Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 5

5. Note oscure 

Mi alzai con un mal di testa come dopo una sbronza e pensai che prima o poi, se non fossi riuscito a dormire come si deve almeno una volta, sarei sicuramente impazzito. Le opzioni per la giornata erano poche vista la mia prigionia e dato che non sarei riuscito ad intrufolarmi nella stanza di Aiden in pieno giorno, non avevo così coraggio quando il sole era alto, decisi che forse sarei riuscito a rilassarmi suonando qualcosa. Andai nel salone d'ingresso e baciai con gli occhi quella meraviglia d'ebano che non toccavo da qualche giorno, mi sedetti e lo sfiorai appena con le dita, ero stato davvero uno stupido ad averlo trascurato così tanto e sicuramente avrei fatto fatica anche a fare i primi esercizi di riscaldamento, ma provai. Sentii le dita leggermente intorpidite, ma trovarono la loro armonia in pochi minuti e decisi di cimentarmi in qualcosa di nuovo.
Nonostante non avessi apprezzato la lettura della sera prima, quello spartito così particolare mi era rimasto impresso, le note e il ritmo erano marchiate nella mia mente e iniziai a dar loro vita. All'inizio non ne uscì che qualche suono imbarazzato, sbagliai molte volte, ma pian piano prese forma e mi resi conto che anche se un po' banale, era davvero una bella melodia, così provai a migliorarla un po' e mi immersi nella composizione senza dar peso a cosa succedeva intorno a me ed ovviamente fu un errore, perché se mi fossi reso conto che l'ascensore aveva ripreso a funzionare e che le porte si erano aperte, mi sarei fermato, ed invece ero così preso dalla composizione che non vidi Aiden arrivarmi alle spalle e, in pochissimi secondi, mi ritrovai sbalzato sul pavimento, sbattei la schiena contro il divanetto e dovetti rimanere immobile e senza fiato mentre Aiden sfogava la sua rabbia sul pianoforte.
Un paio di tasti in avorio mi sfiorarono l'orecchio e mi sarei messo ad urlare se non fossi stato tanto frastornato.
- Come puoi farlo?- lo gridò così forte che gli occhi gli si gonfiarono e divennero rossi, non era solo arrabbiato, ma furioso e io terrorizzato. - Come fai a...- si bloccò portandosi la mano sul viso e poi cambiò di nuovo espressione. - E' stata lei non è vero? Che ti ha detto?-
- Non capisco.- ci provai e sperai con tutto me stesso di non dire nulla di sbagliato o questa volta non sarei sopravvissuto alla sua ira. - Io l'ho letta nel tuo computer, mi dispiace aver ficcato il naso nelle tue cose, ero solo annoiato.- infondo era la verità e potei solo sperare che la mia ammissione lo calmasse, ma ovviamente non fu così. Mi si avventò contro e non riuscii ad evitarlo, mi prese il viso e lo sbatté così forte sul pavimento che sentii i denti scricchiolare, fu una sensazione orribile, ma non mi ribellai.
- Quale computer?- me lo sussurrò all'orecchio, bloccandomi ogni movimento. Mi sentivo un idiota perché sapevo a cosa sarei andato incontro e ora ne ero terrorizzato. Mi alzò la testa e le sue dita mi passarono davanti agli occhi e mi accorsi che non erano normali, erano scure come bruciate ed era una cosa che mi rimase impressa, ma non ebbi molto tempo per ragionarci su e con la bocca piena di sangue dovetti rispondere. Il computer era nella sua stanza e lui mi ci trascinò a forza, ma quando mi liberò dalla sua morsa e io provai ad indicarglielo, mi resi conto che non c'era. La stanza era in ordine perfetto, esattamente come l'avevo lasciata, ma sulla scrivania non c'era nulla. Rimasi come un ebete a fissare il mobile senza capire come fosse possibile, ma la pazienza di Aiden aveva un limite e lo aveva già superato da molto.
- Era qui, ho solo letto un ebook e ho visto lo spartito.- mi sarei anche messo in ginocchio pur di farlo calmare, ma i suoi occhi erano intrisi di rabbia e non si sarebbe dissipata con qualche supplica.
- Che ti ha detto?-
- Detto? Ho solo letto.-
- Lei che ti ha detto? Sei tornato in quella camera?-
- Di cosa parli? Sono stato solo qui e nella mia stanza.- Libero dalla sua morsa di ferro ebbi qualche secondo per pulirmi la bocca e provare a respirare normalmente, mi sentivo tutto il costato schiacciato e ogni sospiro era una tortura. Rimasi a fissarlo mentre camminava avanti e indietro per la stanza e si portava una mano alla bocca, come se fosse indeciso, così ci feci caso di nuovo e mi resi conto che le sue dita erano davvero nere. - Spiegami che succede.- fui temerario, anche se me la stavo letteralmente facendo sotto, ma per qualche strana ragione si calmò mettendosi addirittura seduto sul letto. Provai ad alzarmi dal pavimento e anche se a fatica mi misi diritto, con la schiena verso la porta, pronto a darmela a gambe, ma lui non si mosse.
La bocca, per colpa del violento urto con il pavimento, mi faceva un male terribile e continuava a sanguinare in più punti, provai a pulirmi con la manica della maglietta, ma non servi a molto. Solo che quel gesto fece scattare in lui qualcosa di strano, si alzò di colpo e mi venne incontro, ma non aveva più lo sguardo irato, bensì preoccupato. Gli occhi erano tornati normali e non iniettati di sangue e persino il viso esprimeva apprensione, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca del vestito e lo appoggiò sulle mie labbra.
- Sei ferito da qualche altra parte?- lo disse così accorato che non riuscii a riconoscerlo, era davvero allarmato per me, come se in pochi secondi si fosse trasformato in un altra persona.
Chi diavolo avevo davanti?
Non era Aiden su questo ero sicuro. Provai a scansarlo da me con gentilezza, se si fosse innervosito sarebbe tornato violento e non lo volevo, di certo questa versione era decisamente migliore della precedente.
- Io credo sia meglio se mi stendo un po'.-
- Si, hai ragione, riposa.-
Fuggii letteralmente dalla stanza e mi chiusi nella mia. Che cosa era successo? Cosa aveva scatenato un simile comportamento? La canzone? Il mio atteggiamento? E soprattutto, chi era la persona con cui pensava avessi parlato? Eppure la domanda che avrei dovuto porgermi in quel momento era solo una: io volevo davvero saperlo? Volevo davvero addentrarmi in qualcosa che non avrei saputo gestire? Dovevo andare via, era questa la soluzione, in qualche modo dovevo assolutamente allontanarmi da lui.

Ci impiegai un po' ad uscire, mi sentivo lo sterno ancora un po' schiacciato, ma non sentivo poi molto dolore. Mi cambiai e lasciai la stanza in punta di piedi, infondo non avevo idea di chi mi sarei trovato davanti. Ora che tutto aveva ripreso a funzionare con il suo ritorno, potevo sperare in qualche modo di lasciare quella casa, magari avrei provato a rubargli la chiave dell'ascensore. Feci qualche passo verso il salone e mi tornò alla mente lo scempio che aveva compiuto quando i miei occhi intravidero i pezzi del pianoforte. Non c'era rimasto più niente, se non detriti e polvere e lui era li, che fissava un mucchietto di quella che ora era solo spazzatura. Seguii i suoi movimenti ben nascosto in un angolo, mentre si accovacciava sulle ginocchia e allungava la mano verso un pezzo di legno che mi sembrò una delle gambe del piano. Non la toccò, si fermò a pochi millimetri di distanza e io notai di nuovo le dita scure. Non so spiegare quale fosse stato il vero motivo che mi spinse ad uscire e ad avvicinarmi, ma tutta la rabbia che sentivo dentro, la voglia di scappare il più lontano possibile da lui, sparirono quando mi sembrò che stesse piangendo. Io non avevo capito il motivo della sua furia o del suo cambiamento, c'erano davvero troppe cose che non comprendevo e mi dava fastidio. Sapevo di non contare nulla, di non essere una parte importante della storia di Aiden, ma la volevo conoscere a tutti i costi. In effetti doveva essere stato quello il desiderio che continuava a tenermi in quella casa, altrimenti non c'era davvero spiegazione al mio comportamento.
- Quell'arrangiamento...- lo disse a denti stretti, non era la sua solita voce decisa e fiera. - Non era così male, ma per favore non suonarlo mai più.-
- Perché?- fui audace e stupido, lo ammetto, ma infondo che altro potevo fare. Ero stanco di accettare e basta la situazione, volevo farne parte.
- Che cosa sai di quella canzone?-
- L'ho letta nel libro, non so niente.-
- Ammettiamo che sia vero. Fin dove hai letto?- risposi, dicendogli cosa ricordavo della storia e dove mi ero interrotto perché non riuscivo a tenere gli occhi aperti e infondo quel racconto mi aveva stizzito parecchio. Così lui si alzò, si accomodò sul divano e mi fece segno di seguirlo, da stupido lo feci e rimasi a guardare lui mentre si strofinava le mani e pensai che forse le dita gli facevano male, perché continuò a massaggiarle. - Io non ho lasciato nulla nella mia stanza, ne tanto meno ho mai trascritto questa storia. Dimmi ora vuoi sapere come continua o vuoi sapere come hai fatto a conoscerla, non ti dirò entrambe le cose.- Approfittai di questo suo attimo di gentilezza e ci riflettei un po' su. Non avrebbe risposto alle mie domande, quindi dovevo fargliene una sola che mi avrebbe permesso di venire a conoscenza di più dettagli possibili. Pensai che forse, se lo avessi ascoltato, se fossi stato in grado di conoscere alcune cose su di lui, mi sarei avvicinato di più alla mia libertà, ma dovevo scegliere con cautela.
Le domande mi affollarono la mente, una dietro l'altra e ne erano davvero troppe per poter scegliere quella giusta. Avrei potuto chiedergli chi era quella lei che aveva nominato? Oppure chi era Amina? O se la storia di Julian e William fosse vera, ma alla fine, non riuscendo a scegliere presi forse la decisione più ovvia.
- Come finisce la storia?- pensai che non avrei più avuto l'occasione di leggerla, se davvero il computer non esisteva come ribadiva, non avrei mai saputo la conclusione e sperai solo che si lasciasse sfuggire qualche particolare in più. Sospirò profondamente e si buttò all'indietro contro la parete del divano, era scomposto e poco educato, ma di certo non sarei stato io a farglielo notare. Si coprì gli occhi con il braccio e iniziò a raccontare, con una voce grave e piena di rammarico.
- Nonostante gli sforzi William dovette sottostare al volere di suo padre e poco dopo lo fece partire per la Francia, ma il cosiddetto amico del duca che avrebbe dovuto accogliere William non fu di parola. Il ragazzo iniziò dal gradino più basso, venne buttato in miniera a lavorare giorno e notte, spesso senza mai uscire, in mezzo a gente che era nata e cresciuta in quell'ambiente, mentre lui era solo un giovane signorotto che non si era mai sporcato le mani. Le cose ovviamente andavano male senza contare che veniva costantemente deriso e sottomesso dagli altri. Eppure William non cedette, se si fosse comportato bene, se avesse portato a casa dei risultati avrebbe evitato a Julian la sua stessa fine e quindi strinse i denti. Il ragazzo autolesionista che non faceva che lamentarsi della sua vita, lavorò giorno e notte perché aveva uno scopo da raggiungere. Fece tutto ciò che era in suo potere, anche sottostare alle strane attenzioni del suo capocantiere, pur di ottenere qualcosa e alla fine riuscì a farcela. Elemosinando fino all'ultimo favore, buttando via la sua stessa dignità riuscì a risalire quel mare di fango e ottenere un posto di rispetto, si avvicinò a chi contava e passati i due anni rientrò a casa con degli ottimi risultati e una fortuna tutta sua. Ovviamente non era paragonata a quella della sua famiglia, infondo suo padre era Duca di Kent, mentre lui era ancora un misero manovale, ma l'aveva ottenuta con le sue forze ed aveva solo ventidue anni.-
C'era qualcosa nel suo modo di raccontare che mi catturò completamente, parlava di William come se fosse una persona vera o come se stesse raccontando qualcosa che era capitato a lui stesso. Si emozionava e si arrabbiava, abbassava il tono della voce quando le cose si facevano tristi, oppure lo accentuava per dare enfasi ad un successo. Mi resi conto che presto anche il battito del mio cuore si era armonizzato con quelle parole, mi stava coinvolgendo.
- Una volta a casa la prima persona che cercò fu ovviamente Julian, ma scoprì che anche lui aveva lasciato la magione. Nessuno sapeva dove fosse, così provò a chiederlo a suo padre e si rallegrò della risposta. Sperando in suo successo, il duca aveva mandato Julian in una buona scuola, dove avrebbe studiato economia e politica, perché così facendo sarebbe stato d'aiuto a William una volta ereditato il suo titolo. Eppure, nonostante ci provasse, non riuscì a farsi dire in quale scuola fosse Julian, ne a contattarlo in nessun modo, così sperando che prima o poi suo padre avrebbe accontentato quegli ultimi suoi capricci, fece tutto ciò che lui gli chiedeva, compreso sposare Lady Elizabeth. Fissò la data del matrimonio, ma quel giorno sembrava arrivare troppo in fretta. Era ansioso e triste, non aveva ricevuto alcuna notizia di Julian e non accettava il fatto che non sarebbe stato presente al suo matrimonio, così prima della fatidica data sgattaiolò nello studio di suo padre alla ricerca di indizi e purtroppo li trovò. Nascosta in un cassetto della scrivania scorse una lettera, con i sigilli militari, e quando la lesse tutto gli crollò addosso. Quella era una lettera di condoglianze, in cui l'esercito si scusava con la famiglia per la morte di Julian. Non era andato in guerra, ma era morto durante un'esercitazione.-
- E' orribile. Gli ha mentito fino alla fine.- Quella dichiarazione aveva fatto infuriare persino me, anche se non mi spiegavo perché avessi voglia di prendere a calci qualcosa.
- Cosa credi sia successo in realtà?- mi porse quella domanda e dovetti rifletterci su parecchio. Le cause di quella morte potevano essere milioni, ma la prima a cui pensai fu che la morte di Julian fosse stata premeditata in partenza, che fosse stato tutto deciso dal duca e non frutto di una disavventura, così lo dissi e lui abbozzò un leggero sorriso malinconico, continuando a nascondere gli occhi.
- Non fu difficile neanche a William capirlo, ma reagì nel peggiore dei modi. Tutto ciò che lo aveva reso forte svanì e tornò debole e insicuro, solo che farsi del male non bastò più e l'oppio divenne l'unica cosa che riusciva a non farlo soffrire. Si sarebbe ucciso così, perché infondo i suoi sforzi erano stati vani fino alla fine. Eppure l'oppio non riuscì a fermare il tempo e arrivò il giorno del matrimonio, si fece vestire senza protestare e preparare per la cerimonia. Erano stati invitati così tante persone che la casa era piena di regali e teste acconciate che parlottavano di stupidaggini. Lui era vivo solo perché respirava, ma non gli importava più di cosa gli accadesse intorno, era solo pieno di rabbia, ma l'oppio sopprimeva anche quella la maggior parte delle volte e quindi era solo vuoto. Quel giorno che ci fosse il sole o stesse venendo giù il diluvio universale non faceva differenza, se fossero spariti tutti, se tutto il mondo fosse stato immerso nel silenzio più assoluto a lui non sarebbe importato. Finché non gli tornarono alla mente le ultime parole che Julian gli aveva detto e questo lo fece destare dal torpore della droga, si rese così conto che era davvero tutto silenzioso. Non c'erano più le voci della festa, i rumori dei preparativi, non c'era nulla. Uscì dalla stanza, scese le scale e quel silenzio prese a stringergli il cuore. Entrò nel salone e tutto divenne rosso sangue. Il pavimento era tappezzato di corpi ammassati, di sangue fluente e viscere, c'era morte e silenzio. In mezzo al massacro William rivide per la prima volta dopo due anni il viso di Julian. Era lurido, insozzato da quella stessa sostanza che riempiva la stanza e intasava le narici. La morte era tutta intorno a lui.-
- Non ha senso. Non era morto? Ha ucciso tutti?- Volevo saperlo a tutti i costi, ma quelle domande non avrebbero trovato una risposta, perché io avevo chiesto di conoscere la fine della storia e lui si sarebbe limitato a raccontarmi solo quello.
- William si avvicinò a lui tentennando, era nauseato e stupito allo stesso tempo, lo abbracciò chiedendogli se fosse ferito, che cosa fosse successo, ma Julian gli rispose soltanto che era accaduto tutto ciò che William voleva. Egli aveva desiderato che tutto sparisse e così era stato. Poi gli porse l'ultima domanda: sei felice per ciò che ti ho donato?- Smise di parlare e mi mancò il respiro, non poteva fermarsi proprio ora, doveva assolutamente dirmi di più. Lui si rese conto della mia curiosità, lo vidi sorridere malizioso e sobbalzai alzandomi dal divano ed ebbi la sensazione che forse, per tutto il tempo, non aveva fatto altro che prendermi in giro, così lo chiesi e lui rise di gusto ed io ebbi la conferma ai miei dubbi.
- Anche se l'hai inventata, ora devi dirmi come finisce.-
- Vera o meno che sia questa storia, secondo te come finisce?- Era tutto troppo assurdo, ma ci ragionai su. Non aveva realmente senso che Julian avesse ucciso tutti gli invitati del matrimonio, perché anche se William lo aveva chiesto, si conoscevano da troppo tempo perché lui desse fondamento a delle lamentele dette nella disperazione e non potevo neanche credere che William volesse davvero ciò che diceva. Il vero mistero era Julian, se non era andato nell'esercito, dove era stato per due anni? Quel gesto poteva anche nascondere solo un suo desiderio, mascherato dietro alla volontà di William, ma continuava ad essere veramente troppo assurdo per la mia mente.
- A volte i desideri sono armi potenti e non si devono usare senza precauzioni. Julian ha semplicemente messo in atto ciò che William voleva, per lui avrebbe fatto davvero qualsiasi cosa.-
- Posso capire che si amassero, ma un simile atto non ha giustificazioni. Potevano scappare da qualche parte, andarsene e vivere la vita che volevano. C'è di più di quello che mi dici.-
- L'amore è solo una parola dietro al quale si nascondono gli esseri umani per giustificare i loro desideri. Non sei ancora pronto per conoscere tutta la storia, non puoi ancora comprenderla.- Si alzò passandomi una mano sul viso e fu persino gentile. - Domani andremo a prendere un nuovo pianoforte.-
C'era una domanda che mi premeva in bocca, una cosa che volevo chiedergli con tutto me stesso, ma non ne fui capace. Lo seguii mentre usciva dal salone e si chiudeva nella sua stanza e per tutto il tempo provai a far uscire quella frase senza successo. Chi era lui dei due?

Pranzai da solo e in solitudine consumai una cena veloce. Per tutto il giorno Aiden non uscì dalla sua camera e io mi limitai a buttar via, con le lacrime agli occhi, i pezzi dello Steinway. Mentre raccoglievo un po' di polvere mi tornarono alla mente le dita di Aiden e il colore che avevano assunto. Si erano macchiate subito dopo il suo sfogo con lo strumento e mi diedi dell'idiota per non averci pensato prima. Mi tornò alla mente la spilla e il fatto che lui, nonostante la volesse, non l'aveva toccata. Mi aveva accennato che per quelli come lui era proibito venire a contatto con qualcosa che riguardasse il proprio passato e quindi fui un idiota a non rendermi conto che anche quel pianoforte era una parte della sua storia. Lo aveva toccato e le sue dita si erano macchiate e quel contatto aveva persino modificato il suo atteggiamento, ma nonostante fossi arrivato a quella conclusione, mi arrovellai il cervello nella speranza di capire chi dei due, se William o Julian, fosse stato nella sua vita precedente. Nonostante il gesto estremo di Julian, non c'era nulla nel racconto che potesse darmi qualche indizio, entrambi erano completamente diversi da colui che avevo conosciuto io. Eppure mi ero convinto che il mio modo di vederlo fosse diverso da quello di qualsiasi altra persona, perché io avevo paura di lui mentre gli altri non sembravano notarlo. Vero era che io avevo vissuto in prima persona delle orribili esperienze legate alla sua natura, ma forse io vedevo solo la parte che mi spaventava e non quella reale. C'erano ancora troppe cose che non conoscevo e che non capivo, anche se fossi riuscito a scappare da quella casa non avrei avuto un posto in cui nascondermi o sentirmi al sicuro, non volevo continuare a vivere con quell'opprimente sensazione di pericolo e ansia. Capii che se volevo davvero essere libero l'unica cosa che dovevo fare era immergere la testa in quella melma e venirne fuori più forte.
Mi voltai per andare in camera, ero fiero della mia decisione di non avere più paura, di affrontare questa cosa a testa alta, ma quando mi girai la paura tornò a sopraffarmi e gridai. Davanti a me c'era qualcosa che non era definibile, il viso lungo e sottile con una pelle grigia e vecchia, gli occhi erano storti e neri, la bocca ridotta ad una piccola fessura rotonda. Era alto quasi quanto me, ma era così sottile che facevo fatica a distinguerne le parti del corpo. Era nodoso come un albero, ma quella pelle così strana mi dava una sensazione di viscidume che mi metteva i brividi. Mi si gelò il sangue e bloccai il respiro, per qualche ragione credetti che se non mi fossi mosso non mi avrebbe visto, ma era proprio a pochi millimetri da me, tanto che riuscivo a sentire lo strano odore che emanava. Continuai a fissarla e quella cosa fissava me, muovendosi appena con qualche scatto convulso, finchè non alzò verso di me quello che forse era il suo braccio e mi trapassò il petto. Non provai lo stesso tipo di dolore che si prova quando ci si ferisce; mi sentii semplicemente perso, come se sapessi che in quel momento non avrei potuto fare nulla per evitare quella cosa o le sue azioni, mi si annebbiò la vista e la gola si seccò del tutto. Poi tutto divenne troppo confuso per dargli un senso. Mi sentii leggero come una piuma, come se non esistessi, caddi in un baratro senza fine e pensai che il cuore mi sarebbe uscito dalla bocca tanto la discesa era veloce.
Sbattei la faccia per terra ritrovandomi il naso immerso in uno strano liquido, lo stesso che non volendo mi era entrato in bocca e mi aveva lasciato un sapore amaro e ferroso. Sentivo dolore dappertutto, era come se mi fossi rotto tutte le ossa del corpo, ma un po' mi muovevo quindi non era così. Provai a tirar fuori il naso da quella pozzanghera strana e mi resi conto che non era acqua quella in cui ero finito, ma sangue. Era tutto sporco di sangue. Dovunque girassi lo sguardo era tutto rosso cremisi, sporco e puzzolente, mi salì la nausea mista al terrore.
- Non era questo che più desideravi?- Mi voltai di scatto verso quella voce, la conoscevo ed ero pronto a rispondere a tono, ma mi bloccai quando il mio sguardo si fissò sulla figura di un ragazzo moro, vestito in modo strano, antico, che reggeva in mano un pugnale e lo guardava come se intorno non ci fosse altro. Quel viso lo conoscevo e non mi sarei mai potuto sbagliare, cercai di pronunciare il suo nome, ma dalla mia bocca non uscì un suono.
- Non era questo che volevo.- Un altra voce e la cercai, stavolta però proveniva da una altro ragazzo, l'esatto opposto dell'altro. I biondi capelli incorniciavano un viso pallido ed emaciato e iniziai a capire. Loro non mi vedevano, io ero proprio nel mezzo, in ginocchio nella lordura della stanza, ma loro non ne erano consapevoli. - Per colpa mia ora ti sei dannato per sempre.-
- Lo ero da prima.- finalmente il moro alzò lo sguardo dall'arma e si concentrò sull'altro giovane. Avanzò di qualche passo verso di lui, passandomi attraverso e io percepii il gelo e il vuoto. - Mi dispiace solo averti dovuto ingannare così.-
- Non importa, risolveremo ogni cosa. Possiamo andarcene e nessuno ci troverà mai.- il biondo ne era convinto, per un attimo scorsi in lui una piccola scintilla di speranza, qualcosa che cercava in tutti i modi di trasmettere all'altro, ma non era abbastanza per raggiungerlo. Il moro provò ad abbracciarlo e lui lo lasciò fare, si strinsero in un gesto carico di sentimento e speranza e iniziai anche io crederci.
- Non posso fare altrimenti, ho fatto quello che dovevo e se come spero, se sei la persona giusta, finalmente questa storia finirà.- Io lo avevo visto, ma ero solo uno spettatore e non potevo interagire con loro. Il pugnale ancora ben stretto nella mano del moro si era conficcato con forza nella carne dell'altro, lo aveva pugnalato a tradimento e ora lui si accasciava delicatamente tra le braccia del suo carnefice, eppure non era stupito. Non lessi nello sguardo della vittima ne paura o stupore, semplicemente gli occhi chiari di lui brillavano di un affetto che non capivo, erano pieni di un amore che non era ricambiato, ma che comunque per lui era tutto. Per come la vedevo io quello era un tradimento, ma il viso morente di lui non esprimeva quel sentimento. Rimasi ad osservare l'assassino mentre si inginocchiava a terra tenendo tra le mani il corpo esanime e bagnandosi le dita nel sangue fresco e non quello che inondava la stanza, disegnò sulla fronte pallida e fredda qualcosa che faticai a vedere. Poi lo baciò e sussurrò qualche parola che non capii e tutto iniziò a tremare. Il sangue in cui ero immerso divenne freddo come il ghiaccio, sentii la mia pelle che si lacerava per colpa della bassa temperatura, ma non mi mossi. Lo scenario cambiò colore e divenne tutto nero, tanto che dovetti sforzarmi molto per riuscire a tenere a fuoco le due figure davanti a me. Percepii chiaramente qualcosa passarmi vicino, mi sfiorò appena e non riuscii a capire cosa fosse, la vidi solo avvicinarsi ai due e toccare il corpo del biondo ormai privo di vita. Per qualche secondo, il viso del moro si riempì di speranza, spalancò gli occhi e schiuse la bocca trattenendo il respiro, eppure non accadde nulla. Poco dopo tutto tornò rosso sangue e per la prima volta il moro volse lo sguardo verso di me, mi vedeva ne ero certo, ma non mi importava. Era disperato, in procinto di piangere e non lo nascondeva, sperava in qualcosa che non era successo.
- Per quale motivo continui a punirmi in questo modo?- lo disse rivolto a me, ma non potevo rispondere e anche se ne fossi stato capace non avrei saputo che dire. Mi si strinse il petto in un dolore non fisico, ero triste per lui, perché era disperato e, anche se non capivo, in qualche modo volevo aiutarlo. - Ho fatto tutto quello che dovevo, lo faccio da sempre, ma ancora continui a mentire.-

Mi svegliai di soprassalto e mi mancò il respiro. Tutto iniziò a vorticarmi intorno e non riuscii, all'inizio, a mettere a fuoco nulla di fronte a me. Ricaddi su quello che era un materasso morbido e strinsi le coperte così forte che pensai di strapparle. Il respiro faticò a tornarmi normale, e la cosa fu straziante. Percepii una mano delicata che mi sfiorava la fronte e quello che doveva essere una panno umido o qualcosa del genere, detergermi il sudore. Non vedevo chi mi stava aiutando, non mi importava che riuscire ad espirare senza provare quel dolore atroce ai polmoni.
- Sta tranquillo.- La voce la conoscevo bene, ma non riuscivo a crederlo vero, era troppo gentile per essere lui e, dopo quello che mi era successo, non lo volevo vicino. Il fatto che mi stesse accudendo mi dava ancora più i nervi e non appena fui in grado di muovere una mano lo scansai in malo modo. Lo sentii che si ritraeva, era seduto sul letto al mio fianco, e il suo movimento produsse un piccolo spostamento d'aria che comunque mi diede sollievo. - Prova a bere qualcosa.- Mi sentii tirare su il viso e qualcosa di fresco si poggiò sulle mie labbra, eppure nonostante il sollievo mi ritrassi e con la mano colpii il bicchiere che andò a frantumarsi sul tappeto della stanza.
- Che diavolo mi hai fatto?- Lo gridai, ma feci fatica a riconoscere persino la mia voce, era rauca e bassa e mi fece male la gola, ma infondo mi stavo quasi abituando a provare dolore, che non ci facevo neanche più caso.
- Io nulla, lei lo ha fatto di nuovo.-
- Ora basta, lei chi?- Mi alzai mettendomi seduto, ma mi venne da vomitare e mi voltai subito verso destra, ma non successe nulla. Aiden mi poggiò una mano sulla fronte, non riuscii a scansarlo di nuovo ero troppo debole, sapevo che voleva aiutarmi, ma non avevo intenzione di accettarlo.
- Non posso andare avanti così.-
- Lo capisco.-
- Allora spiegami perché diavolo sono qui, che mi sta succedendo?-
- Non posso farlo, non mi è permesso. Sono queste le regole.-
- Regole?- ebbi un nuovo conato e stavolta non riuscii a trattenere niente. Aiden mi aiutò e non si arrabbiò per avergli macchiato letto e tappeto. Al contrario mi portò nuovamente a stendermi e mi tamponò il viso che riflesso nello specchio al mio fianco mi sembrò spettrale. - Devi fare le domande giuste, ma non potrò mai dirti tutta la verità.-
- Sono stufo di sottostare ai tuoi giochetti. Non posso andare avanti in questo modo, devi lasciarmi uscire di qui.-
- Questo non posso più farlo.-
- Allora uccidimi, lo hai già fatto e non mi è sembrato che ti sia dispiaciuto. Non ha senso vivere in questo modo.-
- Non posso fare neanche questo.- Sospirai, non sapevo davvero che fare, ne cosa dire. Più lo guardavo e più mi sembrava diverso dal mostro che mi aveva intrappolato in quel luogo, ma ne sapevo davvero poco per poter capire. Eppure mi stavo convincendo che dentro di lui ci fosse più di una persona e sicuramente quella che avevo davanti ora, non era la peggiore, quindi tentai.
- Che cosa mi è successo nel salone?-
- Non lo so.-
- Tergiversi come al solito, ma c'era qualcosa in quella stanza. Era strana e orribile, mi ha infilato una specie di braccio, dritto qui...- indicai il petto e riuscii a sentire di nuovo quella sensazione di vuoto che avevo provato ed era opprimente. - Forse a te questo gioco diverte, ma io sono stufo.-
- Non mento, non so cosa lei ti abbia voluto far vedere o far capire. Ti ho già detto che è un gioco, o almeno lo è per lei. Io non ci ho mai ricavato nulla.- Me ne ero accorto, ma riuscire a fare le domande giuste, quando la testa ti scoppia e lo stomaco si rivolta è difficile. Aiden mi stava aiutando, erano piccoli e frammentati, ma mi stava dando dei suggerimenti. Lo fissai mentre evitava accuratamente di incrociare il mio sguardo, guardò il bordo del letto che avevo insudiciato e con un semplice movimento del braccio fece sparire ogni cosa liberando la stanza da un fastidioso odore di acido, che continuava a darmi la nausea.
- Ho visto quello che hai fatto a William, so per certo che Julian eri tu.-
- Cosa credi abbia fatto?-
- Lo hai tradito. Hai trucidato tutta la sua famiglia, le persone che erano in quella casa e poi hai ucciso anche lui.-
- Ho fatto ciò che era necessario.- Non lo negò, anche se continuava ad essere parco di particolari.
- Volevi qualcosa, ma non sei riuscito ad ottenerlo. Cosa volevi fare?-
- Non essere troppo avido.-
- Io non farò la fine di William. Non mi prenderai in giro.-
- Non potresti mai. William mi amava sopra ogni altra cosa, quello che lui provava non potrà mai essere eguagliato da nessun altro. Era puro e gentile anche se era debole, troppo debole. Per questo è andata come sai.-
- Chi è Amina?- Lo stupore si dipinse nel suo sguardo, fu inevitabile e non riuscì a nasconderlo. Spalancò gli occhi e per un attimo mi sembrò persino che fossero diventati più chiari, poi si portò la mano alla bocca e sbuffò, quasi divertito. Non riuscii a decifrarlo del tutto, ma l'impressione che mi diede fu che fosse sollevato.
- Addirittura. Evidentemente il gioco sta andando troppo per le lunghe, se sei arrivato già a questo punto.-
- Non hai risposto, immagino che anche questo sia chiedere troppo.-
- Ti dirò solo questo.- sbuffò e si avvicinò a me, passandomi una mano tra i capelli arruffati. - Quella sera nella biblioteca sapevo già chi eri e che saremo arrivati a questo punto. In tutte le vite che ho vissuto, qualche volta mi è capitato di avere a che fare con persone speciali, proprio come lo era William. Tu però sei il primo a cui io mi sia presentato per ciò che sono, sei l'unico che ha visto la parte peggiore di me, quindi sei anche l'unico che ha i mezzi per venire a capo di questa storia.- Si alzò dal letto e provò ad uscire, forse per lasciarmi riposare, ma non avevo intenzione di lasciare le cose così in sospeso, quindi con le ultime forze che mi erano rimaste lo afferrai per la camicia e lui si girò sorpreso. Da come mi guardava dovevo avere un faccia spaventosa perchè vidi le sue pupille che si dilatavano e mi fissavano incredule. Non so perchè, ma quella frase mi uscì così di getto da sorprendere persino me.
- Tu vuoi il mio aiuto? Per questo sono qui?-
- Arrogante.- mi rispose in quel modo, ma non riuscì a nascondere cosa pensava in realtà e quando la sua bocca si mosse a formare un leggero e appena pronunciato sorriso, capii che avevo indovinato. Nonostante il piccolo barlume di euforia che quella risposta mi aveva suscitato, gia solo per il fatto di non essere stato preso in giro, il che era una vittoria enorme, mi stesi. Crollai sul letto e non so per quanto tempo rimasi incosciente.
Quando mi svegliai sentii ogni osso del mio corpo che scricchiolava, come se fossero state schiacciate, mi girai su un fianco, ma anche i muscoli erano indolenziti e quindi decisi di alzarmi. Avevo fame, il che era una cosa positiva, così infilai un paio di ciabatte che avevo ai piedi del letto, non erano mie, ma sinceramente me ne importò poco, ed uscii. La casa era fredda e silenziosa ed era notte fonda, o almeno lo dedussi dal buio che mi circondava. Non volevo pensare a nulla in quel momento, ero troppo stanco e frustrato per poter rimuginare su tutta la situazione, andai in cucina e aprendo il frigo tirai fuori una bottiglia di latte e ne misi un po' a scaldare. Non ero certo che il latte fosse la soluzione migliore per il mio stomaco, ma di certo non sarei riuscito a mangiare qualcosa di solido. Mi sedetti e rimasi a fissare la finestra della cucina che dava sul giardino del palazzo. Non ci ero ancora mai andato, infondo non potevo lasciare la casa, ma il giardino non era altro che un balcone enorme e quindi non era proprio come se stessi uscendo. Versai il latte in una tazza e provai a girare la maniglia della porta finestra, era aperta e mi feci coraggio.
Dopo giorni chiuso in casa quella era la prima volta che respiravo aria fresca, mi riempii i polmoni più che potei e mi sedetti su una panchina ad osservare la città che dormiva. Pensai che forse qualcosa era davvero cambiato, infondo questo era qualcosa che non mi aveva permesso fino a quel momento. Mi accarezzò un leggero vento freddo e mi chiusi meglio la vestaglia sorseggiando la bevanda calda che stranamente mi stava facendo bene. Non aveva un gran sapore, non mi era mai piaciuto il latte senza un mezzo litro di caffè dentro, ma mi accontentai.
Le luci della città erano ipnotiche, non le osservavo da troppo tempo e persino il rumore delle auto e qualche clacson suonato con rabbia mi sembrò un suono piacevole. Ero molto in alto, quindi mi divertii a sbirciare in qualche finestra dei vicini palazzi, non c'era molta vita e mi chiedi che ore fossero in realtà.
- Sono le tre del mattino.- Mi girai di scatto, Aiden era accanto alla porta finestra, in pigiama e mi guardava compiaciuto, era assonnato e mi sembrò così normale che non ci credetti. Si avvicinò sbadigliando e stirandosi le braccia, quando si comportava così non sapevo se stare all'erta o rilassarmi, ma tanto non riuscivo a fare nessuna delle due cose, quindi perché preoccuparsi. - Vedo che stai meglio, hai dormito per due giorni.-
- Da come mi scricchiolano le ossa mi sono sembrati due anni.-
- Se te la senti potremmo uscire domani per comprare il nuovo pianoforte.-
- E la fregatura sta nel fatto che...- lasciai di proposito la frase in sospeso e lui rise, mi guardò in modo strano, tanto che gli occhi gli divennero sottili e per un attimo mi fecero tremare la mano con cui stringevo la tazza del latte.
- Che lo pagherai tu. Infondo è colpa tua se ho dovuto romperlo e mi sono anche fatto male nel farlo, quindi dovresti prenderti le tue responsabilità.-
- Ma sei scemo? Come pensi che possa pagarlo un pianoforte e poi se sei fuori di testa non è mica colpa mia.-
- Potremo trovare un accordo.- Mi buttai sulla panchina e rimasi in attesa. Ero certo che volesse arrivare ad una cosa simile, ma stranamente ero curioso di sapere cosa mi avrebbe proposto. Da quando era iniziato tutto i miei sentimenti erano cambiati molto, dal volermi allontanare da lui e voler assolutamente scoprire il suo segreto. Forse la prigionia mi aveva davvero fritto il cervello, ma ero totalmente affascinato da quel mistero e se la prospettiva della mia vita, che fino a quel momento era stata noiosa e triste, ora che era diventata spaventosa e misteriosa, mi dava la spinta ad andare sempre più a fondo. - L'uomo da cui andremo ha una cosa che mi interessa, se riesci a scoprire qual'è e a prenderla io pagherò un nuovo pianoforte e ti darò queste.- dalla tasca dei pantaloni tirò fuori un piccolo mazzo di chiavi tintinnanti. Una era piccola e lunga, mentre l'altra era una di quelle chiavi massicce delle porte blindate, lo capii subito, ma non riuscii a dire molto. - Sono le chiavi dell'ascensore e del portone all'ingresso. Se riuscirai a guadagnartele, avrai il permesso di uscire quando vuoi, nessun impedimento o divieto.-
- Non mi dirai altro?- il premio era troppo alto, quindi ero certo che sarebbe stato difficile e non come per la spilla. Mosse la testa in segno negativo e sbadigliò di nuovo. Rimasi immobile ad osservare il latte, che ormai era freddo come il ghiaccio, cercando di capire cosa avrei dovuto aspettarmi da quella proposta, quando sentii il suo respiro sul collo e rimasi immobile, con il sangue che si gelava nelle mie vene e il sudore che iniziava a bagnarmi la maglia. Aveva il viso nell'incavo della mia spalla e sentii la punta del suo naso toccarmi la pelle del collo.
- Sta giocando sporco.- Lo sussurrò e il suo respiro mi colpì facendomi rabbrividire, poi si alzò di scattò e mi lasciò da solo. Ero sul punto di gridare, dalla paura e dallo stupore, ma non feci nulla e rimasi ancora un po' li immobile fino a che non iniziai a sentire troppo freddo e mi rintanai nella mia stanza.
Cosa era successo? Non ne avevo la più pallida idea, tanto che per un attimo mi ero convinto che mi avrebbe morso, lo aveva già fatto quindi perché stupirmi, invece si era limitato ad avvicinarsi e io non riuscii più a pensare.



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