuna differenza. Notai solo che la manica della sua camicia era tinta di rosso, quindi mi resi conto che non era solo una sensazione, ma che stava accadendo di nuovo. In quel momento il dolore era sopportabile, come se fossi sedato, come se dovessi ascoltare attentamente tutto ciò che mi stava dicendo. - Lo capirai anche tu, con il tempo, che il mondo non porta altro che dispiaceri.- Mi lasciò andare e ricaddi come un sacco sul pavimento, lui si guardò la mano completamente sporca di sangue e sorrise, si portò in dito alla bocca e poi si accucciò davanti a me, con lo sguardo compiaciuto della mia sofferenza. Ora che ero libero dalla sua morsa sentivo il dolore, ogni parte di me urlava di disperazione, faceva così male che avrei preferito morire subito, ma lui al contrario mi toccò la fronte con la mano insanguinata, mosse il dito come a disegnare qualcosa e il dolore sparì di colpo. - Cambiati i nostri ospiti stanno arrivando.-
Mi lasciò li, come un idiota e io rimasi per altri dieci minuti a toccarmi la pancia. Ero certo mi avesse ferito, ma a parte le macchie di sangue sulla maglia e sul pavimento, non c'erano lesioni. Tornai in camera e mi buttai sul letto, avrei voluto gridare a più non posso, mandare al diavolo ogni cosa, ma rimasi zitto a mordermi la lingua e a sperare che quell'incubo finisse il prima possibile.

Gli ospiti arrivarono in tarda mattinata. Il dottor D'Armagnac era un vecchio imprenditore pieno di soldi, con la pancia prominente e i baffi folti e grigi. Non era ne elegante ne distinto, ma solo grasso e goffo. Aiden invece era tutto il contrario, slanciato e signorile e ovviamente non riusciva a non attirare l'attenzione di Caterina. Non la ricordavo dalla sera del party, ma era davvero molto bella. Capelli lunghi e biondi, alta e formosa nei punti giusti. Indossava un abito forse troppo severo per una ragazza giovane, ma ne capii la scelta, doveva sembrare professionale e non una ragazza di compagnia. Aiden volle che ad accogliergli ci fossi anche io, salutai Caterina e lei sembrò ricordarsi di me, mi sorrise muovendo le labbra lucide e sensuali e per un attimo ne rimasi incantato. Vennero scambiati i soliti convenevoli e poi i tre si chiusero nello studio. Io non vi entrai, rimasi da solo nel salone non sapendo esattamente cosa fare, quindi mi concessi l'unica cosa che in realtà sapevo fare e mi misi al pianoforte.
Non suonavo da un po' e quando non mi esercitavo le dita facevano fatica a muoversi, quindi iniziai con qualche esercizio e liberai la mente. Avevo osservato bene Caterina e non indossava la spilla che Aiden voleva, mi chiesi se la cosa non lo avrebbe mandato su tutte le furie e provai a prepararmi mentalmente a come sarebbe stato il suo umore dopo questa giornata e a cosa avrei potuto fare per non sottostare ai suoi capricci. Perso nella musica non mi resi conto dell'ora, guardai distratto l'orologio alla parete ed era già l'una del pomeriggio quando Caterina uscì dallo studio. Si era tolta la giacca e sfoggiava una camicia semitrasparente da cui intravedevo la pelle e la forma del reggiseno, ma in quel momento tutto ciò che mi interessava era la spilla. Non l'avevo vista perché nascosta, ma proprio come aveva detto Aiden, Caterina la indossava appuntata alla camicia. Era bella e anche io mi resi conto di quanto fosse preziosa con quella pioggia di pietre preziose se scivolavano dai cerchi interni del corpo dell'ornamento. Si avvicinò a me e si sedette su una poltroncina accavallando le gambe lunghe e strofinandosi le tempie.
- Va tutto bene?-
- Dovevo uscire da quello studio. Mio padre continua imperterrito a fumare il sigaro e ormai avevo la nausea, non so come faccia lui a sopportarlo.- Era pallida e accaldata quindi provai a chiederle se volesse prendere un po' d'aria fresca, ma rifiutò. - Mio padre pende dalle labbra di Telal e non so perché. Si è affascinante e pieno di soldi, ma secondo me si fida troppo di lui. Tu da quanto lo conosci?-
Sapevo di doverle mentire, di dover farle credere di conoscerlo da tanto, lodarlo magari e metterla così a suo agio, quindi lo feci, ma non riuscii a guardarla negli occhi.
- Fin da bambini. Io non ho la fortuna che ha lui e quindi Aiden mi ha sempre aiutato a coltivare la mia passione per la musica, ma è un bravo ragazzo e sa quello che fa.- Ero un gran falso, ma sembrava che mi avesse creduto, così provai a cambiare argomento. - Quella è davvero una spilla particolare.-
- Una spilla da vecchia, starebbe bene a mia nonna, ma mio padre ne è totalmente ossessionato.- La tolse e la porse per guardarla, smisi di suonare e mi avvicinai a lei sedendomi sul divano e prendendo la spilla in mano. Da vicino mi resi conto che era davvero antica, non che me ne intendessi, ma era come se avesse intorno un'aura di importanza, come se fosse qualcosa che non avrei mai potuto vedere in una vetrina di una gioielleria. - Sembra che appartenga alla nostra famiglia da moltissimi anni, la indossava mia madre, mia nonna e così via. Io personalmente la odio, mi da la sensazione che vi siano rinchiusi dentro dei desideri che non mi appartengono.- Fu carina con me e molto simpatica, mi lasciò la spilla come se si fidasse ciecamente di me, mentre io non facevo altro che pensare a come portargliela via. Poi le squillò il telefono, lo tirò fuori dalla borsetta e si congedò, lasciandomi la spilla ancora tra le mani. Era ovvio che non le importasse molto di quell'oggetto, che se lo avesse perso non si sarebbe disperata, quindi senza pensarci oltre infilai la spilla tra i cuscini del divano in modo che non si vedesse e aspettai che finisse di telefonare. Agganciò e senza perdere tempo mi alzai e le chiesi se avesse fame. - Sto letteralmente morendo di fame. Dalla stazza non si direbbe, ma quando lavora mio padre non pensa ad altro, anche se poi recupera dopo.-
Ridemmo entrambi e la portai in cucina, era già tutto pronto e sistemato per essere portato in tavola, non avevo idea chi lo avesse preparato, ma non mi importava. Presi una delle teglie con dentro delle lasagne fumanti e profumate e ne servii una porzione abbondante. Caterina ci si fiondò sopra e anche io ne assaggiai un pezzo, era buona e gustosa, ma non mi sentivo in grado di finire una porzione intera, non dopo averla ingannata in quel modo. Parlammo ancora un po' del più e del meno, mi chiese se avessi cucinato io e le risposi che forse era stato proprio Aiden a preparare da mangiare. Sembrò sorpresa e poi compiaciuta e continuò a mangiare fino a quando non si presentò Aiden e sornione prese con se la ragazza lasciandomi da solo. Uscii dalla cucina solo dopo qualche minuto affacciandomi appena nel salone per vedere i due ospiti congedarsi e lasciare l'appartamento. Non sapevo se Caterina si fosse ricordata della spilla o meno, ma non appena fui sicuro che non sarebbero tornati andai a controllare. Infilai la mano tra i cuscini e la trovai li. Tirandola fuori con cautela la porsi a lui e provai a capire se fosse contento o meno. Senza toccarla continuò a guardarla e qualcosa nei suoi occhi cambiò, per un attimo si addolcirono, o meglio si rilassarono, come se gli fosse tornato alla mente un ricordo lontano, ma non mi azzardai a chiedere.
- In quella scansia c'è una scatola, lascia la spilla li. Sei stato bravo.-
- Si ricorderà di averla lasciata qui e la rivorrà indietro.-
- Non se ne ricorderà non preoccuparti. Se per lei fosse stata importante non se ne sarebbe separata per nessuna ragione.-
- Manterrai la promessa? Che ne sarà di Teresa?-
- Chiamala.- Mi tirò addosso un cellulare e io lo presi a stento. Composi il numero di Teresa e rimasi in attesa, squillava, ma non rispondeva. Pensai che mi stesse prendendo in giro, che non avrebbe mai mantenuto la parola, così decisi di mettere giù, ma all'ultimo momento qualcuno rispose.
- Ti sembra l'ora di chiamare? C'è ancora chi per vivere deve lavorare.- Era la sua voce e non potevo sbagliarmi, guardai l'orario ed erano ancora del due e mezzo del pomeriggio, quindi Teresa era ancora in pieno servizio. - Che succede? Sbrigati o Giovanni mi farà un'altra ramanzina.-
- Niente volevo sapere se stavi bene.- Mi veniva da piangere, sembravo uno stupido, ma non potevo farne a meno e lei se ne accorse subito.
- Non stai bene? Ti chiamo appena finisco il turno così mi racconti, ora devo proprio andare.-
Lo fece. Alle sedici e quindici ricevetti la sua chiamata, parlammo per un po' e io inventai una scusa dopo l'altra per giustificare quella chiamata, Teresa non sembrò credermi, più di una volta mi chiese se non era meglio per me tornare a casa, ma non potevo farlo e mi giustificavo come potevo. Parlammo più di un ora e alla fine riuscii a tranquillizzarmi, Teresa mi raccontò qualche aneddoto del paese e qualche pettegolezzo, non mi interessavano, ma parlare con qualcuno che non volesse farmi del male era rassicurante. Misi giù e mi promisi che l'avrei chiamata spesso, ma non lo feci più. Da quella sera cambiò tutto di nuovo e io scesi ancor più in basso, in un baratro senza via di scampo.




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