Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 6

6. Il mercante 

Ovviamente non potevo sperare che saremo andati in un qualsiasi negozio di strumenti musicali, ma quello che avevo davanti era lungi da ogni mia aspettativa. Mi aveva svegliato troppo presto, non erano neanche le sette del mattino, ma avevo dormito due giorni di fila per cui alzarmi fu quasi una liberazione. Lui era già pronto, lavato e ben vestito, io mi infilai i jeans e una camicia e accanto a lui avevo l'aria di un mendicante, nonostante gli abiti che stessi indossanti, che ovviamente non erano miei, fossero di una buona marca. Scendemmo nel seminterrato con l'ascensore e mi trovai davanti una varietà di auto da far girare la testa. Non le contai ma erano tante e mi chiesi che diavolo ci facesse con tante automobili, che senso aveva averne più di una concessionaria?
Ad ogni modo ci avvicinammo ad una Maserati nera, era bellissima non posso negarlo, sportiva, ma elegante allo stesso tempo, con le linee affusolate e dei sedili così morbidi e profumati che ci avrei dormito volentieri e io, accanto a quel gioiello mi sentivo così insulso e povero da farmi quasi schifo. Mi accomodai dentro senza toccare nulla, ma non riuscivo a non osservarla tanto che mi ritrovai in autostrada senza neanche essermi accorto di nulla.
Mi sembrò che stessimo procedendo verso nord, ma infondo non aveva poi tanta importanza la direzione, visto che ad un certo punto Aiden premette sull'acceleratore e io mi ritrovai a fissare per due ore un triangolo di strada che mi sfrecciava davanti. Quando si fermò e mi fece scendere non mi sentivo più le gambe, abituato al mio povero e malandato motorino, quella era una velocità che non potevo sopportare in alcun modo, forse neanche un pilota professionista avrebbe potuto farlo.
- Io torno in treno.- lo dissi con lo stomaco praticamente in gola e lui rise di gusto. Avrei dovuto sentirmi fortunato nel riuscire a farlo ridere sempre quando io mi sentivo morire.
Non appena fui in grado di riprendere possesso del mio corpo senza ciondolare in giro, mi resi conto di essere in una specie di enorme complesso di magazzini. Avevamo superato un cancello ampio che si stava richiudendo dietro di noi e davanti una miriade di tir ben allineati accanto ai capanni. Aiden mi fece strada, sicuro e deciso, il sole picchiettava forte e io morivo di caldo, ma a lui questo non dava alcun peso, avrebbe indossato un completo anche con una temperatura di quaranta gradi e non avrebbe comunque sudato. Si avvicinò alla saracinesca più a sud del complesso, forse anche la più vecchia perchè era arrugginita e bucata in alcuni punti.
Bussò sulle lamiere due volte e rimase in attesa. Non sentii che l'eco del suo gesto per qualche secondo e poi nulla. Aiden guardò l'orologio e sussurrò qualcosa, poi bussò di nuovo, ma stavolta lo fece per tre volte di fila, rimase nuovamente in attesa, sempre con lo sguardo fisso all'orologio e infine bussò una sola volta. Solo allora sentii un piccolo click provenire dall'interno della struttura e poco dopo la saracinesca prese ad alzarsi cigolante.
Ci salutò una persona che definire bizzarra era come farle un complimento. Basso e tarchiato, forse con un accenno di gobba, ma quella era l'ultima cosa che si notava di lui, vestito con abiti di almeno due taglie più grandi e di colori così accesi e fluorescenti che avrebbe potuto illuminare la città durante un blackout. Rosso, giallo e verde, niente aveva senso logico, o almeno non lo aveva per me e come non notare il naso arrossato dal bere e la pancia prominente. Eppure, quando si tolse gli occhiali da sole, cosa assurda visto che dietro di lui regnava il buio più totale, i suoi occhi mi colpirono come un pugno nello stomaco. Erano rossi come il gilet che indossava e mi guardarono nell'anima, mi sentii defraudato della mia privacy e fu imbarazzante.
Non sapevo se fossero naturali o meno, sapevo che esistevano delle strane lenti a contatto che usano i fissati di cosplay, ma se erano finte erano davvero ben fatte.
- Cos'è quello, un nuovo giocattolino?- lo disse ad Aiden, ma non staccò lo sguardo da me e mi diede fastidio, eppure non mi rivolse la parola, continuò a parlare con Aiden, ma chiamandolo con uno strano nome. - Cosa sei venuto a fare Guayota? Non ho niente per te.-
- Non ci credo. Ad ogni modo perché non fai dare un occhiata in giro al mio giocattolino, vuole un regalo.- provai a ribattere, ma Aiden mi zittì alzando semplicemente il dito verso di me, come se fossi un bambino, eppure rimasi in silenzio. L'uomo ci mise qualche secondo a decidere, ci fece segno di entrare e si apprestò a chiudere la saracinesca. Non vedevo ad un palmo dal naso e non mi mossi, ma mi accorsi che invece Aiden non sembrava avere problemi perchè lo sentii allontanarsi da me.
Poi, dopo un rumore di cose rovesciate e quella che sembrava un'imprecazione in una lingua strana, le luci si accesero tutte insieme e rimasi completamente accecato dai neon, ma non appena la vista tornò normale spalancai la bocca come un idiota. Davanti a me, come se il magazzino non avesse fine c'era di tutto. In un angolo erano ammassati moltissimi quadri, alcuni erano enormi, dal soffitto pendevano una miriade di lampadari dalle forme più disparate, erano sia antichi che preziosi, non ne capivo molto, ma sapevano che dovevano valere una fortuna. Uno di loro rifletteva la luce artificiale dei neon, ma rimandava indietro dei riflessi color arcobaleno contro la parete. Voltando lo sguardo arrivarono i gioielli, teche e cristalliere piene di oro e pietre colorate, poi c'erano mobili antichi, le auto e le moto d'epoca ed infine i miei occhi si poggiarono sugli strumenti musicali. Anche da lontano riuscivo a percepirne la bellezza e la rarità e mi chiesi davvero dove diavolo mi avesse portato, eppure mi mossi e avanzai verso quelle bellezze come uno zombie in cerca di carne fresca. Non ero un antiquario, avevo anche studiato poco, ma sapevo riconoscere le cose belle e quelle erano ad un livello superiore, forse anche più rare del pianoforte che Aiden aveva distrutto.
- Il bimbo ha occhio. Rita.- quando lo sentii strillare come un maiale al macello, mi voltai di scatto. Aiden mi guardava e sorrideva, mentre lo strano ometto aveva l'aria di volermi trucidare, almeno fin quando dal fondo del magazzino non spuntò una chioma ribelle e blu come il cielo. Tra la fila di auto si mostrò una ragazza con una salopette di jeans e un top bianco sotto che le copriva solo il seno, aveva il viso sporco di nero, forse olio, e corse verso di noi. - Accompagna il ragazzo in giro, io ho da fare.-
Seguii Aiden e lo strano uomo finché non si chiusero in uno studio e io rimasi li impalato ad osservare la ragazza cercando di capire se avessi o meno il permesso di parlare. Lei mi sorrise e con un gesto ampio delle braccia mi diede un benvenuto quantomeno normale.
- Ecco a te il paese delle meraviglie. Che dovete comprare?-
- Un pianoforte. -
- Cosa?- spalancò gli occhi come se gli avessi detto una barzelletta e cercò con lo sguardo, nero come la notte, una spiegazione alla mia risposta.
- Il nostro è stato vittima di un incidente purtroppo.-
- Con tutta la fatica che abbiamo fatto per procurarcelo. In confronto a quello che abbiamo qui, quel piano non era poi granché eppure lui lo voleva così disperatamente. Lo abbiamo raccattato da un vecchio antiquario inglese che lo teneva in cantina. Quel vecchio bastardo ha voluto così tanti soldi che spero ci si strozzi. Cosa gli è successo?- Ci misi un po' a trovare una scusa che non sembrasse campata per aria.
- Dei ladri sono entrati in casa, c'è stata una lotta e il povero piano non è sopravvissuto alle ferite subite.- Sperai che non mi dicesse che potevano provare ad aggiustarlo, perché avrei dovuto chiederle se era brava a fare i puzzle, perché lo stato del povero strumento era esattamente quello.
- Peccato. Te li mostro.- Mi guidò verso lo spazio degli strumenti musicali, non mi chiese il mio nome e io ebbi la sensazione di non doverglielo dire. Anche Aiden era stato chiamato in un altro modo, ragion per cui rimasi in silenzio. Di lei però conoscevo il nome, l'uomo strano l'aveva chiamata Rita, quindi provai ad instaurare una misera conversazione formale.
- Di chi è questo posto?- lei mi guardò di sottecchi e rise, e quell'espressione mi sembrò davvero carina. Forse il fatto di non vedere anima viva a parte Aiden, il che spesso di vivo non aveva nulla, mi aveva reso abbastanza suscettibile al fascino femminile, ma guardarla era piacevole. Alta e snella, la pelle chiara e rosata e il viso delicato, sembrava davvero fuori posto in quel luogo.
- Tutto quello che vedi è del mostro che ora è in ufficio.- rimuginai su chi fosse dei due il mostro, ma rimasi ad ascoltare. - Il vecchio Samuel non fa che portare dentro roba su roba, spesso roba strana, ma è quella che ci fa fare i soldi.-
- Che tipo di roba strana?- ora per me anche il più piccolo gingillo in qualche teca abbandonata del magazzino era strano, ma ero sicuro che Rita si riferisse a ben altro.
- Roba per le aste. Io non partecipo, mi occupo delle cose normali, ma Samuel e quel tipo ne sanno parecchio. Non so da dove vengano i suoi soldi, ma quando vuole qualcosa nessun prezzo è troppo alto.-
- E questa roba strana, potrei vederla?- Io sapevo perché ero li e di certo gironzolare nel capanno non mi avrebbe aiutato a capire cosa dovevo cercare e soprattutto prendere. Era qualcosa che Aiden non poteva comprare, su questo non avevo dubbi. Rita mi guardò in modo strano, poi rise e mi strizzò l'occhio.
- Solo pochi minuti, ma non puoi toccare niente o Samuel ci mangia vivi.- Avrei voluto dirle tranquilla ormai ci sono abituato, ma lo tenni per me. Rita mi prese la mano e mi fece scivolare tra un maggiolino arrugginito e una vecchia Harley, poi tirò fuori un mazzo di chiavi, ne scelse una normalissima e mi fece entrare in un altra enorme sala. Non appena accese le luci mi trovai davanti un museo. Non era tutto messo li a caso come nell'altro capanno, tutte le teche erano pulite e lucide e in ognuna vi era qualcosa che capivo essere rara e inestimabile.
Nonostante fosse gentile e disponibile, quando mi lasciò andare la mano e io iniziai a girovagare, lei non smise di seguirmi con lo sguardo. Era seria e concentrata e io ero certo che se avessi provato a fare qualcosa di strano, lei mi avrebbe sicuramente immobilizzato o peggio. In una vetrina osservai dei vecchi cocci e alcune anfore, poi passai ai gioielli, anche questi erano antichi, alcuni erano incrostati di argilla, in una teca vi era una specie di mummia, non c'erano targhe o didascalie, come se chiunque fosse entrato in quella stanza sapesse perfettamente cosa stava guardando, tutti a parte me ovviamente. Scivolai accanto ad un altra vetrina conteneva degli abiti malridotti e poi iniziarono le armi. Dai pugnali alle katane, alabarde e mazze ferrate, mi sentii un po' un giocatore di videogiochi alle prese con la scelta della sua arma primaria, ma sebbene fossero affascinati e intrise di storia non mi suscitarono alcun che. Non sapevo cose stessi cercando, ma Aiden era certo che avrei potuto trovarlo in qualche modo, quindi mi affidai al sesto senso.
Poi accadde. Cosa non saprei dirlo, ma ebbi un brivido freddo lungo la schiena quando poggiai le dita su una teca e vi posai gli occhi. Era un pugnale, semplice e senza fregi particolari, ma al contrario delle altre armi aveva una fossetta personale, lontano dalle altre. La lama era corta e sporca di qualcosa che identificai come ruggine, ma non ero molto convinto, era rossa e somigliava più al colore del sangue. Sentii la presenza di Rita alle mie spalle, ma non riuscii a staccare gli occhi dall'arma.
- Quel pugnale mi terrorizza. Ci sono tanti oggetti strani qui, ma quello è assolutamente il più terrificante. Samuel dice che intorno a lui c'è odore di sangue e morte, che lo si può sentire anche a distanza. Non lo sposta mai da li. Per venderlo diremo che è l'arma con cui si possono uccidere i demoni, ovviamente non ci credo, da più l'impressione di essere qualcosa usato da loro.-
- Mi sembra di averlo già visto.-
- Ha una forma comune, se non fosse che il sangue che sporca la lama non si toglie.- La sentii mentre si voltava di scatto, mi prese la mano e provò a spostarmi, ma ero come bloccato, come se qualcuno mi avesse incollato i piedi al cemento. - Meglio se usciamo, Samuel non vuole che si entri qui prima di un asta.-
- Quando ci sarà la prossima?-
- Domani sera.-

Lasciammo il magazzino dopo aver acquistato alla modica cifra di un milione e mezzo di euro un Kuhn-Bösendorfer e il fatto che fosse un pianoforte assemblato con oltre centomila pezzi tagliati a mano e lucidato con gemme di vetro dall’artista Jon Kuhn, tiritera ripetuta da Samuel almeno dieci volte, non giustificava la spesa assurda. Certo lo strano omino era partito da un prezzo assolutamente insensato, con talmente tanti zeri che non saprei neanche enunciarlo, ma dopo qualche scambio di battuta Aiden era riuscito a farlo ragionare, se così si può dire. Ce lo avrebbero consegnato a casa nel giro di un paio di giorni e quando tornammo alla macchina, mi buttai sul sedile come se invece dei soldi avessi pagato in sangue.
- Come, non volevi tornare in treno?-
- Se mi paghi il biglietto lo prendo volentieri.-
- Ho già speso abbastanza non credi? Anche se non ho idea di come ti possano piacere tutte quelle pietre.- Era una gioiello più che un piano, nero e tempestato di gemme, quasi femminile oserei dire, ma quando lo avevo toccato mi era sembrato come se quelle pietre potessero riflettere le note che vi avrei suonato e quando avevo pigiato un tasto giusto per toccarlo e avevo prodotto un suono sfiatato e stonato, mi era sembrato che comunque fosse rimbalzato contro una delle pietre e si fosse abbellito.
- Ho pensato che una cosa eccentrica fosse perfetta per te.- Non gli avrei mai rivelato quel pensiero romantico sulle note, neanche se mi avesse torturato. - Ad ogni modo, credo di aver capito cosa ti serve. Solo che non so come dovrei prenderla.-
- Devi recuperarla prima dell'asta. Non voglio che qualcuno ci metta sopra le mani.-
- Mi spieghi come dovrei fare? Perché invece non la compri?-
- Non posso interagire con qualcosa del mio passato. Per questo lo dovrai fare tu.-
- Eppure Rita mi ha detto che l'altro pianoforte lo hai comprato. Era quello che suonavi quando eri Julian, quindi perché ora è diverso?- rimase in silenzio e capii che non mi avrebbe risposto. Sbuffai irato e incrociai le braccia. Lui non era ancora entrato in macchina, reggeva la portiera come se stesse per perderla e mi guardava in modo sinistro.
- Certo che ne hai apprese di cose. Il pianoforte lo suonavo, ma non era ne mio ne di William. Per questo ho potuto comprarlo, ma non potevo comunque toccarlo. Avrai sicuramente visto le mie mani dopo quella piccola sfuriata.- Piccola era un eufemismo, ma si le avevo viste ed erano diventate nere e sapevo che per lui erano stato anche doloroso. - L'ho comprato lo stesso, è un ricordo, ma non avrei comunque potuto usarlo.-
- Per cosa?- il sorriso che gli si dipinse in faccia mi fece capire che non avrebbe detto altro. Ormai mi stavo abituando alle mezze verità. Lo seguii mentre si sistemava alla guida e accendeva l'auto. Si mise in marcia, ma non per tornare indietro. Prese una sopraelevata e solo allora mi resi conto che eravamo vicini al mare. Visto che, per fortuna, procedeva ad una velocità sopportabile, riuscii a godermi il panorama. - Dove siamo?-
- Da qualche parte accanto alla costa.-
- Oh adesso si che ne so di più.- iniziai a torturarmi le mani, ormai era venuto il momento di chiedere. Il fatto di stare chiusi in una casa enorme mi aveva tolto quel pensiero dalla mente per un po', ma ora che ero fuori, che guardavo le strade, le case, l'acqua, quel senso di inquietudine e di smarrimento era tornato a darmi fastidio. - Non riesco ad orientarmi. Non ricordo neanche il nome della città in cui vivo.-
- Non preoccuparti è normale. Una precauzione nel caso volessi farti un giro senza dirmi niente.-
- Chissà perché, ma non sono sorpreso.-
- Tutto qui?- mi rivolse un'occhiata veloce stupita. Era come se fosse quasi deluso della mia non reazione. - Pensavo che avresti fatto più capricci. Non mi diverto se non li fai.-
- No, è che ho smesso di stupirmi per ogni cosa. Diciamo che ho iniziato a prendere le cose così come sono. Non voglio dovermi fare venire un infarto ogni volta che scopro che mi stai incasinando la testa.- Aiden decelerò adagio e accostò a lato della strada. Non era molto trafficata quindi quelle poche auto che ci passavano vicino non sembravano far caso alla bellissima auto ferma. Si girò verso di me allungando il braccio che passò dietro il poggiatesta. Rimasi immobile a fissare i suoi occhi che erano diventati così chiari e ferini da farmi rabbrividire. Non sapevo mai con chi avessi a che fare. Ero sicuro che molte delle sue vecchie personalità tornassero a galla ogni tanto e, siccome era da un po' che quella rabbiosa non faceva la sua comparsa, avevo smesso di aver paura quando mi si avvicinava, ma quella volta fu diverso. Non aveva l'espressione furiosa, ma era troppo calmo e forse così era ancora più spaventoso di quando era arrabbiato.
- Sei calmo, sento il tuo cuore che batte normalmente. Quando eri spaventato era più divertente lo ammetto, ma è anche un po' colpa mia.- con la mano libera mi toccò il viso, sentii il suo indice che tracciava degli strani segni contorni sulla mia guancia. Dal viso scese verso la spalla, poi il braccio e infine mi strinse la mano. Come un burattino rimasi immobile mentre portava la mano accanto alla sua bocca e sentii che la mordeva con forza. Non lo faceva mai, mi aveva detto una volta che le mie mani erano speciali, ma ora la stava ferendo e senza il minimo cenno di dispiacere. - Avevo ragione, sei cambiato.- Affondò di poco i denti, giusto per far uscire del sangue che gli colorò le labbra di magenta e le fece quasi brillare. Era ovvio che fossi cambiato, chi non lo sarebbe dopo quello che mi aveva costretto a sopportare, dopo avermi mangiato vivo e rinchiuso in casa sua. Non ero uscito di senno, o forse si e non lo sapevo, ma era ovvio che non fossi la stessa persona che lavorava fino a poco tempo prima in quel piccolo ristorante e cercava di andare avanti come meglio poteva.
Il sangue prese a colarmi giù per il polso, era appiccicoso e fastidioso, inoltre qualche goccia cadde sporcando il sedile e creando una macchiolina più scura che non sarebbe mai più andata via. La mano mi pulsava frenetica e la sentii ribollire, ma non provavo molto dolore, come era gia successo altre volte, quello sarebbe arrivato dopo quando la sua malia sulla mia piccola mente sarebbe infine svanita. - Quando prederai ciò che mi serve lo farai con questa mano, la ferita per ora non guarirà, credimi ne avrai bisogno. Ora ingegnati un po' e cerca di farmi contento.-
Mi lasciò andare e tamponai la ferita con la camicia come meglio potevo, ora faceva male, un dolore fortissimo che mi fece formicolare tutto il braccio. Lui riprese la strada come se nulla fosse, non parlò più e neanche io dissi una parola, non ne avevo voglia e non avrei saputo che rispondere. Dovevo farlo, non c'era altra soluzione.

Era sera ormai, Aiden mi aveva chiuso in una stanza di un hotel molto accogliente, non erano cinque stelle, ma non era male soprattutto per uno che gli hotel li aveva usati solo durante le gite scolastiche e quelli non si potevano chiamare propriamente hotel. Ci si ritrovava in cinque in una stanza per al massimo due persone, con di solito un letto matrimoniale e tre brandine cigolanti dove devi litigarti un posto che sembra il più pulito possibile e il meno infestato dai pidocchi e poi tornavi a casa sempre con qualche strana irritazione rossastra e purulenta sulla pelle.
Almeno il letto non dovevo dividerlo e sembrava anche pulito quindi mi ci buttai sopra e cercai di non pensare a nulla. Avevo fasciato la mano alla bene e meglio con delle garze nell'armadietto del bagno, ma per qualche ragione il sangue continuava ad uscire ogni volta che facevo un movimento, che fosse anche stringere la maniglia della porta. Sotto la doccia calda il risultato fu anche peggio perché il calore mi fece sanguinare copiosamente e non sapendo che fare rimasi con la mano fuori dalla cabina come quando si ha il gesso e non lo si può far bagnare.
Senza sapere bene che fare, presi il telefono della camera e feci un numero. Ero stato preso dalla nostalgia e pensai che avrei potuto, anche per qualche secondo, sentire la sua voce. Ricordavo il numero a memoria e dopo aver ascoltato la voce registrata che cordialmente mi diceva che la chiamata sarebbe stata addebitata sul conto, cosa che mi importava poco visto che non avrei pagato io, rimasi in attesa. Dopo due squilli una voce stanca e un po' rauca mi rispose e io ci misi un po' per riuscire a trovare qualche parola.
- Papà.-
- Oddio sei tu, ma che fine hai fatto?- lo sentii dal tono della sua voce che era preoccupato, ansimò un po' e tirò su con il naso, mi si chiuse lo stomaco. - Cristiano, ma dove diavolo sei?-
- Sto bene papà, ho trovato un lavoro in un altra città, posso suonare finalmente e mi sono lasciato trasportare dall'emozione.-
- Si, ma diamine una chiamata potevi anche farla. Il cellulare lo hai mangiato? Perché non hai mai risposto neanche alla tua amica?-
- L'ho perso e per ora devo risparmiare un po'. Ne compro uno nuovo appena posso.-
- Te lo compro io, dimmi dove sei.- Mi si riempirono gli occhi di lacrime e lo stomaco iniziò a farmi male, strinsi la cornetta del ricevitore come se fosse un'ancora di salvezza e provai con tutto me stesso a non fargli capire il mio stato d'animo.
- Posso farcela da solo, non posso sempre contare su di te altrimenti perché sarei andato via di casa. Stai bene?-
- Si, ho un po' la pressione alta, ma credo sia stata colpa tua e della tua fuga assurda.- rimase in silenzio qualche secondo, poi lo sentii sospirare. - Non devi dimostrarmi niente, torna a casa se vuoi.-
- Ti prometto che appena riesco a ritagliarmi qualche giorno vengo a trovarti.-
- L'uomo per cui lavori è una persona affidabile? Non è che ti metti in qualche casino.- Non riuscii a rispondere, deglutii come se mi fossi appena mangiato un sasso e sforzai il mio cervello a mentirgli ancora una volta, ma non riuscii a dire niente perché il telefono mi venne strappato via con forza e Aiden continuò il discorso per me.
- Piacere di conoscerla, vorrei personalmente rassicurarla che va tutto bene, da quello che ho capito sembra che Chris non si sia spiegato bene.- iniziò a muoversi intrecciando il dito con il filo del telefono, sviolinò bugie su bugie, su come ci eravamo conosciuti, sul fittizio lavoro, sul dove vivessi. Ogni tanto si fermava, forse perché mio padre gli faceva qualche domanda e lui rispondeva gentilmente che andava tutto bene. - Appena avrà terminato il primo semestre lo farò tornare da lei. Vorrei però che prima si dedicasse a migliorare le sue abilità. La saluto.- Riappese e lo sguardo che mi lanciò fu indecifrabile. Riuscii solo a dire che mi mancava e che non avevo detto niente, e lui rimase in silenzio. Girò un po' per la stanza e si avvicinò alla finestra tirando le tende, quel gesto mi fece capire che era arrabbiato. - Cos'è vuoi farmi arrabbiare per non dover recuperare ciò che ti ho chiesto, o sei semplicemente stupido o peggio.-
- Ero solo preoccupato per lui, ma credo che sia difficile per te capire una cosa tanto semplice. Mi hai tenuto chiuso per quanto? Giorni? Mesi? Non sono mica scappato, ho solo telefonato a mio padre.- Mi arrivò un pugno così forte che finii dalla parte opposta della stanza e sputai bile. Dire che mi avesse fatto male era poco, sentivo le ossa che si sbriciolavano e il sangue che andava dove non doveva.
- Pensavo che mi sarebbe bastato chiedere stavolta, non come quando mi hai costretto ad uccidere quella ragazza, ma a quanto pare se non muore nessuno non fai nulla.-
- Io ti ho costretto? Lo psicopatico qua sei tu, non nascondere le tue stronzate dando la colpa a me.- Mi saltò addosso prendendomi per un braccio e lo torse così forte che la spalla mi si spezzò, o almeno la sensazione fu quella. Non riuscii però a gridare nonostante il dolore fosse insopportabile, ma mi si annebbiò la vista e forse sarei svenuto, ma visto che il sangue non arrivava più al cervello dissi una cosa che lo lasciò di stucco. - Ammazzami e non recupererai mai il pugnale.-
- Oh adesso sei tu che minacci. Se non lo fai tu troverò qualcun altro.-
- Bugiardo, ti servo io. Non ho capito ancora perché, ma se fosse stato diversamente avresti una schiera di persone pronte a fare quello che vuoi, di certo non ti mancano i soldi per pagarle.- mi si riempì la bocca di sangue e non riuscii più a parlare, sputai per terra, ma non risolsi molto. - continui a ferirmi, a sfogarti su di me, ma alla fine mi guarisci e mi tieni bloccato qui. Una prigione, per quanto bella rimane una prigione, anche quello che combini alla mia mente è una prigione.-
- Credi che mi diverta? Credi che possa sopportare tutto questo ancora per molto?-
- Dimmi che ti serve, infondo ti sto comunque aiutando.- Con la mano libera mi prese per il collo, il braccio mi ricadde mollemente su un fianco e non riuscii più a sentirlo. - Fai quello di cui ho bisogno stasera e forse ti dirò qualcosa in più.- Non gli credetti affatto, mi aveva spiegato le regole e non era così che funzionavano le sue confessioni. Dovevo fare molto di più che rubare quell'arma, dovevo fare in modo che mi parlasse.
Svenni e quando riaprii gli occhi mi sentii solo un po' triturato, ma avevo tutte le ossa a posto. L'unica cosa che non mi aveva guarito era la mano, ma non me ne importò nulla. Sul comodino trovai le chiavi dell'auto, peccato che ero completamente stato privato del mio senso dell'orientamento e non sapevo che farmene di una macchina di lusso che non potevo usare. Decisi di farmi una doccia e di mettere in sensto le idee. L'acqua bollente mi diede un senso di pace che non provavo da troppo tempo, rimasi a cuocermi per un po' troppo tanto che la mia schiena era diventata così sensibile che provai un brivido quando mi infilai la maglietta. Mi vestii completamente di nero, solo che non sembravo un sexy malavitoso, ma solo uno sbarbatello e per giunta mingherlino. I capelli mi si erano allungati, di solito li portavo ordinati in una zazzera della lunghezza di cinque centimetri, che in realtà era l'unica lunghezza regolabile della mia macchinetta elettrica. Ora invece erano lunghi e stavano iniziando a prendere una brutta piega da un lato, me li tirai un po' indietro con la mano sfruttando il fatto che erano ancora umidi e li lasciai così.
Non ero ancora riuscito a mettere ordine in quello che dovevo fare e soprattutto a come farlo, ma mi infilai le chiavi in tasca e uscii dalla stanza. Alla reception fui bloccato dalla voce di una ragazza, mi voltai e lei mi sorrise cordialmente. All'arrivo eravamo stati accolti da un uomo allampanato e stizzito, che ci aveva ricevuti più come seccature che come clienti, cosa di cui quell'albergo aveva proprio bisogno, visto che non avevo incrociato nessuno fino a quel momento. Al contrario la ragazza mi chiese di avvicinarmi e mi salutò di nuovo.
- L'autista la sta aspettando alla macchina.-
- L'autista?- lo ripetei stupefatto, ma lei non ci fece caso e in quel momento l'unica cosa che mi venne in mente era che dovevo aspettarmi che Aiden non mi avrebbe mai fatto guidare la sua macchina. Me lo immaginavo ferino che mi guardava deridendomi e umiliandomi di nuovo, solo perchè avevo pensato ad una sciocchezza simile.
- Ho fatto esattamente come il signor Telal mi aveva detto. L'autista la porterà al suo appuntamento e rimarrà ad aspettarla per riportarla qui. Non deve preoccuparsi di nulla.- Anche se mi seccava, la ringraziai educatamente e uscii.
L'aria della sera era fresca e io ne avevo disperatamente bisogno quindi inspirai così forte che mi si gonfiarono i polmoni. La macchina non passava inosservata e neanche l'uomo che vi sedeva praticamente sopra. Sulla quarantina, vestito come un ventenne e non li portava neanche male, la barba ispida, gli occhi scuri e segnati da quelle piccole rughe d'espressione che gli donavano un aspetto severo. Fumava una sigaretta elettrica il cui odore era esattamente uguale a quelle del normale tabacco, mi salutò con un cenno della testa e allungò la mano, ovviamente per chiedere le chiavi e non certo come cordiale gesto di saluto.
- Mi è stato chiesto di portarti nella zona industriale e aspettare. Non farò che quello per cui sono stato pagato.-
- Non mi sembra di averle chiesto niente.- Non ero neanche entrato in macchina che gia l'idea di farmi portare in giro da quello sconosciuto mi infastidiva.
- Che ci vai a fare in quel posto a quest'ora?-
- Devo solo incontrare una persona.- Ero certo di non dover dire molto, soprattutto perchè dalla conversazione avevo intuito che quell'uomo, di cui ancora non sapevo il nome, non era al corrente di nulla. Chissà se Aiden lo aveva pescato nel gruppo dei più diffidenti o irritanti, non ero ancora riuscito a catalogarlo per bene. Ad ogni modo dovevo ammettere che guidava bene e non come Aiden, che era stato capace di farmi arrivare l'intestino in bocca, già ad un paio di metri da casa.
La mia casa. Ormai non fingevo neanche più con me stesso. Consideravo casa di Aiden come mia, perché sapevo che non mi avrebbe lasciato andare facilmente e poi, più ci ragionavo e più mi sentivo un debole, quindi preferivo non pensarci affatto. Che lo volessi o meno quella era casa mia e avevo iniziato a credere che se mi fossi comportato esattamente come lui voleva, avrei potuto in qualche modo continuare ad avere una vita abbastanza dignitosa.



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