Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 11

11. Dario e Amina 

Amina invece era ingenua e gentile, di una bellezza che doveva ancora sbocciare. Il seno piccolo e rotondo, ma sodo e pronto ad aumentare, longilinea e delicata. Il viso armonico, dagli occhi sottili e la bocca fine, se non fosse stato per quello sfregio, avrebbe già trovato marito. Invece tutti la scacciavano e odiavano, per colpa di quel segno. Non era stata colpa sua, ma suo padre non la sopportava e quando era ubriaco fradicio voleva ucciderla e quella sera ci stava riuscendo. Dario non c’era, fuori per qualche suo impegno o lavoro improvvisato, lei era sola con quei due genitori snaturati e violenti. Commise un errore, una cosa comune in una bambina di tredici anni, cadde rovesciando il vino da portare al padre. La brocca si ruppe perdendo ogni goccia del suo contenuto rosso scarlatto, come rosse erano diventate le iridi di lui mentre la prendeva per il collo tirandola su come un fuscello, la percuoteva e strigliava come un animale e infine la sfregiava. Dario rientrò troppo tardi, aveva avuto qualche problema durante il furto ed era di malumore. Vide la scena, il sangue a terra e sul viso di Amina, la madre che strillava solo perché l’uomo aveva rotto dei mobili e lui che, con il coltello sporco ancora in mano, cercava di colpirla ancora. Non riuscì a frenarsi, con la daga sguainata colpì l’uomo che caracollò indietro privo di qualsiasi equilibrio. Quei pochi passi che riuscì a fare lo portarono dritti verso il camino e vi finì dentro. Urla e odore di pelle bruciata, poi Dario che tirava via la ragazzina immobile, mentre l’uomo si dimenava e appiccava in fuoco in ogni dove.


Morirono entrambi, ma Dario non li pianse neanche un istante. Portò la ragazzina da un medico, ma lui non volle aiutarla perché il giovane non poteva pagare. Rimasero per le strade della città gridando aiuto, ma nessuno si affacciò per controllare. Sfinito e terribilmente preoccupato, portò Amina fuori dal paese e si chiusero in quella stessa casa vuota e decadente, si prese cura di lei per giorni e giorni, ma non sapendo come aiutarla, non riuscì a fare molto. La ferita si infettò e la febbre salì. Non si richiuse ne smise di darle dolore. Amina non mangiava e non beveva, neanche apriva gli occhi. Dario sapeva che era viva solo quando le portava una mano sul petto e avvertiva il debole respiro irregolare.
Rimasero li per giorni, lui le puliva la ferita e cercava di farla bere. Le toglieva il tessuto purulento dal viso, ma lo faceva nel modo sbagliato e il sangue usciva di nuovo peggiorando la situazione. Amina sarebbe morta.
Disperato tornò in città, continuando a chiedere aiuto a chiunque trovasse. Si infilò nella casa del dottore e in ginocchio implorò assistenza, lui rifiutò di nuovo.
- Pagherò, troverò un modo per darle tutto il compenso che desidera. Farò qualsiasi cosa voi mi chiediate!- piangeva mentre lo gridava e solo allora ricevette la proposta. Quello che si faceva chiamare medico era un uomo grasso e sudato, barba e capelli bianchi unti ed emanava un odore di cadavere e sangue nauseante. Un uomo rivoltante e orribile, ma a cui Dario obbedì. Fu quello il giorno in cui capì che quel mondo era marcio, un mondo in cui le persone non facevano nulla per niente e in cui un uomo si approfittava in modo indecente di un ragazzo che voleva solo salvare la propria sorella. Compiacere quel verme fu per lui difficile, all’inizio non aveva neanche capito cosa volesse da lui. Poi però, se lo era ritrovato nudo davanti e, come aveva promesso, fece tutto ciò che lui chiese.
Il medico rispettò i patti. Dopo aver soddisfatto la sua depravazione prese i suoi attrezzi e andò da Amina. Quando la vide però fu schietto, con molta probabilità sarebbe morta presto. Curò l’infezione, tagliandole pezzi di pelle purulenta e pulendo la ferita con acqua pulita. Le somministrò a forza l'oppio per farla dormire senza dolori e il laudano per aumentare l’effetto e le cucì tutto con poco garbo. La febbre alta dovuta all’infezione però non era curabile.
- Se supera la notte forse hai qualche possibilità. Hai visto come pulire la feria e medicarla. Se non vuoi pagarmi ancora, non farti più vedere.-
Dario fece cenno di aver capito, ma sapeva che se Amina fosse peggiorata, lui lo avrebbe chiamato ancora.

Superò la notte e il giorno dopo si svegliò, ma non riuscì a parlare o mangiare qualcosa di solido per colpa dei punti.
In quei giorni in cui esistevano solo Dario ed Amina, le voci sull’incendio e sulla ragazza sfigurata divennero enormi e piene di menzogne. Il medico riferì a tutti di aver assistito la ragazza ormai un mostro e che sarebbe morta, ma quando Amina sopravvisse divenne una strega assassina senza una ragione e fu emarginata.
Così avevano deciso di vivere li, costruirsi un loro piccolo spazio senza pensare alle malelingue. Amina però non uscì mai di casa, dopo qualche tempo al massimo fu in grado di arrivare al fiume per lavarsi o portare i panni asciutti al fratello, proprio come si accinse a fare quella mattina.
Dario in quello era sbadato, dopo aver lavorato tutta la notte si buttava al fiume con tutti gli abiti, lei lo sgridava e lui ribatteva che così l'aiutava nelle faccende, i panni si lavavano da soli infondo.
Uscì con una paio di pantaloni puliti e una camicia in grembo e corse al fiume, si stava preparando a sgridare il fratello ancora una volta per la sbadataggine e rideva fra se, pregustando l’imbarazzo di lui nel venire ripreso nuovamente.
Non era una lunga distanza, di questo lei ne era felice, nessuno la vedeva e poteva concedersi un po' di sole. Sorpassò gli alberi in silenzio e iniziò ad avvertire il rumore dell’acqua che scorre e qualche spruzzo, forse causato da suo fratello che nuotava. Si affacciò appena per vedere se fosse ancora vestito o avesse già terminato di lavarsi, ma ciò che vide fu qualcosa di strano, che faticò a capire. Dario era in acqua, in piedi e piegato leggermente in avanti. Nudo e gocciolante si agitava con la mano sull’inguine e il viso arrossato. Amina si spostò in avanti, i vestiti le caddero dalle braccia e quando sussurrò il nome del fratello, questi scattò come un animale in trappola, ma non smise di agitarsi. Allora Amina capì, lo aveva già visto, ma mai da suo fratello. Purtroppo aveva dovuto assistere sua madre nelle sue notti folli, in preda a uomini dall’odore orribile e il viso contratto. In quelle occasioni era sua madre a fare quei movimenti, ma era la stessa cosa.
Le guance le bruciarono dal calore e corse via. Dario riuscì solo a darsi dell’idiota e a correrle dietro, afferrando appena le brache e tirandole su a fatica. La vide correre seguendo il fiume, non verso casa e accelerò il passo.
- Amina fermati, lascia che ti spieghi.-
- Stammi lontano. Tu sei Dario non lei. Sei mio fratello non fai di queste cose, lei le faceva, non tu.-
- Non ha niente a che fare con quello!.- lo gridò, ma Amina non smise di avanzare. Allora fece affidamento a tutte le sue forze e ordinò ai muscoli di contrarsi più che poteva, scattò in avanti così veloce da riuscire ad afferrarla per un braccio. Solo che era bagnato e l’erba umida e scivolosa. Perse l’equilibrio e cadde in avanti, la sorella sotto di lui che emise un grido di dolore per aver battuto la schiena. Grondante, bagnò la vestaglia di Amina e i capelli di lei, la bloccò al terreno sperando che smettesse di dimenarsi.
- Non toccarmi con quelle mani, non puoi farlo!.-
- Non è la stessa cosa! Guardami Amina, non è la stessa cosa.- Con il fiato corto e il petto ansimante, la ragazza riuscì a fermarsi e guardare il fratello. Non sapeva in che stato d’animo si trovasse in quel momento, solo non voleva vedere in lui il passato che si era bruciato in una notte spaventosa.
- Lei faceva la stessa cosa. Non voglio vederlo, non voglio tornare a quei momenti.-
- Ora smettila!- lo gridò di nuovo e si pentì quando lei iniziò a piangere, ma doveva spiegarle. - Lei era una puttana, veniva pagata! Io sono un uomo. Guardami!- lo fece e non vide nulla. Lui era Dario suo fratello e niente altro. Non era ne un uomo, ne altro. Era il suo mondo e ciò che di buono poteva trovarci. - E’ normale. E’ istinto. Non c’è niente di sbagliato in questo. Sono io e il mio corpo, non c’è altro.-
- No, non è vero. Ci sono le donne non sono stupida. Pensavi ad una di loro o non lo avresti fatto. Pensavi a qualche nobildonna del palazzo. Penserai sempre a lei e mano a mano peggiorerà e mi abbandonerai.-
- No, non lo farò.-
- E invece lo farai. Ti stancherai di giocare a fare il fratello buono, vorrai una donna che soddisfi l’uomo come dici di essere e mi lascerai a marcire qui, perché sarò un peso e non potrò darti nulla.-
Tra le lacrime e i singhiozzi Amina continuò ad insultarlo e dirgli che prima o poi se ne sarebbe andato.
La lasciò andare e la seguì con lo sguardo mentre si tirava a sedere e poggiava contro un tronco sottile e morbido. Si era graffiata le gambe con la caduta e cercava di pulirsi le ferite con un lembo della camicia da notte, che si era inumidita e appiccicava alla pelle di lei rendendola quasi visibile. Dario deglutì, il respiro corto e il cuore a mille. Si mise in ginocchio e provò a concentrarsi per capire cosa stava succedendo davvero.
- Io sono una persona orribile, sono un ragazza egoista. Continuo a tenerti qui e a farti del male.-
- Questo non è vero. Sei l’unica cosa buona che c’è nella mia vita. Tutto quello che faccio è per te.-
Amina si coprì il petto. Quando Dario le era caduto addosso si era bagnata e ora si vergognava a farsi vedere così da lui. Lei non sembrava crescere, quando al contrario lui era cambiato così in fretta. Anche se non voleva ammetterlo, ora suo fratello era davvero un uomo, ma dirlo a voce alta era ammettere che prima o poi, qualcosa sarebbe cambiato.
Quando le lacrime le avevano completamente invaso gli occhi e le guance, sentì il loro sapore salato sulle labbra e provò a pulirsi, con i movimenti di una bambina si strofinò gli occhi singhiozzando.
- Io lo so questo. So tutto quello che hai fatto per me ed è colpa mia se ora fai di queste cose.-
- Non essere stupida, come può essere colpa tua?- lo disse, ma temette la risposta. Se davvero Amina aveva capito il perché di quella situazione, probabilmente si sarebbe arrabbiata e lo avrebbe allontanato, nauseata da un fratello tanto peccaminoso.
- Invece è così. Lui me lo ha detto quella sera. Ha sperato che io non guarissi così saresti tornato da lui, avrebbe giocato con te di nuovo.- Dario sgranò gli occhi incredulo. Lei lo sapeva. Era stato attento a non farle capire nulla, non parlava con gli abitanti del paese, quindi era sicuro che non le sarebbe giunta alcuna voce su di lui. - L’ho sentito anche da altri. Passavano di qui e li ho ascoltati. So quello che succede al castello, delle feste e delle donne. Non credere che sia stupida.-
- Non lo credo.-
- Bugiardo!- era sconvolta e lui inerme. - Come ti procuri il cibo? Come possiedi quelle monete che nascondi? Ti pagano bene quelle donne senza morale o magari sono i mariti che lo fanno?- La prese per le spalle e si strinse a lei. Lo fece con forza ed Amina fu costretta a tacere e gemere per la pressione contro il tronco che le scorticava a schiena. Dario aveva abbassato lo sguardo, lei sentiva il suo respiro profondo e il cuore che martellava rumorosamente spingendo il sangue sulle vene del collo che si ingrandivano.
- Li rubo, solo questo. E’ il lavoro più semplice, che mi permette di stare con te tutto il giorno. Non faccio ciò che credi, non vengo pagato per quello.-
- Allora lo fai e basta. Perché magari c’è qualche dama che riesci ad avere senza problemi, più ricca, più bella di me.- solo allora la guardò negli occhi, ancora carichi di lacrime e arrossati. Lei forse non se ne rendeva conto, ma quelle parole lo facevano sperare in qualcosa di più che un avvertimento di una sorella. - Non voglio dividerti con quelle donne, non voglio che ti allontani da me. Tu mi ami vero?-
- Certo che ti amo, sei mia sorella. Tutto ciò è solo per te.- Era vero, ma c’era anche molto di più in quell’amore, qualcosa che lei però non poteva capire. Non era la prima volta che le diceva di amarla, Amina si rassicurava e andava avanti tranquilla.
- Ma non è lo stesso amore che hai per loro.- il cuore di entrambi accelerò nello stesso istante, così come ogni desiderio represso uscì fuori. Non ne era sicuro, non sapeva se quello era ciò che voleva oppure lui stava solo interpretando quella frase dettato dai suoi sentimenti, ma non riuscì a distinguere le due cose. - Ama me come ami loro.-
E allora lo fece. Anche se avesse male interpretato quella frase; anche se poi lei sarebbe scappata da quel fuoco che lo pervadeva, non riuscì a frenarsi. Divampò furioso e senza controllo, bruciando tutta la distanza che fino a quel momento si era imposto di mantenere. Schiuse la bocca cercando le labbra di lei che lo accolsero immediatamente. Si stupì di come Amina fosse in grado di tener testa alla sua forza, di pareggiare il suo desiderio. Si chiuse su di lei abbracciandola e toccandole la schiena, i fianchi e le gambe nude. Lo aveva trattenuto e ora non era in grado di fermarlo.
Si lasciò scivolare i pantaloni legati in fretta e si intrufolò tra le gambe di lei, divaricandole con le mani e tirando su la gonna.
- Se questo è ciò che provano, io non voglio più lasciar loro niente di te.-
- E’ sbagliato, tutto questo è sbagliato.- lo disse gemendo e non reagendo a ciò che la mente gli suggeriva. Voleva possederla e il resto non importava. - Non riesco a fermarmi.-
- Non lo fare. Ti prego non ti allontanare.-
La prese e la portò di peso sopra il suo inguine. Il calore della sua pelle e del suo desiderio era pari a ciò che Dario provava in quel momento. Era dentro di lei e lo volevano entrambi. Amina gli cinse il collo con le braccia e assecondò le spinte di lui regolari, ma così forti da farla quasi urlare. - Ogni parte di me è fuoco vivo e questo fuoco mi porterà all’inferno.-
- Ci andremo insieme, il resto non ha importanza.-
Era vero, non importava. Poteva davvero avere tutto e lo avrebbe ottenuto. Ora che era stato sincero, che i suoi sentimenti erano eruttati da lui come un vulcano e avevano incontrato quelli di lei, poteva essere se stesso. Si disse che ora avrebbe avuto il coraggio di rubare ogni cosa, di donarle ogni cosa.
Mentre Amina riposava sul suo petto e lui riprendeva fiato, decise che avrebbero lasciato quel paese il prima possibile.

Quello che era successo tra loro era uno sbaglio, Dario lo sapeva benissimo, ma per la prima volta riusciva a vedere Amina davvero felice. Quando si era svegliata cullata dalle sue braccia, lei gli aveva sorriso e lo aveva abbracciato ancora di più.
- Non ci separeremo mai.- Questo aveva sussurrato alle orecchie di Dario e lui si era perso in quelle parole che sperava di poter sentire da molto tempo, parole che però temeva come la morte, perché erano il segno di un peccato che ora non era solo nei suoi pensieri, ma era divenuto realtà.
Tornati nella piccola e vecchia catapecchia, spizzicarono un pranzo frugale. Dario era serio e continuava a rimuginare sul da farsi, Amina non poteva capire il motivo di tanta serietà, lei era semplicemente felice di averlo per se, quindi non chiese e non fece domande.
Solo quando Dario si alzò di colpo dallo sgabello e prese il suo mantello dalla branda Amina provò a fermarlo. Lo prese per mano cercando una motivazione, guardandolo con gli occhi più supplichevoli che riuscisse a fare.
- Non sto mica scappando.- Le schioccò le dita sulla fronte e la ragazza si ritrasse toccandoli la parte colpita che aveva assunto un bel colore rosso. - Ho delle cose da sbrigare, voglio fare tutto il prima possibile così poi potremo partire.-
- Dove vuoi andare?-
- Non ci ho ancora pensato, per un po' non avremo una fissa dimora, ma credo che vada bene qualunque posto ci piaccia. Che sia verso nord o sud, ma abbiamo bisogno di un po' di soldi e di provviste sufficienti. -
- Ne abbiamo di soldi, so che nascondi qualcosa nel baule.-
- Non è abbastanza e non posso fare il bandito mentre sei con me, quindi dovrò procurarmi tutto prima.- Lo disse sorridendo, ma Amina non mutò la sua espressione preoccupata e lui le baciò la fronte, nello stesso punto arrossato e le carezzò la guancia ferita provando a trasmetterle un po' di pace. - So quello che faccio, prepara le tue cose.-

Non aveva un vero piano in mente, ma doveva farlo il prima possibile. La combriccola di ladri a cui si era unito anni prima ormai lo lasciava libero di agire come credeva, ma doveva pur sempre concedere una parte della refurtiva a loro regolarmente. L'ultima volta non era stato molto parsimonioso, aveva lasciato al gruppo più della metà di ciò che aveva arraffato, ma lo faceva di tanto in tanto per poter poi mettere da parte molto di più la sera successiva. Quindi ora sapeva di poter restringere la parte a solo un quarto di quello che aveva e nascondere tutto il resto, ma non era questo che lo preoccupava, ma doveva comunque stare ben attento a non lasciar intendere le sue intenzioni o non lo avrebbero lasciato andare via. Si recò al covo coprendosi dal sole con il cappuccio e nascondendosi tra le case. Bussò ad una porta vecchia e marcia due volte di fila poi attese, contò i secondi che passavano e poi bussò di nuovo per tre volte. Nuovamente contò il tempo che passava e bussò poi una sola volta, fu in quel momento che la porta si aprì. Ad accoglierlo fu un omone dalla testa calva e luminosa, con un sacco di cicatrici evidenti sulle braccia nude e pelose.
- Sono qui per dare la mia parte.-
- Il capo ti vuole parlare.- Entrò spavaldo, la prima cosa che aveva imparato era stata proprio quella, non mostrare mai a nessuno di loro i propri timori, mai sentirsi spaventati o ne ne sarebbe uscito vivo. Seguì l'omone dentro la locanda, era quello il loro ritrovo, un vecchio bancone ammuffito, sgabelli traballanti e tutto l'alcool che riuscivano a produrre e rubare. Poi c'era la stanza del capo, quella Dario l'aveva vista solo una volta, ci era entrato da bambino quando era stato pizzicato a rubare proprio da quello stesso uomo che lo stava accompagnando e lo avevano picchiato così forte da rompergli una pio di ossa, ma lui non aveva ne gridato ne pianto e così il capo lo aveva reclutato perché aveva le mani piccole e il corpo esile e poteva eseguire tutti quei lavori che loro non potevano più fare. L'omone bussò alla porta e una voce forte e decisa rispose dall'interno, Dario deglutii, ma cercò di non darlo a vedere. Entrò solo lui, la stanza era illuminata solo da due candele e dal camino e davanti al focolare, su un grosso seggio in velluto nero c'era un uomo. Anche ora che era cresciuto Dario aveva timore di lui, sebbene con gli altri della banda fosse diventato irrispettoso e spesso altezzoso, con il capo si sentiva sempre e solo un bambino, ma infondo gli doveva molto e questo non lo avrebbe dimenticato.
- Vieni, siediti davanti al fuoco.- Obbedì come un bravo bambino e si sedette su uno sgabello, il fuoco gli scaldò il viso e gli illuminò gli occhi che spostò poi sulla figura di quell'uomo così autoritario. Era anziano ormai, la barba era grigia e i baffi meno folti, ma era fiero e forte e il suo corpo non mostrava segni di voler cedere. - Mi sono giunte alcune voci.-
- Di che genere?- Dario strinse i pugni stropicciando un lato della mantella e provando a non sudare freddo. Se il capo fosse venuto a conoscenza della sua decisione di lasciare il paese non l'avrebbe presa bene e forse non sarebbe neanche più uscito da quella stanza. Pur di non pensarci iniziò a spostare lo sguardo ovunque tranne che su di lui, notò alcuni abiti buttati sul letto, delle carte sul tavolo e un gruzzolo di monete d'oro disposte in modo ordinato sul comodino. Erano molti soldi, davvero tanti, ma lui era il capo ed era normale che amministrasse tanto oro.
- Sappiamo che entri nel castello sull'Adda e che ti sei immischiato con quella donna, Buondelmonti. Sai che quel luogo sono stato io stesso a proibirlo, che nessuno di noi avrebbe dovuto rubare così vicino alle nostre case. Sai bene quello che comporta una cosa simile.-
- Non ho rubato, sono stato solo con la dama. Lei mi paga per questo.- Non era del tutto falso, infondo Maddalena lo pagava bene per quel tipo di servigio, ma era vero che aveva rubato e sapeva di aver infranto molte delle regole dalla banda, ma era stato attento a non farsi scoprire che non riusciva a capire come lui ne fosse venuto a conoscenza.
- Quindi la donna ti paga con il denaro del Visconti e con gingilli così preziosi.- l'uomo infilò una mano in una tasca e tirò fuori una moneta d'oro con l'effige della casata e del castello, Dario però quella moneta non l'aveva mai vista. - Era insieme alla tua parte, quella che ci hai consegnato la scorsa settimana. Sei stato incauto.- Eppure ciò che lo fece sussultare, fu quando da una piccola sacca tirò fuori quella spilla che Dario conosceva benissimo e che per molto tempo aveva voluto per se e per Amina.
- Non è vero, non è mia.- Lo gridò alzandosi in piedi e facendo cadere lo sgabello, ogni muscolo del suo corpo era teso, sudava copiosamente e sapeva di essere in trappola.
- Cosa credi io debba fare adesso?- L'uomo si alzò in piedi con una lentezza che a Dario sembrò infinita, appoggiò la mano sull'elsa della spada che pendeva dallo schienale della seduta e la sfoderò. Dario indietreggiò e mise mano all'unica arma che era riuscito a portare con se, un piccolo coltello nascosto sotto la casacca.
Poi la porta si aprì e la stanza si riempì di visi truci e armi sguainate, era solo contro dei di loro, contro il capo che non era mai riuscito neanche a sfidare. Non cedette, quando il primo si avventò su di lui, non voleva ferirlo, ma solo tramortirlo e bloccarlo, così Dario si piegò sulle ginocchia e scivolò dall'abbraccio mortale che l'avversario gli avrebbe regalato, ma subito dopo un altro uomo altrettanto forte e robusto lo prese per un braccio e lo girò così forte che Dario sentì la spalla scricchiolare, si morse un labbro pur di non gridare, ma il coltello gli cadde di mano e rimase disarmato. Venne colpito allo stomaco, al volto e alla schiena, sentì ogni osso del suo corpo rompersi, percepì persino i suoi organi contrarsi dal dolore. Cadde sulle ginocchia e sputò sangue, le palpebre iniziarono a divenire pesanti e mettere a fuoco quasi impossibile. Lo stavano catturando, forse per consegnarlo a qualcuno, così Dario pensò che quel denaro sul comodino fosse la sua taglia.
Lo sbatterono in una stanzetta angusta e puzzolente, aveva mani e piedi legati così strettamente che forse gli sarebbero caduti gli arti, ma lo avevano picchiato così forte che non riusciva più a sentire nulla. Provò a muoversi un po' per trovare una posizione più confortevole, ma fu tutto inutile e si limitò a far penzolare la testa in avanti come se avesse perso del tutto l'osso del collo.
Era stato uno stupido, non avrebbe dovuto lasciare Amina quella mattina, avrebbe dovuto fregarsene dei soldi e di tutto il resto, avrebbe dovuto prendere la sorella e scappare il più lontano possibile da quel posto. Si lasciò prendere dallo sconforto e dalla tristezza, era ancora un bambino che si fidava delle persone sbagliate e l'ingenuità si pagava con la vita. Poi qualcosa attirò la sua attenzione, sentì gli uomini parlare, qualcuno rideva e poi un tonfo come di qualcosa buttato a terra con violenza. Provò a sforzare la testa a tornare dritta e con le poche forze che aveva in corpo strisciò verso la porta, come un verme agonizzante.
Conosceva quegli uomini da quando era solo un marmocchio e le avrebbe riconosciute anche se avessero bisbigliato. Giovanni, l'omone che lo aveva accompagnato dal capo, imprecò per qualcosa, a deriderlo giunse Ernesto, che avendo perso quasi tutti i denti davanti, biascicava le parole come se avesse in bocca una rana. Rodolfo invece aveva perso un occhio da poco e ancora faceva fatica a prendere bene le distanze, quindi sbatteva spesso contro i mobili e le sedie, ed infine nella stanza c'era anche Matteo, era il più giovane del gruppo e Dario non era mai riuscito a scambiare due parole con lui che non fossero di sfida. Non era una persona con cui sarebbe mai andato d'accordo, negli occhi di quell'uomo c'era solo malvagità. Uccideva senza preoccuparsi delle conseguenze, mentre lui cercava in tutti i modi di non arrivare neanche al combattimento, era un ladro non un assassino. Fu proprio Matteo a fargli bloccare lo stomaco, lo sentì imprecare quando Giovanni lo prese in giro per aver preso forse una botta in pieno viso.
- Si agitava come una serpe, mi ha dato un calcio in faccia la puttana.-
- Spero tu non l'abbia ferita o non ci pagheranno.- Ernesto farfugliò un ammonimento, ma nessuno lo prendeva davvero sul serio.
- Ha solo sbattuto la testa, non morirà per un bernoccolo. Ad ogni modo...- Matteo si interruppe per qualche secondo, Dario sentì solo il rumore di qualcosa che veniva spostato a forza. - Sarà anche una strega, ma me la farei anche io, tanto se è incosciente non può mica maledirmi.-
Non servì altro, Dario non poteva sbagliarsi in nessun modo e incurante delle ferite o del fatto che si sarebbe rotto qualche altro osso iniziò a buttarsi contro la porta, sbattendo la spalla e persino la testa. Gridò, ma aveva la mascella gonfia quindi il suo richiamo risultò più come un grugnito. Sbattè così forte la testa contro il legno che iniziò a sanguinare copiosamente e non riuscì più neanche a vedere le assi, ma non era importante, niente lo era se Amina era dall'altra parte della porta.
- E basta con questo rumore, che credi di fare?- La porta si aprì all'improvviso e Dario ricadde in avanti sbattendo il mento per terra e facendosi così male che perse quasi i sensi. I piedi di Matteo erano proprio davanti a lui e Dario era disposto a morderli pur di fare qualcosa, ma Giovanni lo tirò su di peso e lo buttò contro la parete. In quel momento, anche se con gli occhi velati di rosso, vide il viso di Amina. L'aveva stesa su un vecchio tavolo scricchiolante, aveva gli occhi chiusi, ma non gli sembrò ferita. - Visto, dorme beata come un angioletto, quindi piantala.- Dario spostò lo sguardo verso Matteo, era così arrabbiato, così furioso che per qualche secondo l'uomo sentì quello sguardo assassino bruciargli la pelle e si ritrasse.
- Mi dispiace ragazzo.- Giovanni lo disse a denti stretti, qualcosa in Dario lo spinse a credere che forse lo diceva sul serio, ma non sarebbe cambiato nulla. Amina era li per un motivo e nessuno dei presenti avrebbe fatto nulla per aiutarlo. - Il lavoro è lavoro, siamo stati pagati tutti per farlo. Hai combinato un casino e non ci possiamo rimettere tutti per questo.-
- Chi?- Provando a parlare, la bocca gli si riempì di sangue e Dario dovette sputare per terra per evitare di strozzarsi con i grumi. - Chi vi ha pagato?-
- Affari del capo, noi abbiamo fatto solo quello che ci ha chiesto.-
- Amina non c'entra, lei non ha colpe.-
- Invece si.- Rodolfo si era seduto, la testa era vicina alle gambe di Amina e quell'unico occhio ancora incerto, fissava le gambe della ragazza come se fossero monete d'oro, questo a Dario fece venire un attacco di bile.
- Se la toccate...- dovette bloccarsi, perché Matteo gli rifilò un pugno in pieno viso e lui sbatté la testa contro la parete, ma non gli impedì di minacciarli. - Giuro che vi ammazzo tutti.-
Eppure, nonostante le minacce non riuscì a fare nulla. Lo portarono di nuovo nella piccola ed angusta stanzetta, ma stavolta lo legarono per bene in modo che non riuscisse più neanche a strisciare sul pavimento, chiusero la porta e Dario non poté più fare nulla per Amina.

Mi svegliai dal torpore che ogni muscolo del mio corpo fremeva di ogni sorta di sentimento. Ero arrabbiato, triste, furioso e addolorato. Nulla era come doveva essere, come se quelle cose le avessi vissute in prima persona. Avevo il viso umido e gli occhi bruciavano, così come bollente era la mia mano, ora nera come la pece, che reggeva la spilla insanguinata.
Quella era stata una visione ben diversa dalle altre, quello era l'inizio di tutto e la fine di ogni cosa.


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