Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 7

7. La lama della disgrazia 

Ovviamente era tutto chiuso. Girai un paio di volte in tondo per poi tornare al cancello principale senza ottenere nulla. L'autista mi aveva lasciato abbastanza distante per permettergli di non vedere qualsiasi cosa io avessi intenzione di fare. Mi aveva liquidato con una semplice: io non voglio immischiarmi. Beh, non lo volevo neanche io, ma non avevo molte opzioni.
L'inferriata d'ingresso era alta, ma serviva a far entrare i vari mezzi, quindi pensai che avrebbe dovuto pur esserci un cancello ad altezza di essere umano. Feci qualche altro passo e poi il cervello prese a funzionare.
Che cosa me ne facevo di un cancello più basso visto che sarebbe stato comunque chiuso? Dovevo scavalcarlo e già sapevo che mi sarei fatto male, non ero propriamente uno scalatore provetto. La struttura non mi dava molti appigli, per lo più erano sbarre verticali e parallele, a cui non riuscivo ad aggrapparmi, quindi mi avvicinai ad un albero che poggiava floscio proprio sulla barricata, come se fosse un bastone della vecchiaia e quell'albero era vecchio e anche marcio. Vi poggiai la mano e la corteggia prese a sgretolarsi, mi ritrovai una manciata di scaglie in mano e capii che non era un buon segno. Feci presa con entrambe le mani e provai a tirarmi su abbastanza da riuscire ad afferrare il ramo più basso. Sentii il legno secco nel palmo, ma sembrò abbastanza resistente così mi tirai su. Ero già affaticato ed ero solo a pochi centimetri da terra, che l'idea di dover salire ancora mi fece girare la testa. Andai avanti stando attento a scegliere il giusto appiglio per non ritrovarmi con il sedere per terra e strisciando, come un lombrico, sul ramo penzolante sopra l'inferriata arrivai a toccare il metallo. Solo allora mi resi conto di una cosa ovvia.
Ero si in cima, ma dall'altra parte non avevo appigli a cui reggermi per scendere e davanti a me si prospettò una brutta e ridicola caduta. Poggiandomi sulla sommità dell'inferriata, che per fortuna era abbastanza larga da permettermi di muovermi strisciando, mi aggrappai ad una delle barre verticali e provai a lasciarmi scivolare come un ragno sulla tela, ma meno elegante, verso il terreno.
A metà corsa avevo le mani in fiamme e anche altro, ma dovetti resistere quel tanto da permettermi di lanciarmi e non farmi male. Atterrai sulle ginocchia e non fu delicato, il colpo mi risuonò fino al collo e rimasi qualche secondo stordito. Mi rialzai claudicante, ma riuscii a riprendermi dopo qualche passo.
Il successivo ostacolo mi si frappose non appena riuscii ad arrivare al magazzino e la domanda sovvenne spontanea: come vi sarei entrato? Di certo non potevo bussare e dire cosa dovevo fare, quindi feci il giro nella speranza che mi venisse qualche idea.
Il magazzino era enorme, anche più di quello che mi era sembrato e ci misi qualche minuto a trovare l'entrata secondaria, una piccola porta in lamiera con un lucchetto enorme appeso, ma aperto. Iniziai ad avvicinarmi, quando la mia attenzione fu catturata da alcune voci all'interno, quindi guardandomi intorno, il più velocemente possibile, mi nascosi dietro ad un cespuglio puzzolente e spinoso.
Per qualche secondo ebbi il brivido di trovarmi in un videogioco, pronto a fare qualche attacco a sorpresa, ma di frecce al mio arco ne avevo ben poche e rimasi in silenzio, bloccando anche il respiro, ad osservare la scena.
Ad uscire dalla porta furono Samuel e Rita, lo strano omino confabulava tra se qualcosa e Rita avanzava alzando gli occhi al cielo decisamente frustrata.
- Ho capito.- la ragazza lo ripeté gettandosi una mano sul viso e sbuffando. - Devi ripeterlo ancora? I bestioni saranno qui a momenti, cosa vuoi che succeda?- I bestioni. Quella parola mi si piantò in testa come un chiodo in una trave. In pratica fino all'arrivo di questi famigerati bestioni, che sperai fossero uomini della vigilanza e non qualche strana creatura pelosa, nel magazzino avrei trovato solo lei. Rimasi ad osservare Rita che scacciava via Samuel con un ampio gesto delle braccia e rideva sorniona, mentre lui se ne andava via curvo e anche visibilmente irritato. La ragazza rimase fissa sulla figura dell'uomo finché non lo vide sparire e poi tirò fuori un pacchetto di sigarette da una delle tasche dei jeans. Si allontanò passandomi di fianco, ma non mi vide, accese la sigaretta con uno sbuffo di fumo bianco e si appoggiò contro la parete del magazzino.
- Samuel è mezzo cieco, ma io ci vedo anche troppo bene.- Lo disse rivolta a me e mi mancò il respiro, ma ormai ero stato scoperto e uscii dal misero nascondiglio che in quell'occasione non aveva adempiuto adeguatamente ai suoi doveri. - Come ladro fai schifo, sei passato proprio davanti alla finestra.- La cosa assurda era che io non me ne ero neanche accorto. Rita sorrise continuando a creare delle strane forme con il fumo e mi guardò di sbieco.
- Non sono un ladro.- mi uscì di getto, ma non poteva sembrare più stupida come frase in quelle circostanze.
- Certo, dicono tutti così. Allora per caso ti sei perso tornando a casa?-
- Più o meno.- Rise tirandosi indietro i capelli e buttando a terra il mozzicone di sigaretta rimasto. Lo pestò con il piede e tornò a farmi sentire un idiota.
- Vediamo se indovino. Sei qui perché c'è una cosa che quell'uomo vuole, ma che evidentemente non può comprare. Samuel era molto seccato quando ve ne siete andati, non ha voluto dirmi nulla, ma intuirlo non è difficile.-
- No, è una cosa che voglio io non lui.- mentii senza neanche pensarci troppo su, eppure Rita mi sembrava troppo sveglia per caderci così.
- Facciamo così. Io ti permetto di entrare, ma il passaggio ti costerà molto caro.-
- Hai sbagliato persona a cui chiedere soldi.- feci per andarmene, ormai la mia crociata era finita, forse neanche iniziata, ed ora che lei mi aveva scoperto non vedevo alcuna soluzione. Eppure l'idea di tornare in hotel e dover comunicare ad Aiden il mio fallimento mi congelò sul posto. Non potevo arrendermi, la sua reazione sarebbe stata spropositata e avrebbe anche potuto prendersela di nuovo con Teresa o peggio, mio padre. La prima volta ero stato fortunato, Aiden aveva mantenuto la parola, ma ero riuscito a prendere la spilla, stavolta forse non sarebbe stato così magnanimo.
- Potrei fermarti, farti perdere tempo finché non arriveranno quelli della sicurezza e allora non avrai molte opzioni. Loro ti pesteranno a morte, perché vengono pagati per questo, ma io posso dire loro di non farti troppo male. - Quando non si hanno vie di scampo, la mente inizia a viaggiare per i fatti suoi. Sudavo copiosamente e battevo i denti come se stessi morendo congelato, ma il mio corpo si mosse da solo. Avanzai giusto di qualche passo, sentii Rita muoversi dietro di me, forse mi seguiva o voleva fermarmi, non lo sapevo e non mi importava, continuava anche a parlare, ma io avevo gia smesso da tempo di ascoltarla. Appoggiate alla parte del magazzino c'erano delle travi di legno, quando ci ero passato davanti poco prima le avevo quasi fatte cadere, ora invece le avevo a portata di mano e fu proprio quella ad agire. Ne afferrai una e mi voltai così veloce che mi mancò il respiro, la trave non era leggera e mi sbilanciai. Vidi solo Rita spalancare gli occhi incredula per la sorpresa, ma fu lesta e si abbassò appena in tempo per non prenderla totalmente in viso. Lo spigolo della trave sbattè contro la sua tempia, lei gridò dal dolore e cadde sulla schiena reggendosi la ferita. Mi sentii un verme, forse anche peggio, ma non ebbi molto tempo per tormentarmi. La ferita della ragazza sanguinava copiosamente, non sapevo se fosse grame o meno, ma non la aiutai. Digrignando i denti la presi sotto le ascelle e la trascinai dentro il magazzino, chiudendo la porta dietro di me.
- Bastardo. Sei un figlio di... oddio che male!- lo gridò, mentre la spostavo contro la parete e prendevo uno straccio lurido che penzolava da un tubo del muro. Lo premetti contro la ferita e lei provò a mordermi il braccio. Non mi ritrassi e lasciai che i suoi denti scavassero nella mia pelle. La manica della camicia attutì il colpo, ma me lo meritavo tutto. - Ti ammazzo, giuro che ti faccio fuori.-
Dovevo immobilizzarla in qualche modo e mi sfilai la cintura dei pantaloni, bloccandole le mani alla bene e meglio, Rita si muoveva come una serpe inferocita e questo peggiorò le sue condizioni, finché non la sentii afflosciarsi tra le mie mani. Perse i sensi e la adagiai sul pavimento, presi poi a srotolare la benda che avevo alla mano e con quella bloccai come meglio potei il panno, ormai completamente imbevuto di sangue, sulla sua fronte. Rovistando nelle tasche di lei, presi il mazzo di chiavi e corsi verso la stanza delle aste.
Ci misi un po' a trovare quella giusta, ma la infilai a forza nella serratura aprii e mi chiusi dentro. Solo allora riuscii a respirare di nuovo. Che avevo fatto?
Il terrore che la furia di Aiden si abbattesse sui miei cari mi aveva costretto a ferire una persona, non era lui il mostro, ma io. Alla prima difficoltà ero ricorso alla violenza, solo che io non potevo rimediare ai miei errori come faceva Aiden. Perché mi ero comportato in quel modo? Avrei potuto giustificarmi in mille modi, ma nessuno avrebbe messo a tacere la mia coscienza.
Mi portai la mano alla bocca, proprio quella ferita e bloccai quel grido che avevo tanta voglia di lascia uscire. Mi sforzai così tanto che mi gonfiarono gli occhi e la mano riprese a sanguinare, eppure dovevo muovermi e in fretta. Con la mano gocciolante, mi avvicinai alla teca del pugnale e lo osservai bene, forse se avessi rotto il vetro sarebbe scattato l'allarme, ma non mi importò. Chiusi i pugni e li sbattei forte sul vetro che andò in frantumi e le schegge si infilarono nella carne, ma me lo meritavo, in qualche modo dovevo punirmi. Lo afferrai con la mano che Aiden mi aveva leso, il sangue macchiò il velluto su cui era adagiato e si insidiò tra le fessure del manico, facendogli cambiare aspetto. Poi successe qualcosa. Rimasi immobile reggendo ben stretto il pugnale e una sensazione sgradevole si aggrappò alla bocca del mio stomaco, mi voltai di scatto e sussultai.
Rita era in piedi davanti a me, la testa le pendeva in modo strano da una parte, come se il collo fosse molle, rotto. Il sangue le sgorgava a fiotti dalla ferita e sotto di lei ce n'era talmente tanto che mi chiesi come fosse possibile che si reggesse ancora in piedi. Indietreggiai, ma la teca mi bloccò sul posto.
- Il cagnolino dell'uomo nero ha imparato come si gioca.- le parole mi raggiunsero le orecchie, ma Rita non aveva aperto bocca e quella di certo non era la sua voce. Era bassa e roca, spettrale e fredda, così tanto che mi si intorpidirono le mani, il che mi fece smettere addirittura di provare dolore. - Guarda che ti ha costretto a fare, tu così buono e sincero e ora sei lurido, insanguinato e colpevole.-
- Non avevo scelta.- risposi, ma mi tremò la gola e la frase sembrò più un lamento che una difesa.
- C'è sempre una scelta. Avresti potuto andare via, affrontare l'uomo nero, invece hai scelto di farle del male.- Caddi sulle ginocchia, portandomi le braccia contro le orecchie per bloccare quella voce terribile che mi diceva la verità. Sentii la lama del pugnale sfiorarmi i capelli, non lo avevo ancora abbandonato.
- Aiden mi avrebbe fatto del male, avrebbe fatto del male a chiunque pur di avere questa cosa.- Ne ero convinto, ma non bastava a sollevarmi dalla mia colpa.
 - Aiden... Julian... Elias... Velimir... Dario...- scandì i nomi, come se volesse che li ricordassi bene e lo feci, si impressero a fuoco nella mia mente, come un marchio. - L'uomo nero ha tanti volti, tanti nomi, tanti servi. Tu sei uno di questi.-
- Lo so bene, ma non posso fare altrimenti.-
- Invece puoi, da a me il pugnale.- Rita allungò la mano verso di me, era floscia, come se le fossero state rimosse le ossa, mi si rivoltò lo stomaco al pensiero che qualsiasi cosa la stesse usando, era successo per colpa mia. - Dallo a me e io ti dirò ogni cosa.-
Fu impulsivo, quasi incontrollabile. Provai ad allungare la mano verso Rita, la mano con il pugnale, ma poi lo sentii come tremare e lo guardai. L'arma era bagnata del mio sangue, così sporca da sembrare totalmente rossa e vibrava così tanto che iniziò a formicolarmi tutto il braccio. Fu una sensazione strana e disorientante, ebbi proprio l'impressione che si stesse nutrendo del mio sangue e se non avessi avuto la mano così macchiata, avrei sicuramente trovato la pelle secca e pallida. Non potevo darlo a lei, chiunque fosse, anzi non volevo proprio separarmene.
- Posso liberarti da lui, posso darti la forza di resistere ai suoi giochi, di combatterlo ad armi pari.-
- Ma chi diavolo sei?- Non rispose, rise e basta, ma il braccio di Rita continuò a muoversi verso di me e io ero sempre più terrorizzato. D'istinto alzai il pugnale verso di lei, verso quell'involucro vuoto che non era più Rita, ma qualcosa di oscuro e invadente, che mi era entrato nella testa con la stessa facilità con cui si entra in casa propria. I miei sensi si oscurarono, fu come se mi fossero stati strappati via, mi sentivo intorpidito e stordito, qualsiasi cosa stessi per fare, ero certo di non essere in grado ne di capirla ne di fermarla. L'unica cosa che mi rimaneva era la paura, il terrore per qualcosa che non capivo e non potevo spiegare e mi venne spontaneo.
La violenza nasce spontanea quando non hai vie d'uscita, quando non hai alternative e anche se non avrei mai pensato di esserne capace, mi avventai su quell'essere con tutta la forza che avevo nelle gambe, ci finii sopra bruscamente e la lama si conficcò nella carne floscia, come se fosse burro. Sentii il rumore della pelle che si lacerava e del sangue che usciva, poi la colpii di nuovo e non fui più in grado di fermarmi. Non smisi finché finalmente non scese di nuovo il silenzio. Rimasi imbambolato a cavalcioni su quello che non era più neanche un corpo, irriconoscibile e sformato a causa della mia furia incontrollata, respiravo a fatica e ogni parte di me era un dolore, infine tutto divenne buio e mi spensi come una fiamma in un bicchiere.

Quando provai ad aprire gli occhi mi si ferirono le palpebre. Erano fredde, quasi congelate, come del resto lo era il resto del mio corpo. Mi mossi appena e percepii uno strano scricchiolio sotto di me, come di qualcosa di morbido che veniva compresso. Avevo il viso immerso in un freddo candido, anzi tutto intorno a me era bianco come la neve e ci misi un po' a capire che era proprio così. Mi rialzai cercando di capire dove fossi, davanti a me si apriva una strada ampia liberata alla bene e meglio dalla neve, un cavallo nitrì sbuffando aria calda che si condensò in una nuvola bianca. Le case erano concentrate tutte nello stesso punto e poco distante notai una costruzione quadrata, la cui piccola torre terminava con una campana e una croce. Concentrandomi sull'ambiente mi sovvennero alla mente delle parole che non conoscevo, ma non riuscii a ragionarci molto che una donna corpulenta e imbacuccata mi sfrecciò di fianco gridando qualcosa.
Parlava una lingua diversa dalla mia, ma riuscii a capire alcune parole e quando la sentii pronunciare bojárin qualcosa dentro di me scattò. Cercai un riparo, qualsiasi cosa che potesse mettermi al sicuro, mi sarei infilato anche sotto il cavallo se fosse servito allo scopo, ma ero disorientato e molto scosso e rimasi semplicemente immobile, finché una mano forte e sicura non mi prese e mi trascinò dentro una delle abitazioni.
Il tepore dell'abitazione riuscì a sciogliermi un po' i muscoli, mi ritrovai in una stanza piccola e spoglia con un tavolo al centro e un piccolo focolare. L'uomo che mi aveva salvato era completamente avvolto in una pelliccia scura che gli nascondeva il viso, provai a ringraziarlo, ma ero sicuro che non avrebbe capito la mia lingua. Si girò verso di me e mi fece segno di accomodarmi su uno sgabello accanto al fuoco, lo feci e lo guardai mentre si liberava della pelliccia e la sistemava sullo schienale di una sedia rivolta verso il fuoco.
- Non sei di queste parti vero?- Rimasi stupito sentendolo parlare la mia lingua, poi però mi resi conto che non era così. Io lo capivo anche se in realtà non avrei potuto, quindi cercai di rispondere muovendo la testa in segno negativo. - Ormai quelli fanno come vogliono, se trovano qualcuno per le strade quando passano ti fanno fuori o peggio. Se non li conosci di certo vieni da molto lontano.- Nonostante il suo modo di parlare mi risultasse brusco e un po' grezzo, nonostante mi fossi ormai reso conto che capivo una lingua che non conoscevo, la sua voce era familiare e quando finalmente riuscii a vederlo in viso tutto divenne chiaro. Il suo nome mi arrivò alle labbra, ma si bloccò quando mi porse la mano e si presentò. - Velimir. Andranno via presto se siamo fortunati, poi potrai andartene tranquillo se vuoi.- Balbettai una risposta, balbettai il mio nome come se non lo sapessi e lui sorrise, perché alle sue orecchie doveva essere un nome strano. Succedeva di nuovo, per la seconda volta stavo vivendo un ricordo di Aiden, una sua vita passata, ma stavolta lui mi vedeva e io ero anche riuscito a toccarlo. - Per fortuna siamo distanti da Mosca e ne arrivano di rado.- Mi porse qualcosa di caldo in un bicchiere di legno e aprì una piccola scansia in una angolo tirando fuori del pane e del formaggio che mi porse gentilmente. - Non è molto, ma posso dividerlo.-
Era gentile, forse troppo. Non riuscivo in alcun modo ad associarlo ad Aiden, ma anche Julian, nella mia visione mi era sembrato molto diverso dall'uomo che conoscevo io, quindi provai a capire meglio. Accettai il pasto e rimanemmo un po' a parlare davanti al fuoco. Velimir mi spiegò la situazione, nonostante per lui fosse strano che io non ne sapessi niente, mi raccontò cosa stava succedendo.
- Dopo che Ivan IV ha fatto fuori il capofamiglia Šujskij si è circondato di gentaglia che non fa che aggredire persone per strada, pensa che li hanno visti addirittura torturare dei cani e gettarli dalle torri del castello. Lui ha assistito alla morte del suo nemico senza battere ciglio, come se fosse una cosa normale. Ha solo quattordici anni e presto salirà al trono molto presto, ma è solo un bambino e non so, ho una brutta sensazione.-
- Come sai queste cose? -
- Tutti le sanno.-
- No intendevo, come sai che non ha minimamente reagito alla morte di quell'uomo?- Velimir abbassò il capo e si guardò le mani, sedeva davanti al fuoco e la fiamma gli aveva colorato il viso di un rosso accesso. Per quanto i suoi lineamenti fossero più duri rispetto a Aiden, forse per il fatto che era più vecchio, non potevo non riconoscerne le somiglianze, come socchiudeva gli occhi o come si massaggiava le mani.
- Ero li quando è successo. Ho ucciso io quell'uomo.- Non ne ero meravigliato, al contrario me lo aspettavo, ma il mio non battere ciglio alla sua ammissione lo stupì. Lo guardai per qualche secondo e il fatto che non mi riconoscesse, che non avesse la minima idea di chi io fossi, mi dava fastidio, ma forse avrei potuto approfittarne in qualche modo.
- Tutti siamo costretti a fare delle cose di cui non andiamo fieri.- io per primo, soprattutto dopo quello che avevo fatto a Rita. - si fanno delle scelte e io non sono nessuno per giudicare le tue.-
- Per la famiglia si fa questo e altro.- quella frase mi colpì, ma non come il viso assonnato che spuntò dalla porta proprio davanti a me. Una piccola creatura dai lunghi capelli scuri e il viso chiaro, si stropicciava gli occhi ancora carichi di sonno e sbadigliò copiosamente.
- Padre.- lo disse sbadigliando e io rimasi a bocca aperta. Padre. Quella piccola creatura che si raggomitolò tra le braccia di Velimir non appena questi la prese era sua figlia. Lui, gentilmente, le spostò i capelli dal viso e le diede un piccolo bacio sulla guancia.
Si sussurrarono qualche parola, ma non riuscii a capire nulla neanche se avessero parlato in italiano, tanto la sorpresa mi aveva completamente annebbiato la mente. Come era possibile una cosa del genere? Come potevo vedere Aiden sotto la veste di un padre, dopo quello che gli avevo visto fare.
Mi morsi il labbro inferiore così forte che iniziò a pulsare, iniziò a mancarmi l'aria nei polmoni e mi fiondai fuori dall'abitazione come se fossi stato morso da un serpente. Mi appoggiai ad una trave ghiacciata e mi piegai in avanti stringendomi il collo con l'altra mano, mi bruciava la gola e iniziai a piangere. Mi sentii come se la realtà a cui mi stavo così faticosamente abituando si fosse disintegrata in un secondo, ero riuscito ad accettare la vita di Julian, il fatto che avesse tradito William e sapevo che ad Aiden quel fatto bruciava ancora, ma ora mi ritrovai a pensare al destino di quella bambina e di Velimir e il cuore mi faceva così male da volermelo strappare dal petto. Volevo svegliarmi da quell'incubo, volevo andarmene il prima possibile, mi resi conto di non voler sapere.
- Hai paura?- mi voltai di scatto e lei era li. Indossava una camicia da notte bianca ed era scalza. I capelli le ricadevano in avanti nascondendole gli occhi e i piedi stavano iniziando ad arrossarsi per il freddo. Provai a dire qualcosa, volevo farla rientrare in casa per evitare di farle prendere freddo, ma lei mi sorrise e li mi resi conto di non aver capito nulla. - Anche lui ha paura.-
- Sei ancora tu? Stai continuando a...-
- Ha chiamato sua figlia Kyra, non lo trovi strano. In qualche modo anche se ancora non sa nulla di me sa che qualcosa di cattivo, qualcosa di oscuro gli è comunque vicino. Vuoi sapere cosa mi farà?-
- Esci dalla mia testa!- lo gridai, ma non servì a nulla. Lei rise beffarda e io mi ritrovai immobile, quando dietro di lei comparve Aiden o Velimir, con un pugnale in mano. Era lo stesso che avevo rubato nel magazzino, lo stesso che avevo visto nelle mani di Julian. Rita aveva detto che le sembrava qualcosa che i demoni avrebbero utilizzato e forse era proprio così. Senza alzare gli occhi Velimir strinse forse l'elsa e poi con precisione perforò la schiena della bambina, la vidi sussultare e osservai il pigiama che lentamente si bagnava di rosso. In quel momento il viso della piccola si contorse in una smorfia di dolore e stupore, come se non riuscisse a capire cosa stesse accadendo, poi però guardò me e sorrise.
- Il male divora il cuore, la lama trafigge la carne. Ha guardato sua figlia morire, nella speranza di poter esaudire, quell'ultimo atto della sua prima esistenza, di cui per sempre ne sentirà l'assenza.-

Mi ritrovai senza fiato e con le braccia gelide, ma non era più la neve ad intorpidirmi, ma il freddo che avevo nel cuore. Mi ritrovai in un letto, ma di qualsiasi comodità io potessi godere, non sarebbe mai riuscita a mandar via quel dolore che mi affliggeva il petto. Lui era li, come sempre quando mi svegliavo, seduto al mio fianco, che provava a dar sollievo ai miei spasmi e non era ne sadico ne cattivo e mi diede fastidio. Se mi fossi svegliato e lo avessi visto con la sua solita espressione fiera e ferina sarebbe stato facile gettargli addosso quel malore che sentivo, quel buco che si era creato nella mia anima, ma lui era triste, esattamente come lo ero io per ciò che avevo fatto e per ciò che avevo visto. Mi schermai il viso con le braccia, incrociandole sopra gli occhi e piansi come un bambino, perché ne avevo bisogno e perché così, nessuno dei due fu in grado di dire nulla. Smisi solo quando iniziai a sentirmi male. Lui non si era mosso dalla sua posizione, mi guardava in attesa che dicessi qualcosa, qualsiasi cosa sarebbe andata bene, ma non ci riuscii.
Che dovevo fare? Dirgli che era un mostro? Lo sapeva già.
Urlargli contro che aveva ucciso sua figlia? Lo sapeva già e per quanto fossi stato curioso in passato, ora non mi importava. Non volevo sapere cosa era accaduto, non volevo conoscere tutta la storia di Velimir perché sapevo già di odiarla con tutto me stesso ed ero pienamente cosciente di non poter più giudicare, infondo io ero diventato esattamente come lui.
- Ho ucciso Rita.- lo dissi e quel groppo in gola non scese ne sparì, non potevo mandarlo via con una confessione così semplice, dovevo pagare il mio errore, ma ero certo che Aiden non mi avrebbe mai permesso di costituirmi.
- Ho pensato a tutto io.-
- L'hai guarita?- mi alzai di scatto e mi resi conto di aver anche sorriso. Fu come una liberazione, fu come se il mio errore fosse sparito, mi sentii, per un attimo, ancora vivo.
- Mi dispiace, ma non posso farlo.- Spalancai gli occhi tanto che iniziarono a farmi male le palpebre. Non mi stava prendendo in giro, anzi avrei anche giurato che ne fosse dispiaciuto. Per un secondo distolse lo sguardo da me, non riusciva a guardarmi negli occhi. - Se l'avessi ferita io avrei potuto curarla, ma non posso agire per modificare le azioni di qualcun altro.-
- Mi prendi in giro vero? Ti ho visto fare delle cose assurde, mi hai riportato indietro che non c'era più niente di me e ora mi dici che non puoi fare nulla perché ho ferito io Rita. La colpa è solo tua.- Lo dissi senza curarmi delle conseguenze, sapevo che dare la colpa ad Aiden non avrebbe assolutamente messo a posto le cose, ma non ero lucido e se mi avesse attaccato, avrei in parte espiato il mio errore.
- Ho fatto in modo che non sia riconducibile a te.-
- Oh è così che riesci ad andare avanti quindi?- persi la testa, smisi di ragionare e lasciai che tutto uscisse senza freni e senza paura. Qualsiasi cosa mi sarebbe accaduta, me la meritavo. - Allora è questo il segreto? Fai del male alle persone che ti vogliono bene, le tradisci e le uccidi, come con William o come con Kyra.- lo vidi chiaramente, spalancò gli occhi e divennero cattivi, intrisi di un sentimento che non riuscivo neanche a catalogare. - Hai ucciso tua figlia, poi è bastato cancellare il peccato per andare avanti, magari Kyra non è stata neanche la prima.- si alzò dal letto, strinse i pugni, ma non me ne importò nulla. - Deve essere comodo, semplice ed efficace. Immagino che tu riesca persino a dormire senza rimpianti.- Continuai a sputare sentenze e giudizi, volevo sfogarmi e non mi sarei fermato neanche se mi avesse colpito, eppure con lo sguardo tornavo regolarmente alle sue mani chiuse a pugno finché non le vidi rilassarsi e allora mi zittii.
Aiden aveva lo sguardo basso e gli occhi nascosti dietro ai capelli, non avrei saputo decifrare la sua espressione, ma rimasi di sasso quando si tolse la giacca. Scese un silenzio spettrale, riuscii solo a percepire il lieve frusciare della sua camicia quando iniziò a sbottonarla. L'indumento cadde a terra volteggiando un paio di volte, lo vidi con la coda dell'occhio, ma tutta la mia attenzione ora era rivolta a lui. Non lo avevo mai visto senza vestiti e mi ero convinto che fosse perfetto, che dietro agli strati di tessuto firmato ci fosse una pelle eccezionale, scolpita nei punti giusti, senza imperfezioni. Eppure ciò che vedevano i miei occhi increduli era tutto il contrario. La pelle di Aiden era così chiara che riuscivo a vederne le vene scure e, ovunque spostassi la mia attenzione, era segnata da profonde e orribili cicatrici. Un taglio enorme gli squarciava il ventre, una ferita circolare e bruciata ai bordi gli segnava il petto affiancata da una cicatrice così scura e slabbrata da sembrare ancora una ferita aperta. Era come se in quel punto, più e più volte, quel taglio fosse stato riaperto. Anche i polsi e il collo erano marcati, ovunque mi spostassi c'era una ferita, un livido o una cicatrice scura.
Fece un passo in avanti e si appoggiò al letto con il ginocchio destro sporgendosi verso di me e, come attratto da una forza invisibile, alzai la mano e lo toccai. Sfiorai con le dita il solco nel collo, non lo avevo mai notato, poi scesi al foro sul petto ed ebbi un brivido. Cosa mi stava mostrando? Lo capii solo quando alzai lo sguardo verso i suoi occhi e li vidi chiusi, serrati a forza, come se non volesse guardare, come se si vergognasse di ciò che io stavo vedendo.
- Non si deve mai amarmi.- lo disse a denti stretti e sottovoce, tanto che faticai a capirlo. - Provare qualcosa per me significa dolore e io non posso più sopportarlo. Ho dato via ogni cosa per ottenere in cambio solo questo.- Si toccò il petto, poggiando la sua mano sulla mia, era così fredda e priva di vita che mi gelò le dita. - La morte è pietosa, perché da essa non c'è ritorno, mentre per colui che è uscito dalle più profonde camere della notte, consapevole e stravolto, non c'è più pace.-
Non aggiunse altro e lasciò la stanza, non servivano parole, non servivano spiegazioni. Ognuna di quelle cicatrici segnava un pezzo della sua vita, ognuna di quelle ferite indicava tutte le volte che Aiden si era tolto la vita.


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