Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 8

8. La porta 

Eravamo tornati a casa da qualche giorno. Aiden aveva ottenuto il pugnale, anche se io non lo avevo più visto dal mio risveglio in hotel. Avevo pensato molto a ciò che lui mi aveva rivelato, ma soprattutto non ero riuscito a superare ciò che era successo con Rita, ne tanto meno a perdonarmi, eppure di una cosa ero sicuro al cento per cento. Per quanto i rimorsi fossero enormi, per quanto di notte continuassi a vedere il viso di quella povera ragazza, capitata in un gioco di cui non ne conosceva neanche l'esistenza e da cui non poteva proteggersi, non avrei gettato via la mia vita e non era solo perché io di vita ne avevo una sola, ma perché ero determinato ad espiare le mie colpe. Forse il mio era solo un disperato tentativo di portare avanti qualcosa che non riuscivo a gestire ne a controllare, ma ormai ero totalmente catturato da questo mistero con cui condividevo quell'enorme appartamento.
Aiden aveva smesso di essere guardingo nei miei confronti e, come promesso, mi aveva lasciato le chiavi, ma non uscivo spesso. Il problema principale era che il mio senso dell'orientamento era andato a farsi friggere, riuscivo a tornare a casa senza problemi, ma non ero in grado di ricordare la posizione di un negozio o di un parco in particolare, quindi vagavo in tondo intorno all'edificio e alla fine la cosa era diventata snervante. Stare in casa poi non era più pericoloso come prima, Aiden era calmo e tranquillo, suonavo per lui sul nuovo piano, potevo utilizzare senza problemi il computer e ogni tanto mi concedeva di fare qualche telefonata, quindi la cosa era diventata più sopportabile e mi ero abituato. Mentre il giorno trascorreva tranquillo, la notte però era totalmente diversa.

Ad Aiden avevo mentito più di una volta dicendogli che da quel giorno non avevo più visto nulla del suo passato, ne avevo contatti con quella che lui chiamava semplicemente lei, ma non era vero. Era cambiato qualcosa dentro di me, ero diventato più sensibile a ciò che avevo intorno. Ogni volta che sfioravo qualcosa, anche solo per sbaglio, ero trafitto da un flash, come se venissi fulminato. Non erano nitidi come i precedenti, spesso erano solo piccoli frammenti, in cui a malapena riconoscevo Aiden, ma erano frequenti e fastidiosi. Nella stanza da pranzo, con l'enorme tavolo che non usavamo mai in quanto Aiden mangiava di rado e io la maggior parte delle volte lo facevo in cucina, ero sempre stato attirato da una strana maschera tribale in bronzo appesa alla parete. Aveva una forma un po' strana, la fronte e la bocca erano fasciati da una placca decorata in oro, con motivi floreali, il naso aquilino separava due occhi allungati il cui foro centrale, simboleggiante le pupille, era di forma ottagonale e contornata di piccole gemme minuscole e bianche. Non era bella, almeno non per me, mi metteva i brividi e non avevo sbagliato di molto, perché quando l'avevo toccata attirato da un piccolo ragno che vi vagava sopra, ero stato assalito dalla visione di un uomo nell'oscurità di cui distinguevo gli occhi chiari dietro quella stessa maschera. Preso alla sprovvista mi ero allontanato subito, ma in seguito provai a toccarla di nuovo senza successo, ed era accaduta la stessa cosa quando mi ero seduto su una delle panchine del balcone e mi era apparso Aiden, vestito con una tunica scura che parlava con una ragazza.
Mi ero reso conto che ogni oggetto in casa era una parte delle sue vite precedenti, solo che non tutte avevano la stessa importanza. Avevo notato che alcuni oggetti, soprattutto quelli che custodiva più attentamente, quelli nelle cristalliere del salone o nel suo studio personale, erano più importanti e lui non li toccava mai, ma non permetteva neanche a me di avvicinarli e quindi mi limitavo a provare con ogni cosa riuscissi ad avere a portata di mano.
A volte però i flashback erano dolorosi e durante la notte continuavano a darmi fastidio, ripetendosi in modo infinito e non permettendomi di dormire bene, così mi alzavo e per un po' vagavo nel buio fino ad arrivare nel salone, mi sedevo su uno dei divani a fissare l'enorme vetrata che dava sulla città. Non mi mancava la vita normale, non era mai stata interessante per me, sempre attento a non spendere troppo e a guadagnare il più possibile.
Eppure, ora che non potevo averla in nessun modo, neanche dopo aver avuto le chiavi di quella prigione, era qualcosa in cui continuavo a sperare. Mi chiedevo costantemente quale fosse il senso di tutto quello che mi era successo, di quello che avevo fatto e non trovavo risposta se non un desiderio dentro di me di non abbandonarla a metà, non quando ero così vicino a capire realmente in cosa mi ero cacciato.
Quando ero solo e al buio, proprio come in quel momento, rimettevo insieme i piccoli pezzi del puzzle che stavo componendo, cercando di farli incastrare tra loro. Aiden era il mistero che volevo svelare, il perché non era più così importante. Le uniche vite di cui sapevo qualcosa di certo erano quelle del 1886 come Julian e quella di Velimir che avevo ricollocato all'incirca al 1544, in quanto lui stesso mi aveva accennato ad un fatto accaduto con Ivan IV e non mi era stato difficile trovare qualche informazione. Ora, anche sapendo le date, tra loro non vi era alcun collegamento, Julian era un ragazzo nato nei bassifondi inglesi dell'epoca vittoriana, mentre Velimir era un uomo adulto che addirittura si era costruito una famiglia e aveva avuto una figlia, Kyra. Anche sul nome di lei avevo fatto alcune ricerche, ovviamente mentre lui non mi teneva sotto osservazione. A parte i riferimenti con una serie animata giapponese, che ovviamente non era pertinente, il nome mi aveva condotto su un sito un po' particolare. Avevo aperto la pagine che il motore di ricerca mi aveva trovato ed ero entrato in una home gotica e piena di simboli strani, ma anche li le informazioni erano parche e trovai solo che Kyra era il nome di un demone, ma nulla di più. Ad ogni modo, neanche quello mi aiutava a capirci qualcosa ed era proprio questo mio annaspare nell'ignoto che mi dava la spinta a sperare in una visione più particolareggiata.

Quella sera faceva freddo, mi strinsi nella giacca della tuta che avevo indossato prima di uscire dalla camera e mi resi conto che la temperatura era troppo bassa per essere normale. Riuscivo a vedere il mio respiro condensarsi in un fumo bianco e decisi di avvicinarmi al termostato per regolarla. I comandi erano dall'altra parte della stanza, verso l'ala dell'appartamento in cui non andavo mai, ovvero quella che portava allo studio di Aiden e al bagno per gli ospiti, in quanto io usavo sempre e solo quello nella mia stanza e lo studio era sempre chiuso a chiave. Poi mi tornò in mente che da quella parte c'era altro e che, fino ad ora, ero stato ben attento a non avvicinarmici troppo. Era stato proprio in quella direzione che avevo visto uscire Aiden dalla stanza nascosta, la prima volta che mi aveva aggredito.
Non avevo dimenticato quel particolare, quella porta che non riuscivo a trovare, ma non avevo avuto più molto tempo per dedicarmi a quella ricerca e sinceramente ne ero ancora troppo spaventato per andare oltre. Mi avvicinai al termostato, il riscaldamento era spento e spostai la manopola verso una temperatura più adeguata aspettando che si accendesse il piccolo led verde, mi appoggiai alla parete e aspettai che si scaldasse un po', quando uno spiffero d'aria fredda mi colpi alla nuca e mi fece scattare in avanti. Mi guardai intorno come un gatto arruffato poi, ritrovato un respiro normale, mi avvicinai al muro e con la mano cercai da dove provenisse quell'aria fredda.
La parete era rivestita di pannelli in legno, dietro vi era cemento e la mia mente mi diceva che non potevano esserci spifferi del genere a meno che non ci fosse una crepa nel muro e questo sicuramente non era possibile. Non ero esperto di case, ma di crepe nei muri me ne intendevo parecchio visto che il piccolo monolocale in cui vivevo ne sfoggiava di evidenti in ogni parete. Passai le dita sulle fughe tra un pannello e l'altro e non sentii nulla finché non mi ritirai con le lacrime agli occhi, reggendomi un dito insanguinato. Preso dalla ricerca non mi ero accorto di essermi tagliato e quando finalmente il dolore raggiunse il mio cervello mi resi conto di aver sporcato la parete. Neanche mi fossi lacerato un'arteria, il sangue prese ad uscire a fiotti dal taglio sul polpastrello e dovetti infilarmelo in bocca e rimanere disgustato da me stesso, ma almeno smisi di imbrattare con il sangue il pavimento e i miei vestiti.
Le macchie di sangue sul muro sembravano punti neri e viscidi e fui costretto ad accendere le luci della sala per poter rimediare al disastro, ma quando lo feci rimasi completamente immobile a fissare la mia opera e mi venne da ridere. Quello che avevo davanti non era normale, neanche se mi fossi impegnato per ore con un pennello e della vernice rossa sarei stato in grado di fare quella cosa. Il mio sangue disegnava, quasi come se avesse una sua volontà, un piccolo cappio rivolto verso l'alto, un nodo, ma non riuscivo a dargli un senso. Non mi era sembrato di muovermi abbastanza con il dito ferito per poterlo disegnare, era troppo perfetto e senza sbavature per essere un errore. Mi avvicinai e lo toccai, sfiorai con le dita i contorni del nodo, si avvolgeva sulla linea principale per due volte, finché non mi sembrò che il pannello stesse tremando e mi ritrassi di nuovo. Rimasi immobile ad osservare il sangue che si ritirava, come se la parete stessa lo stesse assorbendo, lo stesse mangiando, finché non ne rimase neanche la più piccola traccia e poi la porta si aprì. Avevo davanti un piccolo antro buio da cui proveniva la stessa aria gelida che mi aveva colpito il collo poco prima, ma non mi mossi.

Mi guardai le spalle, ero certo che Aiden sarebbe comparso e mi avrebbe fermato, se non punito per ciò che era successo, ma lui non c'era. Eppure sapevo che non dormiva, non lo faceva quasi mai se non suonavo per lui almeno per un po', quindi era impossibile che non mi avesse sentito.
Era la seconda volta che la vedevo, ma non avevo mai percorso le scale fino alla fine. La prima volta era stato Aiden a bloccarmi, per cui ora era troppo strano che non si fosse palesato. Avevo visto troppi film horror per non sapere che oltrepassare quella porta oscura mi avrebbe portato solo guai, di solito commentavo i protagonisti per film e li prendevo in giro per la loro stupidità, infondo chi sano di mente si infilerebbe in un cunicolo buio e ignoto, eppure era proprio quello che ora avevo intenzione di fare. La prima volta ero stato attirato dalla voce e dai molti nomi che pronunciava, ora invece c'era solo silenzio, deglutii rumorosamente, mi strinsi nella felpa e andai avanti. Il cemento era freddo e umido, ebbi la sensazione di non trovarmi più dentro il palazzo, ma in un luogo totalmente diverso, come una caverna.
Avanzai a tentoni, non vedevo ad un palmo dal naso e le ciabatte scivolavano pericolosamente in avanti. Mi reggevo con la mano sulla parete alla mia destra, mi ero dimenticato del dito ferito e forse non era proprio igienico trascinarlo su una superficie sporca, ma non avevo tempo per concentrarmi su una cosa così insignificante e proseguii.
Scesi molto gradini, ebbi l'impressione di star scendendo una specie di scala a chiocciola, in quanto continuavano a curvare verso destra, ma forse i miei sensi non erano poi così attendibili in quell'oscurità. Poi inciampai, su cosa non lo capii, ma finii con la faccia sul pavimento e sbattei la fronte su qualcosa di duro e sottile, come una sbarra. Mi ero decisamente fatto male e imprecai disperatamente, provando a far smettere alla testa di pulsarmi in quel modo. Mi aggrappai alla sbarra su cui avevo sbattuti e mi rimisi in piedi a fatica. Provai a mettere a fuoco la stanza in cui ero finito, avevo colpito una sbarra che era parte di una cella vera e propria, una prigione di cui non vedevo che l'inizio, ma c'era altro.
Alla mia destra un piccolo sentiero era illuminato da una luce alla parete, una vecchia lampada che a fatica illuminava la stanza, mi spostai verso la luce e notai un piccolo armadio vecchio e malridotto e una brandina, la prima idea che mi sovvenne fu che la brandina fosse per chiunque stesse a guardia della prigione, ma non c'erano segni della presenza di una persona, benché fosse davvero difficile appurarlo con certezza vista la scarsa visibilità. Il cuore mi batteva così forte che facevo fatica a respirare, cosa che non mi dispiacque poi molto visto il cattivo odore che aleggiava in quel posto, mi avvicinai all'armadio e lo toccai così come feci con la brandina, ma a parte un senso disperato di solitudine non accadde nulla. Provai a concentrare lo sguardo oltre le sbarre della prigione, ma non riuscii a mettere nulla a fuoco, come se una bolla di oscurità inghiottisse ogni cosa. Non c'erano porte per entrare nella cella, solo sbarre e mi chiesi come fosse possibile entrarvi senza una via d'accesso, ma infondo non sapevo fin dove arrivasse quella stanza, quindi non potevo essere certo che non ci fosse davvero un'entrata da qualche altra parte. Non avevo la possibilità di illuminare l'interno della prigione, mi concentrai sull'armadio e lo aprii, le ante scricchiolarono pericolosamente e dovetti sorreggerne con forza una per evitare che si scardinasse. Era un semplice armadio, vi erano appesi dei vecchi abiti molto rovinati e puzzolenti, li spostai con delicatezza, ero certo che se li avessi toccati con forza si sarebbero sgretolati tra le mie mani. Erano vestiti di altri tempi, ma la prima che mi saltò all'occhio fu una divisa da militare forse nera, sulla cui manica notai il simbolo della svastica. Non avevo avuto alcun flash sulle vite di Aiden del periodo della guerra, ma questo non significava che non fosse vissuto in quegli anni, ma conoscendo la sua indole e avendo studiato le cose orribili di quegli occhi, fui felice di non essermi addentrato in quella vita. Dietro la divisa c'era un piccolo abito femminile, una sottoveste bianca e corta e la riconobbi subito. Era della figlia di Velimir, Kyra, esattamente come lo avevo visto nella mia visione e mi si strinse il cuore. Decisi di non toccarlo, non volevo rischiare di vedere ancora una volta il viso di quella bambina contorto dal dolore e sfiorai l'abito successivo, una casacca in pelle dal forte odore di selvatico e dei pantaloni, che sembravano dover arrivare all'incirca al ginocchio, sempre dello stesso materiali. Erano logori e sporchi, provai a toccare il tessuto per capire di cosa fosse fatto e in quel momento, aumentato dal dolore per la botta in testa di qualche minuto prima, il mio cervello fu attraversato da un'immagine dolorosa di un ragazzo, vestito con quegli stessi ed identici abiti che correva su delle grandi scogli neri bagnati da un mare azzurro e limpido.
Era la prima volta che vedevo una scena simile, in pochi secondi mi ero ritrovato in un paradiso, un luogo così bello da togliermi il fiato, ma il ragazzo che avevo visto non era felice. Mentre correva la sua espressione era di rabbia, furia primordiale, e io quell'espressione l'avevo già vista, quindi incuriosito provai di nuovo a tornare in quel posto e sbirciare nuovamente in una delle vite precedenti di Aiden. Era buio quando tornai in quel paradiso terrestre. Un piccolo agglomerato di capanne tondeggianti, costruite con pietre squadrate e coperte di legno, circondava un fuoco vivace e brillante. Il villaggio era nascosto tra la rigogliosa vegetazione di due grandi montagne, immerso nel silenzio della notte. C'era calma, troppa forse, gli unici rumori erano quelli della notte, degli animali che vagavano nella vegetazione e del vento. Il fuoco crepitava dolcemente, ben protetto e circoscritto nel suo incavo. Alcuni massi intorno al focolare fungevano da sedute, ma c'era qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato che stonava in quel paesaggio. Poi un grido ruppe il silenzio e una figura nel buio della notte fuggì da una delle capanne reggendo in mano qualcosa ben nascosto dietro un panno in pelle. Subito dietro un altra persona si precipitò fuori lanciandosi all'inseguimento della prima, passarono accanto al fuoco e il bagliore delle fiamme illuminò i loro visi, erano ragazzi, un maschio e una femmina e si rincorrevano con il sorriso sulle labbra. Quella che a primo impatto era sembrata una scena infausta, si era trasformata in un gioco e alla fine la ragazza riuscì a prendere la sua preda buttandola a terra e bloccandola con il suo peso. Respiravano affaticati, ma ridevano come bambini e lui alla fine lasciò andare il bottino che si rivelò essere semplice frutta.
- La devi smettere di rubare Elias. Gli anziani prima o poi ti puniranno.-
- Riesco a sopravvivere a te che ti arrabbi, posso sopravvivere a qualche bastonata da parte di un vecchio.- Rise vedendo le guance della ragazza diventare rosse e calde come il fuoco che li accompagnava. Elias si fece serio e la guardò fisso con i suoi occhi scuri, poi alzò la mano e le accarezzò il viso dolcemente. La giovane si accoccolò il quel gesto così delicato e accolse il bacio che seguì chiudendo gli occhi. Si staccarono in fretta quando delle voci iniziarono a farsi sentire dal profondo della vegetazioni, erano ancora lontani, ma Elias si alzò di scatto e guardandosi intorno aiutò la ragazza a mettersi in piedi e sparì velocemente.
La ragazza si ricompose, tirandosi giu la gonna in pelle che si era sollevata troppo sopra il ginocchio e provò a riprendere un normale colore del viso. Raccolse la frutta che si era sparsa sul terreno e si sedette accanto al fuoco, buttandovi dentro un ceppo sottile che sfrigolò. Un gruppo di uomini uscì dalla vegetazione in direzione del fuoco, erano vestiti di pelle e con il corpo segnato dalla vernice, pesantemente armati e ognuno di loro reggeva un sacco sulle spalle. Erano in cinque e uno di loro chiamò a gran voce la ragazza che scattò in piedi.
- Madalena! Madalena abbiamo del lavoro per te!- I sacchi vennero buttati sul terreno e la ragazza si avvicinò esaminando il bottino. C'erano uccelli e altri piccoli animali, ne prese uno tirandolo per le zampe, era ancora caldo, forse morto da poco, e iniziò a spennarlo.
Gli uomini si sedettero sulle pietre accanto al fuoco iniziando a parlottare tra loro e ridendo e servendosi della frutta che Madalena aveva sistemato per bene sul tessuto che poco prima Elias aveva tentato di rubare. Fu quando iniziarono tutti a bere copiosamente che qualcosa di strano attirò l'attenzione di Madalena. La ragazza aveva quasi terminato con il primo uccello, che uno degli uomini cadde a terra, lei lo guardò stupita, ma quando gli altri iniziarono a ridere, credette che il povero cacciatore fosse caduto a causa del sonno e della stanchezza, ma poco dopo anche un altro fece la sua stessa fine e poi un altro ancora. Madalena si alzò di scatto e corse verso uno di loro, ciondolava pericolosamente e lei dovette sorreggerlo con tutta la forza che aveva.
- Padre che succede? State male?- Dalla voce trasparì preoccupazione e ansia. L'uomo barbuto e robusto non riuscì a rispondere e si accasciò in avanti trascinando la ragazza con se, che sbatté dolorosamente le ginocchia sul terreno. Madalena provò a scuoterlo e a chiamarlo, ma non accadde nulla Dapprima le sembrò soltanto che stesse dormendo, ma quando iniziarono tutti, come all'unisono, a muoversi convulsamente e a sbavare, iniziò a spaventarsi e gridò. Non riuscì a fare niente, suo padre sputò sangue e così, impotente, gridò aiuto e pronunciò il nome di Elias con tutto il fiato che aveva nei polmoni, era sola e spaventata e non sapeva assolutamente cosa stesse accadendo. Elias comparve subito dopo, non doveva essersi allontanato molto e rimase immobile a fissare la scena.
- Elias, portami del sangue di drago, è nella mia capanna, presto o non potrò salvarli!-
- Non credo tu possa.-
- Ti prego sta morendo!- Non si mosse. Elias rimase a guardare la ragazza in lacrime e gli uomini che si contorcevano dal dolore, finché non smisero di muoversi del tutto. Madalena chiamò più volte il padre, lo scosse, ma non ci fu nulla da fare. - Padre...- singhiozzò e pianse, gridò, ma nulla smosse Elias.
- Dov'è?-
- Dov'è cosa? Perchè non fai nulla?- Madalena era sconvolta e non solo per ciò che era accaduto, ma anche perché il ragazzo che amava, che desiderava con tutto il cuore, ora le sembrava un'altra persona.
- L'uovo, dov'è?- Madalena spalancò gli occhi, come se tutto un tratto avesse capito ogni cosa. Era stata cieca, completamente persa in quell'amore che l'aveva catturata dal primo istante, ma ora tutto era tornato alla normalità, ora lo vedeva davvero.
- Guayota, ora ho capito perché ti chiamano così.- Si asciugò le lacrime con il braccio, arrossandosi ancora gli occhi, ma non abbassò lo sguardo. Ora era la rabbia a guidare le sue parole, anche se in realtà temeva quello che in poco tempo era diventato un mostro e non più il suo amante.
- Credi ciò che vuoi. Se mi porterai l'uovo ti ridarò tuo padre.-
- L'uovo è nell'Echeyde, dovresti sapere dov'è.- lo sfidò, era arrabbiata, esausta e distrutta, ma non cedette.
- Allora vorrà dire che dovrai scendere all'inferno e portarmelo.-
- Per quella stupida cosa tu hai fatto questo? Pensavo che tu fossi... pensavo che...- non riuscì a trattenere le lacrime, singhiozzò di nuovo provando inutilmente a finire la frase, che risultò frammentata, esattamente come il suo cuore adesso.
- Che ti amassi? Bhe forse Elias ti ama, ma io no. Non potrò mai amare una donna che porta lo stesso nome di quella maledetta strega. Non lo ha notato che mai, neanche una volta, ti ho chiamata per nome.- Come avrebbe potuto, presa dall'amore e dai suoi sentimenti.
Si alzò in piedi, appoggiando delicatamente suo padre sul terreno, le facevano male le ginocchia, infatti erano rosse e sbucciate, ma non vi diede troppo peso. Tirò indietro i capelli scuri e lo guardò dritto in faccia, nella speranza forse di trovare dietro quegli occhi spaventosi, quelli di Elias.
- Non te lo dirò.-
- Davvero? Posso ridarti tuo padre, un piccolo oggetto in cambio di una vita.-
- L'uovo è il cuore del male. Questo mi ha sempre detto mio padre. Tu sei il male e io non posso darti il tuo cuore.-
- Quello che c'è nell'uovo non è il mio cuore, il mio è proprio qui.- Elias si portò la mano al petto e con le unghie si segnò la carne che divenne subito rossa. - Certo, non credo che sia più un cuore forte e rosso, che batte come il tuo, ma è qui. Se lo colpisco, posso morire anche io.- Solo in quel preciso istante, quando Elias abbassò il braccio, Madalena le vide. Aveva sempre guardato il corpo di Elias, non indossava che il piccolo gilet in pelle, quindi era sempre stata attratta dai muscoli ben definiti e dal loro colore ambra, ma ora le sembrarono completamente diversi. La pelle era chiara, quasi trasparente e ovunque spostasse lo sguardo, c'erano lesioni e ferite, cicatrici vecchie e profonde. - Una volta te ne eri quasi accorta, ricordi? Avevamo appena fatto l'amore e tu mi toccavi esattamente qui, sul cuore, e nonostante non le vedessi, mi dicesti che c'era qualcosa di strano, ma in quei giorni non ero ancora me, ero ancora Elias. La colpa è stata tua, sei tu che con quella domanda mi hai fatto tornare ad essere me.- Madalena si portò una mano alla bocca, come se avesse ricordato quel preciso istante e qualcosa scattò dentro di lei.
- Sei tornato ad essere Guayota per colpa mia?-
- Essere o non essere, questo è il dilemma. Voglio solo l'uovo il resto non ha importanza.-
- Ne ha per me.- Temeraria avanzò verso di lui e rimase li, a pochi centimetri da quello steso viso che l'aveva baciata poco prima, ma che ora la terrorizzava. - Non posso darti l'uovo, sai bene che non lo farò.-
Senza dire una parola Elias scattò in avanti, la prese per i polsi e la buttò a terra. Madalena sbatté la testa sul terreno, sparpagliando i capelli come un tappeto sotto di se, ma rimase immobile quando lui si mise a cavalcioni su di lei, bloccandola con la forza di una sola mano.
- Posso farti del male...- lo disse mentre con le labbra prese a lambirle il polso, i denti poi solcarono la pelle e il sangue sporcò le labbra di Elias rendendole luminose. - Posso tormentarti, distruggerti e ricrearti ogni volta finché non cederai.- Madalena digrignò i denti, il dolore le si dipinse in viso, ma non disse nulla. Continuò a fissarlo, anche se gli occhi le si erano riempiti di lacrime. - Non è la morte che mi porterà ciò di cui ho bisogno, ma il dolore. Quello ti distrugge, fa si che tutte le tue convinzioni, tutta la tua forza, svaniscano in pochi secondi. Ti farò del male, ancora e ancora, ne farò a te e al resto della tua famiglia. Mi costringerai a distruggere questo posto, a bruciare ogni cosa e alla fine tu cederai e io avrò vinto.- Quando Elias iniziò a strapparle lembi di pelle con le labbra, Madalena cedette e gridò, provò a contorcersi e a svicolare via, ma non riuscì a muoversi che pochissimi millimetri. - Ricordi la leggenda del Guayota?- Lo chiese all'improvviso e Madalena si bloccò di colpo. Era ricoperta di sangue, del suo sangue, e stava iniziando a sentirsi così debole da non riuscire a tenere gli occhi aperti. - Dimmela avanti.-
- Guayota...- singhiozzò e le parole le si bloccarono in gola dolorose. - Guayota rapì il dio Magec il nostro dio della luce e lo portò con sé all'interno del vulcano Teide.-
- Brava, poi cosa accadde?- Elias la ferì di nuovo e Madalena gridò. Chiuse gli occhi e forse sperò di non riuscire più a riaprirli, ma resistette e provò di nuovo a parlare.
- Achamán, il dio Supremo, riuscì a sottrarre Magec a Guayota e lo rinchiuse all'interno della montagna.-
- Vedi è questo l'errore, credere di poter sigillare il male, credere di poterlo confinare. Non si può arginare, non si può fermare. Con il tempo riesce persino a corrodere la roccia, così come distrugge il corpo di chi la ospita. Puoi essere libera da tutto questo, puoi riavere ogni cosa, devi solo accontentarmi.-
- Io...- ormai al limite, quella parola uscì fuori dalle labbra pallide della ragazza come un sussurrò, Elias dovette piegarsi in avanti e avvicinarci a lei per riuscire a capire cosa stesse cercando di dire. - Io ti amo.-
Tremò e fu evidente, ogni muscolo del suo corpo vibrò e si tese, nonostante tutto ne rimase colpito. Poi però quel fremito sparì, le iridi che per qualche secondo si erano addolcite, tornarono fredde e ferine.
- Anche io, per questo è così facile farti del male.-
Mi risvegliai in preda al dolore, ogni parte del mio corpo fremeva come tutte le volte che Aiden se la prendeva con me, come se in quella visione ci fossi stato davvero io. Madalena era un nome che non avevo mai sentito, ma aveva chiamato Aiden, o Elias, Guayota e quello era lo stesso nome pronunciato da Samuel e ora avevo capito perché.
Mi sedetti sulla branda che cigolò sotto il mio peso e provai a pulirmi la fronte dal sudore freddo che mi stava colando sul viso.
Poi fissai lo sguardo verso la prigione che avevo davanti e finalmente la vidi.



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