Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 10

Alert: da questo capitolo inizia la storia dei fratelli Dario e Amina, verranno toccate delle tematiche forti (non scenderò mai troppo nei particolari con le descrizioni), ma potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno, non dirò di più per non dare troppi spoiler a chi è ancora interessato alla lettura, ma capirò chi non condividerà la mia scelta.

10. Occhi blu 

Il giovane Dario sembrava fosse solito girovagare intorno al castello al mattino presto, quando i banchetti erano giunti al termine e le urla messe a tacere. Odiava quel posto dal profondo del suo cuore e, ancora circondato dall’oscurità e dalla mantella nera, volgeva i suoi occhi blu verso le mura preziose e perfette.
Era diventato un uomo, la barba e i lineamenti più duri rispetto a prima lo rendevano credibile agli occhi della sua piccola cerchia di ladruncoli. Non veniva più chiamato marmocchio, non veniva deriso o preso come capro espiatorio. I compagni lo lodavano per la refurtiva e lui riusciva ora a tenerne più per se e pagare meno la banda. Quello ormai era il suo lavoro e gli piaceva. Sgattaiolare dentro le case dei nobili troppo ubriachi per accorgersene e portare via tutto quello che entrava nel sacco sulla schiena, prendersi quelle belle dame piene di gonne e fronzoli dopo averle guardate di soppiatto da una delle enormi tende nella stanza. Essere libero e senza costrizioni era ciò che desiderava di più al mondo. Era nato povero, con una madre libertina e un padre ubriacone, aveva almeno una decina di fratelli conosciuti e forse anche di più che non aveva mai visto e lui, aveva scelto quella vita.
Si era intrufolato spesso nel castello, appena le feste erano scemate e le grida surclassate dal russare degli uomini ancora chiusi nelle gambe delle prostitute, lui entrava. Girovagando come un fantasma, senza fare rumore o movimenti inutili, passava tra i lunghi corridoi bui e le stanze patronali, poi trovava quello stupido e ben in vista passaggio segreto che portava nei sotterranei e nelle prigioni di tortura. Era così evidente che lo aveva scovato già la prima volta, pensando inizialmente che fosse una trappola. Vi era entrato sospetto, spostando un grande arazzo blu e oro che raffigurava un dragone enorme e con le fauci spalancate, portando davanti a se la piccola daga rubata ad un soldato ubriaco.
Percorse le scale rimanendo attaccato al muro, i sensi all’erta e il cuore quasi fermo, neanche quello doveva fare rumore. Poi arrivarono le prigioni.
Ormai vi era abituato, doveva passare tra le celle umide e insozzate di urina e feci senza farsi notare dai prigionieri altrimenti avrebbero gridato, ma la prima volta ebbe un conato quando arrivò. L’odore era insopportabile e le condizioni dei prigionieri indescrivibili, aveva già visto il sangue e i cadaveri, ma quello era anche peggio. Passate le prigioni si trovava una stanza circolare con un grosso pozzo nel mezzo, anche li era meglio non guardare il fondo, perché c’era, ma era fatto di pezzi di cadaveri di donne mutilate.
Doveva attraversare le stanza senza vomitare e questo era più semplice rispetto a prima, perché bastava non guardarci dentro. Infine doveva entrare in un lungo corridoio e scegliere, alla diramazione, la via di destra per arrivare alla sala del tesoro. Sbagliò solo la prima volta e si assicurò di non farlo mai più. Quella che cercava era solo la più piccola sala, sapeva che i tesori più grandi erano custoditi in altre stanze, ma a lui importava poco. Poteva entrare e uscire quando voleva, prendere solo quello di cui aveva bisogno e nessuno se ne accorgeva. Fare l’avido lo avrebbe portato alla morte, di questo era certo. Aprì un paio di bauli senza lucchetto, da cui prese delle monete e una paio di pietre preziose verdi e rosse. Infondo alla sala, nascosto dietro a una decina di armature vecchie c’era un altro grande tesoro, quello che lui avrebbe tanto voluto prendere. Su un vecchio piedistallo in marmo e vetro, vi era depositata una scatola in legno lavorato grande quando una mano. Dario l’aveva vista già la prima volta, ma non si era mai permesso di prenderlo, sarebbe stato troppo evidente, però ogni volta che scendeva nella sala voleva guardarlo. Aprì la scatola e la lucentezza dell’oro lo colpì agli occhi, era una spilla decisamente femminile tempestata di diamanti disposti sul cerchio verticale e più grande di tutto l’ornamento. Intorno altri quattro piccoli cerchi, chi più grandi e chi più piccoli in oro giallo e bianco attaccati ad una spilla da cui scendeva una pioggia di pietre preziose colorate.
Era meravigliosa, un ornamento che lui non aveva mai visto, neanche la figlia del signore del castello portava addosso tanto splendore. Se avesse avuto il coraggio di prenderla e nasconderla nel mantello, sarebbe poi scappato come un fulmine, l’avrebbe venduta nella città vicina e sarebbe stato bene per tutta la vita, ma la cosa che voleva di più era regalarla alla persona più importante della sua vita. Richiuse la scatola prima di cedere alla tentazione. Si rese conto di essersi trattenuto troppo e quella notte aveva voglia di fare un altro giro per il castello. Infilò nella borsa qualche altro gingillo preso qua e la e non troppo vistoso e fece per andarsene.
Ripercorse la strada veloce come un fulmine, risalì le scale e invece di tornare sui suoi passi, continuò imboccando un corridoio più stresso e ancora più buio. Si appoggiò alla parete di sinistra e contò le porte che superava. Era assurdo come non ci fosse neanche una guardia, un bene per lui certo, ma una vera imprudenza per i nobili. In effetti le guardie c’erano, ma o dormivano o erano ubriache e tra le gambe di qualche donna, oppure se ne infischiavano altamente di quello che succedeva in quel luogo. Dopo la settima porta finalmente si fermò, si mise dritto e sistemandosi i capelli per rendere ben visibili i suoi grandi occhi chiari, entrò nella stanza senza problemi.
Era quella di una donna, facile da notare per tutti i fronzoli e le tende ricamate che riempivano l’anticamera. Da li si aprivano tre stanze, una era il bagno con la tinozza e i catini, l’altra il guardaroba e infine la camera da letto. Prese subito quella e scoprì una stanza buia e con aria viziata. Un grande letto a baldacchino in cui ci avrebbero dormito comodi tutti i suoi fratelli, ospitava una donna sola, nascosta tra le coperte di lana. Dario si tolse subito gli stivali e si slacciò la cintura delle brache, poggiò lentamente la mantella e lo zaino su una sedia, stando ben attento a non far tintinnare la refurtiva e si tirò sul letto. Scoprì il viso della ragazza spostandole i capelli scuri e lunghi e la baciò sulla guancia.
- Mia diletta, spero tu stia sognando me.- La ragazza si mosse appena e aprì pigra gli occhi sorridendo. Non fu sorpresa, sapeva che sarebbe arrivato e lo aspettava. Si scoprì da sola mostrando il corpo nudo e caldo grazie al calore delle coperte. - Oh Maddalena, siete fantastica.-
- Siete in ritardo, Occhi Blu. Sono una donna sposata, mio marito potrebbe uccidervi.-
- Vostro marito russa beato tra le cosce di un’altra donna.- sussurrò lui portandosi sopra di lei e baciandole il viso dolcemente.
- Lo sapete, è un uomo vizioso e poco attento alle bellezze che possiede.-
- Neanche la moglie è ciò che si definisce pura e casta.- la donna gemette sotto le carezze del giovane e allargò le gambe di sua iniziativa stringendo il bacino di lui e portandolo a forza dove lei voleva. - Il fuoco vi scorre dentro, non vedo l’ora di bruciarmi.-
La donna sorrise e alzandosi abbassò le brache di lui mostrando quello che evidentemente suo marito non era più in grado di darle. Si unirono con forza, girandosi tra le lenzuola come due serpenti pronti a mordersi. La donna gemeva senza pudore e più di una volta lui fu costretto a chiuderle la bocca con la sua lingua per evitare che facesse troppo rumore.
Quando si sentì soddisfatto accelerò il ritmo sperando che la tigre che aveva tra le braccia giungesse al culmine il prima possibile, poi la lasciò stremata sul letto e si rivestì in fretta.
- Siete crudele Occhi Blu, mi lasciate sempre in malo modo.-
- I fantasmi si ritirano alle luci dell’alba e mi sono trattenuto anche troppo. Volevo osare visto che non vi rivedrò.- Non le diede il tempo di rispondere, riprese le sue cose e, avvicinandosi alla finestra, si calò giù usando l’edera e i rami che crescevano senza ritegno sui muri del palazzo. Non era molto in alto e quella mossa risultò semplice e veloce.
Con un balzo si ritrovò sull’erba, si chiuse dentro la mantella e si allontanò sotto gli occhi della donna che lo guardava dalla finestra. Era stato un amante eccezionale, veniva quando lei voleva e spariva prima che succedesse il peggio, era giovane e prestante.
Maddalena si ritenne fortunata ad aver assaggiato un gatto selvaggio come quello prima di ritornare ai doveri di moglie di un vecchio duca fedifrago, come lei del resto.

Sorta l’alba Dario si era già allontanato dal castello, aveva attraversato il ponte sul fiume, salutato qualche pescatore insonnolito e giunto in paese. Le botteghe e le taverne stavano iniziando i loro lavori e lui ne approfittò per comprare qualcosa da mangiare. Si intrufolò in una via secondaria e sporca, per poi girare a destra e bussare ad una grossa porta di legno. Lo accolse un vecchio grasso e unto, con un naso enorme e pieno di pustole.
- Che vuoi? Non faccio elemosina.-
- Lo dici sempre vecchio caprone, ma non mi sembra di aver mai chiesto senza pagare.-
- Precisare è sempre buona cosa.- tossì sputando su un lato e pulendosi la bocca con il grembiule sporco di sangue. - Che vuoi oggi?-
- Carne, uova, pane e formaggio. Tutto per due e che duri abbastanza per qualche giorno.- L’uomo emise una specie di grugnito, sembrava più un animale che un essere umano. Senza rispondere rientrò nella cucina da cui proveniva un odore misto a carne cotta e muffa e ne riuscì poco dopo con un pacco di vivande.
- Spero che tu possa pagare tutto questo, così almeno non ti vedo per un po'.-
- Vale anche per me.- prese le vivande e pagò generosamente, non gli piaceva chiedere il cibo a quell’uomo, ma non aveva molta scelta.
- Non sputare a chi è l’unico che ti vende ancora qualcosa.-
- Mi dai il cibo perché lo pago e anche bene e non ti creo problemi.-
- Se non ti tenessi in casa quella strega, avresti meno grattacapi. Sei cocciuto ragazzo e sprechi soldi, potresti vivere meglio di così, come i tuoi compari.-
Fece per andarsene. Non voleva ascoltare quelle frasi, il vecchio le ripeteva tutte le volte e Dario sapeva che non aveva torto, ma non lo avrebbe ascoltato, come non aveva mai ascoltato tutti quelli che lo ripetevano. Vivere con una strega; se fosse stato vero la sua vita avrebbe assunto colori migliori nel nero delle notti segnate dai furti. Non rispose, non ne aveva voglia e non sarebbe servito a niente. Si allontanò con la sacchetta sotto la mantella e se tornò a casa decisamente irritato. La sua piccola baracca era fuori dalla cittadina, in un piccolo borgo di una decina di abitazioni logore e malandate e in cui abitavano solo i vecchi pescatori pazzi.
Entrò spostando le assi con attenzione, un po' per non fare troppo rumore e un po' per evitare che gli cadessero addosso. Corse nella sua piccola stanza, divisa dall’entrata solo grazie a un telo appeso al soffitto e tirò fuori il bottino rimasto. Lo nascose in una cassapanca, sotto ad alcuni vestiti vecchi che ormai gli andavano stretti. Si sciacquò il viso nel catino, l’acqua non era propriamente pulita e lui aveva bisogno di più, ma se la fece bastare quindi, dopo essersi ravvivato un po', legò i capelli ribelli in un codino misero e si avvicinò alla porta alla sua destra.
Casa sua era solo quello, una cucina per pigmei e una stanzetta da letto che a confronto con quella di Maddalena, poteva sembrare la cuccia di un cane. C’era solo un comodino e una specchiera, che Dario aveva rubato in una casa disabitata, ma troppo grande per la stanza da impedire alla porta di aprirsi del tutto, ma quel regalo aveva reso così felice la minuta ragazza che dormiva sulla branda, che a lui era importato poco di ridurre lo spazio vitale. Corse a svegliarla con un bacio sulla fronte e un buongiorno detto con il suo sorriso più bello.
La ragazza si mosse appena, era coperta fin sopra la testa tanto che neanche i capelli si intravedevano. Contrariato dal rifiuto di svegliarsi, cosa che a Dario accadeva solo con lei, mentre tutte le donne che aveva disturbato in quel modo gli erano saltate al collo, si fece più audace.
Afferrò la coperta e la tirò via di forza, la ragazza si ritrovò completamente scoperta e al freddo, ritirò le gambe nude come un riccio il più vicino possibile alla vestaglia e si coprì il viso con le braccia.
- Il sole è sorto da tempo, possibile che tu sia così pigra?- Alla non risposta, passò alle maniere forti. Si piegò su di lei e con le mani sui fianchi la solleticò finché non riuscì più a trattenersi.
La ragazza scattò seduta ridendo e con la poca forza che aveva provò a scansarlo. Infine ricaddero entrambi sul materasso abbracciandosi e ridendo come bambini. Dario rimase ad osservarla con i suoi occhi blu profondi e lei lo lasciò fare.
Come potevano dire che fosse una strega? Le accarezzò i capelli, erano morbidi e così chiari da sembrare bianchi, poi il viso disegnando il contorno degli occhi grigi piccoli e leggermente allungati, infine quella grande cicatrice che le solcava lo zigomo destro, attraversandole tutto il viso fino alla fronte. Baciò quello sfregio con tutto l’affetto che provava, vederlo gli faceva montare dentro una rabbia enorme. Scacciò i brutti pensieri quando anche lei lo accarezzò in viso, non voleva farla preoccupare e cambiò subito espressione.
- Oggi è stata una giornata produttiva, sono riuscito a comprare molte cose.-
- Hai avuto problemi al castello?-
- No.- le baciò di nuovo la fronte ispirando un buon profumo di pelle giovane e fresca, al contrario della sua che stava diventando scura e quasi animalesca. - Dopo la festa ho sistemato tutto nel migliore dei modi e ho montato la guardia senza intoppi. Il signore mi ha ricompensato bene perché tutto è andato come lui voleva.-
- Deve essere un uomo buono se ti ha dato questo lavoro. Se potessi uscire vorrei ringraziarlo.-
- Sono solo un garzone, ma me la cavo. Lui sa di te e ha detto che prima o poi ci darà un nuova casa.-
Era un bugiardo e sapeva di esserlo, ma dirle che in verità era divenuto un ladruncolo di strada che se la spassava con le dame solitarie, lo imbarazzava. Lei era così pura e delicata che non voleva sembrare un mostro ai suoi occhi e poi l’amava con tutto se stesso.
Aveva avuto molte esperienze da quando era riuscito a ghermire le dame del castello, si era reso conto che quelle pettegole potevano essere manipolate con l’arma giusta e spifferare anche qualche segreto a lui utile, ma con quella ragazza tutto era diverso. Amina, il cui solo nome bastava a smuovergli desiderio e amore in tutto il corpo era l’unica donna che non poteva avere.
Era un ladro bugiardo e peccatore, più impuro di tutti gli uomini che aveva visto, forse peggiore anche del signore del castello. Bramava un frutto proibito da Dio in persona.
- Fratello cosa ti prende? Sei pensieroso o hai solo fame?- Sentirla ridacchiare tra se e poi quel fratello detto con tutta la purezza del mondo, distrusse i suoi sentimenti ancora una volta. Amina era sua sorella, carnale in tutto. Condividevano lo stesso identico sangue, stessa madre e stesso padre, eppure lui l’amava.
- Da morire Amina, altrimenti non ti avrei svegliata.-
- Va a lavarti, preparo qualcosa.- Uscirono insieme e lui si allontanò il più in fretta possibile.
Corse fuori e poi dritto tra gli alberi, fino a buttarsi a peso morto nel ruscello ghiacciato. Era successo di nuovo. Aveva appagato i suoi istinti di uomo solo un paio d’ore prima, aveva domato una tigre selvaggia e furiosa, era stato appagante sotto ogni aspetto. Il corpo di Maddalena maturo e sensuale, pregno di sessualità e esperienza nonostante fosse poco più grande lui, non lo aveva soddisfatto. Era bastato qualche istante, un leggero indugiare sul viso perlaceo di Amina, sulle gambe lunghe e sinuose per riattivare ogni istinto e ogni desiderio, l’aveva toccata sui fianchi e un fremito alla bocca dello stomaco gli aveva intimato di fermarsi; si era ritrovato accanto a lei e la sua mente si era spenta del tutto. E ora completamente vestito e zuppo, si ritrovò a dover soddisfare da solo il suo desiderio, perché per nessuna ragione al mondo, avrebbe mai dato modo a sua sorella di capirlo. Si tolse i vestiti rendendosi conto di aver sbagliato a gettarsi in acqua, ora sarebbe dovuto rientrare zuppo e infreddolito. Era un uomo, il petto scolpito, i muscoli sodi e la pelle imbrunita dal sole e dalla rada peluria. Era anche bello, con gli occhi di un blu intenso, l’unica cosa buona che sua madre gli aveva lasciato, i capelli castani e ondulati lasciati ribelli e misteriosi; i lineamenti marcati, ma non severi con la bocca carnosa e il naso forse leggermente troppo lungo, ma che gli donava un’aria fiera e decisa. Avrebbe potuto chiedere ed ottenere, invece non faceva nulla, se ne stava solo li, con l’acqua fino all’inguine e nudo, sperimentando la vergogna di riuscire a pensare solo ad una donna e godere nel farlo.



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