Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 4

4. 1886 

Quella notte ebbi il primo incontro vero con il mondo di Aiden. Mi alzai dal letto, erano le tre del mattino, avevo così sete che mi sarei attaccato al rubinetto del lavandino, eppure avevo si e no spizzicato qualcosa dalla cena. Non mi sentivo più a disagio a girare per quell'enorme appartamento ed era strano considerato il fatto che sostanzialmente ero un prigioniero, ma tanto le cose andavano male se dovevo anche farmi scrupoli su come vivere in quella prigione, avrei fatto meglio a togliermi la vita, quindi mi alzai. Ad ogni modo cercai di fare meno rumore possibile e girai scalzo, il pavimento era riscaldato quindi fu persino piacevole. Andai in cucina e presi un bicchiere, dovevo togliermi quell'arsura dalla bocca il prima possibile o avrei vomitato sabbia, ma mi bloccai con il bicchiere pieno a metà strada. Fu un secondo, ma ero sicuro di non essere solo.
Mi voltai e non c'era nessuno, così provai a bere, ma l'acqua mi si bloccò in gola e per poco non mi strozzai. Mi sentivo osservato e non era come quando mi guardava Aiden, era mille volte più raccapricciante. Così provai a chiamarlo, ma non mi rispose nessuno. Poggiai il bicchiere e provai a capire cosa diavolo stesse succedendo, magari ancora dormivo e non riuscivo a distinguere la realtà dalla finzione, ma ero comunque spaventato e mi sudava la schiena. Tornai in sala da pranzo e poi nel corridoio che portava alle camere, ma mi fermai a metà strada.
Mi passò per la mente che forse lui stesse giocando con me, che mi avesse sentito e ora mi stesse spaventando solo per divertirsi, così feci un'azione stupida e mi avvicinai a quella che era la sua stanza. Non lo avevo mai fatto, non ci passavo neanche vicino per non farlo adirare, ma lo feci comunque. Lo avevo già visto dormire, quando suonavo si appisolava spesso e quindi non era quello che mi interessava, ma pensai che forse se non lo avessi trovato nella sua stanza, avrei avuto la prova che a darmi i brividi era lui e non chissà cosa la mia mente stesse elaborando in quel momento. Poggiai la mano sulla maniglia e la abbassai così piano che ci misi delle ore, ma quando provai ad aprire la porta un cigolio sinistro catturò la mia attenzione. Mi fermai e cercai di capire da dove provenisse, era una porta che si era aperta, ne ero sicuro, ma quale?
Mi ritirai e arrivai nel salone, c'era solo un'entrata che poteva aver prodotto quel suono ed era la porta da cui Aiden era uscito la prima sera che si era cibato di me. Quando vi giunsi la porta era aperta e gli spifferi d'aria che provenivano dalla stanza adiacente erano gelidi e maleodoranti. Non dovevo andare oltre, lo sapevo benissimo, ma era irresistibile. Avanzai di un passo e poi di un altro, mi ritrovai oltre la porta che neanche me ne resi conto.
Poi la sentii, flebile e lontana una voce che sussurrava qualcosa. All'inizio mi sembrò un lamento, poi lentamente quel rumore di fondo prese forma e sembrò un nome, Amina. Lo ripeté più volte, ma poi quel nome fu sostituito da una altro e da una altro ancora, come un elenco venivano ripetuti e io rimasi li ad ascoltarli fino all'ultimo. Ne erano molti, ma pochi venivano ripetuti, alcuni erano appena accennati, mentre altri sembravano molto più importanti. Avanzai ancora, mi trovai davanti delle scale che scendevano e mi chiesi se stessi facendo la cosa giusta, ma non appena provai a proseguire ancora due braccia mi cinsero da dietro e mi tirarono via. Mi sentii trascinare all'indietro e mi ritrovai tra le braccia di Aiden che con il respiro affannoso, mi stringeva a se. Si era appoggiato a me, riuscivo a malapena a sorreggerlo, teneva la fronte poggiata alla mia schiena e ansimava, non capii cosa stesse succedendo, ma poi spostò la mano e la passò sul mio viso, sentii le palpebre pesanti e cedetti al sonno improvviso.

Quando mi svegliai non ero nella mia camera, ma in quella di Aiden. Mi sembrò di aver dormito per anni per quanto mi doleva la schiena. Mi alzai a fatica e cercai di mettere ordine nei miei pensieri, ma non ci fu verso. Lo intravidi sulla soglia, nascosto nel buio del corridoio e avrei giurato che fosse triste, provai a chiedergli cosa fosse accaduto, ma non rispose. Non mi rivolse più la parola per giorni, sapevo di aver fatto qualcosa che lo aveva infastidito, ma quel comportamento ero strano persino per un lunatico come lui. Dovetti ragionarci sopra molto prima di decidermi di fare la prima mossa ed intanto era passato un mese.
Aiden era andato via. Si era congedato da me con una semplice spiegazione, un viaggio di lavoro e non lo vidi per molto tempo. Intanto però ero chiuso in quella casa, non potevo uscire in alcun modo. Ci avevo provato e anche molto, l'ascensore che era l'unica via d'entrata e quindi d'uscita era bloccato, Aiden lo chiamava usando una chiave che ovviamente aveva portato via con se. Non avevo il cellulare e i telefoni della casa erano tutti fuori uso. Mi sentivo un bambino chiuso in uno di quei box in gommapiuma, ma ovviamente il mio non era fatto per proteggermi, ma per tenermi rinchiuso e in silenzio. Non avevo nulla, dal computer alla televisione era tutto fuori uso, perché ovviamente non dovevo avere alcun contatto con il mondo esterno, ma la cosa peggiore non era la solitudine, ma non aver capito il motivo di quella mia assurda prigionia. Se fossi stato più risoluto forse, in quei giorni, avrei almeno potuto chiedergli il motivo, ma non lo avevo fatto, perché infondo l'unica cosa che mi bloccava era ciò che lui poteva farmi, quel dolore insopportabile che poteva infliggermi. Ora però ero solo e qualcosa era cambiato, in me e in lui, da quella sera.
Mi ero avvicinato ad alcune cose che non avrei dovuto conoscere e mi chiesi se non fosse proprio quella la mia meta.
Erano le due del mattino quando mi decisi. Non riuscivo a chiudere occhio, in realtà dormivo da schifo da troppo tempo ed ero stanco, così tanto che iniziavano a mancarmi le forze, ma mi alzai. Senza Aiden la casa era divenuta fredda e inospitale, indossai una felpa enorme e pesante e per qualche secondo mi crogiolai nella bella sensazione di calore che riuscì ad infondermi, infilai le scarpe senza neanche mettere i calzini e uscii dalla stanza. Il buio e il silenzio mi avevano sempre suggestionato, da piccolo non riuscivo a dormire senza tenere almeno una luce accesa, che fosse una lampada o la televisione e anche ora che ero adulto, girare per quella casa era inquietante, tanto che presi ad accendere tutti gli interruttori che riuscii a toccare con la mano. Arrivai davanti alla sua stanza e stavolta vi entrai spavaldo, ovviamente visto che non c'era non dovevo temerlo e quindi mi feci grande di un coraggio da codardo, ma meglio di niente.
La stanza era perfettamente in ordine e pulita, ma totalmente impersonale. Non era diversa da una qualsiasi stanza d'albergo e feci fatica a trovare qualcosa che fosse realmente suo. Sbirciai nell'armadio, nei cassetti e nel bagno della stanza, ma era tutto anonimo. Sulla scrivania c'era un laptop e provai ad accenderlo, ma mi bloccai alla schermata di avvio quando mi chiese la password per accedere.
Mi chiesi, mentre rimanevo fermo come un ebete a guardare lo schermo, perché mai avesse bloccato tutta la casa e lasciato li solo il suo portatile. Ora non ci voleva un genio a capire che non ero un asso dell'informatica e che ovviamente quello di dover inserire una password era per me un enorme impedimento, ma era comunque strano. Poi mi sovvenne l'idea che forse lo aveva fatto di proposito proprio per vedere fino a che punto mi sarei spinto e così ci provai, inserii le sue iniziali, quelle della sua società, persino il mio nome, ma ovviamente fu tutto inutile.
Rinunciai, la mia prova di coraggio era finita con un nulla di fatto, ma almeno ero uscito dalla mia stanza. Ero li che facevo per allontanarmi quando qualcosa mi pizzicò la mente. Fu una sensazione sfuggente e veloce, ma mi tornò a galla il ricordo di quella sera, quando poco prima che Aiden mi fermasse, avevo sentito un nome tra i tanti. Quella stanza misteriosa, che da quella sera non si era più rivelata, perché si l'avevo cercata, ma non ero più riuscito neanche a trovare l'entrata, mi aveva parlato e mi aveva fatto conoscere un nome ben preciso, lo stesso che digitai.
Amina mi diede l'accesso al computer di Aiden e io la ringraziai, pur non sapendo minimamente chi fosse. Il desktop era pieno zeppo di cartelle e ci misi un po' prima di decidere quale aprire per prima. Una riportava il nome della sua società, la evitai perché ero ben conscio di non dover mettere mano al suo lavoro, cercai qualche immagine o foto, ma non ve ne erano di personali, se non quelle che riportavano qualche progetto o grafico. In realtà non cercavo qualcosa in particolare, ma solo qualche indizio che mi facesse conoscere meglio la persona con cui ero costretto a vivere, ma nei meandri di un computer saturo di file sembrava impossibile. Poi ne aprii una a caso, la prima su cui passai la freccia del mouse, cliccai due volte e mi trovai a scorrere su una centinaio di ebook dai titoli sconosciuti. In qualche modo lo trovai sbagliato, non riuscivo ad immaginare uno come Aiden che leggeva libri dal pc piuttosto che usare il cartaceo.
Era una sensazione che avevo avuto dall'inizio, come se infondo il mondo odierno non gli appartenesse nonostante lo sfruttasse. Ne scelsi uno che come titolo aveva solo un numero, 1886.
Lo aprii, infondo non avevo niente da fare e leggere qualcosa non mi avrebbe tolto nulla, ormai ero certo che non avrei trovato alcuna informazione personale su Aiden dal suo computer, che lo avesse lasciato li di proposito o per caso, quindi continuai imperterrito. Non era un file molto grande, le pagine da leggere erano molto poche e sembravano scritte con poca cura. Più che un libro ebbi la sensazione che fosse una pagina di un diario, ma i fatti erano riportati da un punto di vista esterno, come una semplice e fredda cronistoria di un avvenimento. Decisi di leggere, infondo il tempo non mi mancava.

Era davvero troppo umido per essere sopportabile e dover rimanere impomatati dentro un completo elegante e costoso, fermi sulla soglia di casa in attesa che quella ragazza, chiusa anche lei in un enorme vestito a balze, riuscisse a scendere la scaletta del calesse, era snervante. 
Eppure doveva farlo, era quella l'etichetta da seguire, essere sempre gentile ed elegante, soprattutto davanti a quella che era stata promessa come sua sposa. 
William ormai non ne poteva più di quelle inutili manfrine e di tutti quei giri di parole, suo padre aveva deciso la sua vita e lui doveva accettarla, ma odiava quelle restrizioni, odiava quella ragazza con cui appena riusciva a scambiare una parola e odiava dover far finta di essere fiero e felice della sua vita. Mentre un leggero vento umido muoveva gli stendardi con lo stemma di famiglia, tre leoni su un campo rosso, sulle facciate del maniero, avanzò scendendo i gradini e allungò la mano verso la ragazza, che porse la sua, la strinse e dandogli il buongiorno si fece portare all'interno della magione. 
William la condusse nell'enorme salone in cui il fuoco era acceso e tutto era illuminato da enormi candelabri che rendevano la sala spettrale, la fece accomodare su un enorme sofà in broccato e le chiese se avesse voglia di mangiare qualcosa, ma lei rifiutò gentilmente e con una scusa William si congedò da lei lasciandola nuovamente da sola. 
La cerimonia era sempre la stessa, pur di farli incontrare, tutte le volte che il Duca di Rutland faceva visita al padre di William per lavoro, si portava dietro quella che aveva presentato a tutti come sua nipote Elizabeth, ma che era ben noto fosse sua figlia illegittima, nata in una relazione extra coniugale con Mary Anne Ricketts, ora Lady Forester. 
Come da etichetta, William la salutava all'entrata, scambiava con lei qualche parola di rito, la faceva accomodare nel salone e poi spariva per tutto il giorno. La ragazza sospirò profondamente, ci aveva provato con tutta se stessa, ma William non sembrava interessato minimamente a lei e per l'ennesima volta avrebbe trascorso una giornata chiusa in quella stanza. Eppure qualcosa di bello era riuscita a trovarlo in quella monotonia, anche se William non le parlava molto e non trascorreva del tempo con lei, il suo valletto Julian era tutto il contrario e anche quella volta fu così. Ci impiegò un po' per raggiungerla, ma quando entrò nel salone Elizabeth si sentì rinfrancata.
Julian era l'esatto opposto di William, non solo per l'aspetto fisico, il primo moro e dagli occhi scuri, il viso sottile e la pelle olivastra, al contrario del suo padrone che era biondo, longilineo ed elegante, ma anche di carattere. Julian era sicuramente più aperto e simpatico e anche se, molto probabilmente, quel comportamento gli era stato imposto dal suo padrone, Elizabeth si trovava bene in sua compagnia. 
- Sembra che anche oggi sarà una giornata lunga. Venite Lady Elizabeth, andiamo un po' in giardino a bere del tè.- 
- Perché prima non mi fai ascoltare quella nuova melodia, devi averla ormai completata Julian.- 
Di certo lui non poteva sottrarsi ad una richiesta di qualcuno con un rango sociale così superiore al suo e l'assecondò, infondo quella ragazza avrebbe dovuto trascorrere molte altre giornate così prima che il matrimonio venisse reso pubblico e celebrato e Julian era convinto che anche all'ora le cose tra lei e il futuro marito non sarebbero andate per il meglio. Così l'accontentò, si sedette sullo sgabello del pianoforte e iniziò a suonare, Elizabeth si fece vicina appoggiandosi appena alla struttura in legno nero dello strumento e chiudendo gli occhi. Le melodie di Julian erano sempre malinconiche e velate di tristezza, ma quella nuova canzone nascondeva qualcosa di diverso, qualcosa di più gioviale e lei se ne compiacque. 

Scorsi la pagina successiva del file e invece del resto della storia, c'era lo spartito. Da bravo musicista lo studiai a fondo, non era una melodia conosciuta, non era di nessun compositore che conoscessi, anche se ben studiata, era di qualcuno che non aveva ricevuto un'istruzione alla musica, ma che come me l'aveva imparata con l'amore per quell'arte magnifica. Decisi che lo avrei imparato a memoria, che oltre ad immaginarla, avrei voluto ascoltare quelle note scritte a mano, mentre mi parlavano, perché quello non era solo una pagina di ebook, ma un qualcosa di molto più importante.
Anche se alcune note erano sbagliate e abbozzate male, quella pagina era stata scritta da una mano umana e non da un computer, era qualcosa che realmente era esistito. C'era molto in quelle note e in quelle parole, che decisi di non fermarmi, qualcosa mi diceva che ciò che stavo leggendo era importante e non era solo per la similitudine che riscontrai con me, ma per molto altro che in quel momento non seppi spiegarmi.

- Davvero bella Julian, sono felice per te. E dimmi William l'ha ascoltata?- 
- Non ancora, non voglio essere deriso per la mia scarsa abilità. Il padrone è molto bravo nella musica, il suo violino è qualcosa di divino, non posso fargli ascoltare questo adesso.- 
- Io invece credo che lo apprezzerebbe. Dovresti chiedergli di seguire qualche lezione, tu e lui siete molto legati, sono sicura che potrebbe aiutarti.- Era gentile con lui, nonostante fosse solo parte del mobilio di quella enorme casa, ma Elizabeth non conosceva William, non vedeva solo che il viso angelico e la bella presenza, ma Julian invece lo conosceva fin troppo. 
La giornata trascorse come le altre, Julian si prodigò per non farla annoiare e a sera, quando William riapparve per darle la buonanotte e accompagnarla alla carrozza, quella finzione finì. 
Seguì il padrone nella sua stanza, gli tolse la giacca poggiandola con cura sullo schienale di una sedia e lo seguì mentre si buttava sul letto e gli chiedeva di togliergli le scarpe. 
- Ti sei divertito oggi Julian? Sembra che quella donna ti sia simpatica.- 
- Non essere cattivo William, lo faccio solo perché tu non vuoi starle vicino e tuo padre non mi perdonerebbe una tale mancanza di educazione. Dovresti prenderla sul serio, ai suoi occhi sei un angelo sceso in terra per sposarla.- 
- Non ho bisogno di lei, di mio padre o di questa casa. Se solo potessi andarmene e buttare all'aria la maschera di figlio perfetto. Odio questo mondo e tutto ciò che rappresenta.- 
- Odi anche me William?- Si alzò di scatto e si mise seduto. Julian era inginocchiato ai piedi del letto e sistemava gli stivali del suo padrone senza guardarlo in viso. Era strano come solo Julian riuscisse a farlo sentire inerme e in colpa. Lui che non faceva che lamentarsi della sua bella vita, dei suoi soldi e della sua futura moglie, mentre Julian non avrebbe mai potuto avere nessuna di quelle cose. 
In quel momento ricordò il loro primo giorno, quando si conobbero. Era una fredda notte di dicembre e lui aveva sei anni. Suo padre era rientrato in piena notte e lo aveva svegliato dicendogli che doveva conoscere una persona, così quell'uomo burbero ed autoritario lo portò nelle stanze della servitù e lo fece entrare in una cameretta così piccola che gli mancò l'aria. Seduto sul letto c'era un bambino dai lunghi capelli neri e il viso pallido e smunto. Non alzò gli occhi quando William entrò o quando chiese al padre chi fosse. 
- Questa sarà la tua prima responsabilità.- gli disse suo padre. - Crescerete insieme, tu dovrai diventare un padrone adatto e lui un servitore devoto e istruito.- così il bambino, fiero di aver ricevuto un incarico tanto importante da parte del padre, entrò baldanzoso e chiese all'altro bambino, in tono autoritario, di presentarsi, ma il piccolo non rispose. William ci provò di nuovo senza successo, allora iniziò a domandargli se sapesse fare qualcosa, se fosse in grado di essere il suo personale paggetto, ma il bambino non parlò di nuovo. 
Chi era, si chiese il piccolo principe, perché suo padre gli aveva assegnato qualcuno che sembrava sul punto di morire da un momento all'altro. Poi qualcosa smosse il cuore del piccolo bambino, quando provò ad avvicinarsi a quel piccolo essere sporco, egli si ritrasse spaventato e quel gesto dovuto a qualcosa che lui con comprendeva, gli fece capire quale fosse la sua prima vera responsabilità in qualità di padrone.
- Vediamo, se non hai un nome te ne darò uno io. Ti chiamerai Julian.- il bambino spostò appena lo sguardo, William notò che era magro e aveva le occhiaie. - Poi dovrai mangiare subito qualcosa o non potrai essermi utile.- Così Julian mangiò nel cuore della notte quello che William era riuscito a rubare dalla cucina. - Dovrai imparare molte altre cose, ma prima devi renderti presentabile. - il principino prese delle forbici, e iniziò a tagliargli i capelli, lo strumento era decisamente troppo grande per le sue mani e i capelli di Julian risultarono arruffati e poco simmetrici, ma lui era soddisfatto e quando William gli sorrise chiamandolo per nome, con il suo nuovo nome, anche Julian sorrise. 
Ricordando quella scena, William, ormai grande, toccò i capelli di Julian, che non erano più ne storti ne sporchi, ma perfettamente acconciati, lunghi e luminosi. Erano passati troppi anni per potersi emozionare al quel ricordo, ma per entrambi era importante. 
- Quella canzone dovremo rivederla per bene, dovrai impegnarti se vuoi accompagnare il mio violino.- Per William, Julian era tutto ciò di cui aveva bisogno, ma più volte suo padre aveva messo in chiaro quali erano tutti i suoi doveri e come doveva comportarsi e lui era ormai conscio che prima o poi li avrebbe separati. 
Il giorno seguente, le paure di William divennero realtà. Suo padre Edmund Charles Holland, duca di Kent, aveva già deciso il suo futuro. Lo convocò nello studio, l'aria era satura dell'odore del sigaro e di vecchi libri ammuffiti, ma raramente suo padre apriva le imposte e lui quell'odore lo conosceva bene, tanto che ormai non gli procurava più nessun fastidio. Lo salutò con rispetto, così com'era abituato a fare e attese che fosse lui a parlare per primo. Il conte si voltò adirato verso il figlio, nascondendo la bocca dietro degli enormi baffi severi e impomatati. 
- So che sei scortese con Lady Elizabeth. La trascuri e lasci che sia Julian a farle compagnia. Ti sembra un comportamento corretto o educato?- 
- Ho da svolgere i miei lavori, anche se lei è qui non posso trascurarli.- 
- Anche compiacere quella ragazza è un lavoro. Non voglio che suo zio si lamenti più con me per colpa del tuo atteggiamento. Hai idea di quanta fortuna questa unione porterà alla nostra famiglia? Non ammetto che i miei progetti vengano intralciati da un tuo capriccio.- 
- Voi volete che io la sposi, non deve per forza piacermi.- Sapeva di aver esagerato, era ben conscio che quella frase non sarebbe rimasta impunita, ma era pronto ad essere sgridato, infondo era solo stato sincero. Solo che quella sincerità portò delle conseguenze che non si sarebbe mai aspettato e quel giorno, tutto il suo mondo crollò dietro una frase. 
- Ho preso una decisione. Non sei pronto per sposarti ora, ne tanto meno per ereditare il mio nome e il mio titolo. Ho preso accordi con un mio amico in Francia e lavorerai per lui. Se ciò che ti regalo non ti va bene, se hai l'ardire di rispondermi in questo modo, allora guadagnati il diritto di essere tanto sfrontato. Julian rimarrà qui, sarai solo e dovrai tornare con una tua fortuna. Se mi deluderai William, non avrai nulla.- 
- Se io non volessi nulla di quello che avete? Se non mi interessasse prendere un titolo o avere questi obblighi, cosa fareste?- 
- So che non ti interessano, ma se non farai come dico, manderò Julian ad arruolarsi e sta ben certo che la prima linea o la trincea, saranno il posto dove passerà anche i suoi ultimi giorni.- 
- Come potete farlo?- William scattò in avanti e sbatté i pugni sull'enorme scrivania in noce, ma suo padre non si mosse. - Non è anche lui vostro figlio? Lo avete portato qui anni fa perché avevate dei doveri verso di lui, li avete ancora.- 
- L'ho portato qui anni fa perché sua madre, quella prostituta di strada, ha sbandierato ai quattro venti che era figlio mio, ma tu credi davvero che sia così? Come faccio ad esserne sicuro visto come si guadagnava da vivere? Non mi importa chi è, non ho alcun legame con lui e quello che ho fatto non significa nulla. Dovevi iniziare a prenderti delle responsabilità e darti Julian mi era sembrata una scelta accurata. Quindi Henry William Holland, se tieni a lui, fa come dico.-
Quella sera tutto il dolore che si portava dentro lo espresse come meglio poteva. Presi tutto a calci, strappò ogni vestito che riuscì a trovare, infine si sfogò sul violino e poi su se stesso. Farsi del male era qualcosa che da sempre gli aveva donato piacere, ma da quando Julian lo aveva visto e rimproverato non lo aveva più fatto, perché per quanto la sua mente fosse malata, Julian soffriva per lui e questo non lo accettava. Eppure quella sera non era riuscito a farne a meno e forse quel sangue che stava versando era la punizione per la sua debolezza, ma fu incauto e tutto il rumore che aveva provocato fecero arrivare colui che non voleva assolutamente vedere in quel momento. 
Il moro entrò spaventato nella camera e lo vide. William era rannicchiato in un angolo, con il braccio ferito e il viso pallido come quello di un morto, Gli si gettò incontro e con un lembo di un lenzuolo steso a terra tamponò la ferita e cercò di farlo svegliare. 
- Lo fai di nuovo? Perché ti comporti così?- Julian piangeva e William non lo sopportava, ma se fosse morto tutti i problemi si sarebbero risolti, suo padre avrebbe riconosciuto Julian come erede e finalmente non sarebbe stato più un servo, ma un figlio. Aveva sempre ritenuto ingiusto il comportamento di suo padre, ma a Julian non interessava ricevere un cognome e questo lo aveva sempre ripetuto, esattamente come stava facendo in quel momento, ma William non prestava più attenzione. - A me sta bene, che mi mandi pure nell'esercito non importa. Lo sapevo da tempo che voleva mandarmi via, ma se tu continui così...- 
- Non mi importa, non mi importa di niente. Vorrei davvero che tutto sparisse, che finisse ogni cosa.- 
- Va bene, se è quello che vuoi.- 

Scostai lo sguardo dal video e rimasi interdetto. Avevo letto, ma non riuscivo a capire. Sicuramente c'era molto di più oltre alle parole scritte, c'era qualcosa che non riuscivo a comprendere, ma in un certo senso mi infastidiva.
Anche se le motivazioni fossero state più profonde, più importanti, non potevo giustificare tanta codardia, farsi del male e per cosa?
Perché aveva ricevuto troppo dalla vita o semplicemente non sapeva affrontarla?
Ora io non potevo di certo capire la mentalità di quel periodo, se davvero fosse così importante ricevere un cognome o essere riconosciuto, ma io avevo affrontato i miei problemi e anche se a volte avrei davvero voluto buttare tutto all'aria, avevo continuato a vivere.
Infondo stavo leggendo qualcosa di puramente inventato e non dovevo prendermela più di tanto, ma ero infastidito e per il momento decisi di lasciar perdere.
Mi alzai che avevo un po' di mal di schiena e gli occhi mi bruciavano, quindi decisi di tornarmene a letto.



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