Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 12

12. L'uomo nero 

- Fammelo vedere di nuovo. Fammi vedere di nuovo Amina!- lo gridai così forte che mi fece male la gola, volevo disperatamente tornare li, rientrare nel corpo di Dario e far fuori quegli uomini orribili che lo avevano tradito miseramente. Non riuscivo a pensare in modo lucido, presi Aiden per il collo della camicia e lo implorai di farmi vedere tutto nuovamente, ma lui rimase immobile. Mi guardava in modo strano, come se fosse triste per me e quando scansò la mia mano dal suo colletto, fu persino gentile.
- Peggiorerebbe solo le cose. Per ora basta così.-
- Sei stato tu a mostrarmelo, non era come le altre volte. Voglio vederla.- Solo allora vidi qualcosa mutare nel suo sguardo, come se sui suoi occhi si fosse posato un velo nero e pesante, carico di rammarico e tristezza. Era così abbattuto che mi fece male.
- Tu sai benissimo cosa è accaduto dopo, solo che non vuoi ricordarlo. Per un po' ho creduto che fosse giusto così. Se solo lei mi avesse concesso più tempo.- Rimasi interdetto, come un bambino che viene sgridato senza motivo, non sai cosa dire o cosa fare. Io mi sentivo inerme e pieno di risentimento per qualcosa che non mi apparteneva, ma che non riuscivo più a staccare da me. Era giunto il momento di dire basta con gli enigmi, con i segreti e con le mezze verità, non potevo più sopportare oltre.
- Voglio vederla.-
- Chi vuoi vedere?- rispose senza guardarmi negli occhi, ma spostando lo sguardo nella direzione della porta segreta, che ora mi sembrava così in evidenza che non riuscivo proprio a capire come facessi prima a non vederla.
- Fammi vedere lei.-
Si alzò così piano che mi sembrò un'eternità, passandomi accanto e sfiorandomi appena con la mano. Quel suo profumo così particolare, che dal primo momento mi aveva colpito, mi tornò alle narici e io mi persi in un ricordo lontano. Mi piaceva perché lo conoscevo da tanto tempo. Aiden si avvicinò alla parete e passando l'indice tra la giunzione di due pannelli si ferì il polpastrello, esattamente come era accaduto a me e iniziò a disegnare. Il nodo sulla parete prese vita, assorbì il sangue scuro di Aiden con una pianta assorbe l'acqua e la porta si aprì.
- L'abisso è in noi e fuori di noi, è il presentimento di ieri, l'interrogativo di oggi, la certezza di domani. -
Pronunciò quelle parole a denti stretti, quello che aveva aperto per me era il suo abisso o forse era il mio?

Aiden mi fece strada, camminando a passi stretti e lenti davanti a me, come se sperasse in un mio ripensamento, ma non ci fu. Ero già sceso li, sapevo cosa avrei visto, quindi ora volevo esserne pienamente consapevole. La stanza della prigione si aprì davanti ai miei occhi esattamente come la ricordavo, dietro le sbarre c'era la tenebra assoluta, un abisso senza fine. Aiden si sedette sulla branda che cigolò sotto il suo peso. Lo guardai per qualche secondo, con il viso basso e le mani davanti agli occhi, schermarsi da quel buio che io volevo esplorare con tutto me stesso. Per un attimo mi resi conto che forse era lui quello che soffriva maggiormente.
- Non vedo nulla.- Non era del tutto falso, vedevo l'oscurità e percepivo qualcosa, ma non riuscivo a capire cosa stessi guardando.
- Quello che vuoi sapere è li dentro, dalle tu una forma e la vedrai.-
Una forma. Significava forse che quella che a me sembrava oscurità era qualcosa di vivo? Che forma avrei dovuto darle?
Mi sforzai di creare un viso o almeno qualcosa che potesse sembrare umano e non farla diventare un mostro come si era sempre mostrata a me fino ad ora. Eppure gli unici visi che riuscivo a riportare alla mente erano quelli del passato di Aiden e non quelli del mio, come mio padre, mia madre o Teresa.
La prima che vidi fu Madalena, ma era lontana. Rannicchiata in un angolo, era così triste, con il viso rigato da lacrime amare, che mi si strinse il cuore. Poi comparve una piccola sagoma in vestaglia bianca, bassa e minuta. Avanzava verso di me tendendomi la mano, ma era ancora troppo lontana perché io potessi prenderla. Era Kyra, la figlia di Velimir, la stessa bambina che lui aveva ucciso davanti ai miei occhi, mi si chiuse lo stomaco, ma poi lei sparì in pochi secondi.
Così mi voltai verso Aiden, lui ora guardava nella stessa mia direzione e aveva gli occhi spalancati e cerchiati di rosso, vedere le ombre delle sue vite precedenti, create da me che non ero che un estraneo in tutta quella storia, doveva farlo stare male. Mi avvicinai alle sbarre e le toccai, il freddo del metallo mi ferì la mano, era gelido e temetti di non essere più in grado di staccarla da li. Mi concentrai di nuovo, mi sfuggiva ancora qualcosa e lo sapevo bene.
Mi apparve poi William, intravedendo la bionda chioma scompigliata, mi tendeva una mano, mentre con l'altra si reggeva il cuore, lo stesso che Julian aveva ferito e distrutto. Mi guardò e mi si riempirono gli occhi di lacrime, perché nonostante fosse stato ingannato, il suo sguardo era pieno di affetto e non di odio, come se infondo avesse capito il motivo di quel tradimento. Così l'impulso di toccarlo mi pervase e mi allungai così tanto oltre le sbarre che mi scricchiolò la spalla, ma non me ne importò.
Eppure scomparve anche lui, in quel buio senza fine, finché qualcosa non toccò me. Una mano esile e pallida sfiorò la mia e qualcosa mi affiorò sulla punta della lingua, un ricordo lontano che non riuscii a fermare.
- Amina.- Lo dissi a denti stretti e finalmente la vidi, era lei e allo stesso tempo non lo era. Il viso delicato, gli occhi dolci e quella cicatrice che era parte di un passato difficile erano gli stessi, ma c'era molto di più. Rimasi immobile, come una statua di sale quando lei si avvicinò alle sbarre e allungò ancora di più la mano per toccarmi il viso. Sentii le punte delle sue dita sfiorarmi la guancia e dentro di me qualcosa si mosse, un desiderio che non riuscivo a reprimere.
- Finalmente sei tornato da me.- Volevo toccarla, volevo prenderla tra le mie braccia e non lasciarla più andare via tra le tenebre, questo era il desiderio che mi stava corrodendo, ma c'era dell'altro, perché una piccola parte di me al contrario gridava, come un ossesso, di allontanarmi. Diviso tra le due sensazioni non feci nulla, rimasi imbambolato, mentre lei, Amina, mi sfiorava a stento. Poi qualcuno mi cinse la vita, sentii le braccia di Aiden prendermi da dietro e spostarmi di qualche centimetro dalla presa di Amina. Si appoggiò a me, come quella sera in cui mi aveva trascinato via a forza da quella stanza, sentii il suo respiro nell'incavo del mio collo.
- Ci ho provato. Quella sera nella biblioteca ti ho cercato perché non volevo che lei arrivasse a te prima di me, ma era già troppo tardi. Ho fatto di tutto affinché non ti trovasse, ma non è bastato e ora eccoci qui. Tu ed io di nuovo insieme, in lotta da secoli e impossibilitati a lasciarci andare.- - Che stai cercando di dirmi?-
- Non ho ucciso io il custode quella sera. Io non sono che l'uomo nero dentro al tuo cuore, non sono che la parte di te che per secoli hai cercato di eliminare. Sono il peccato che ti portavi dietro, nulla di più.-
- Hai ceduto di nuovo. L'uomo nero non poteva più proteggerti.-
- Se è così...- mi si bloccarono le parole in gola perché in quel preciso instante, come un fulmine a ciel sereno mi tornò alla mente quella sera. Suonavo sotto la luna di sangue, quel rosso intenso che macchiava i tasti del pianoforte mi avevano totalmente catturato. Era un colore che mi era sempre piaciuto, qualcosa che da sempre mi aveva stregato e poi era arrivato il custode, Sergio, che come tutte le sere non mi ascoltava mai, ma russava beato nel suo angolino. Non mi aveva mai dato fastidio fino a quel momento, non mi importava se mi ascoltava oppure no, ma quella volta era diverso, ogni cosa mi dava fastidio, ero nervoso e adirato.
Mi era sempre mancato qualcosa che non riuscivo a spiegare, vivevo una vita normale, ma non era mai abbastanza. Non mi appassionavo a niente, solo il pianoforte mi dava conforto, il resto era tutto monocromatico, ma non tinto di nero o grigio, tinto di rosso, che per me era il colore della morte. Quella sera cedetti ad un impulso che non credevo di avere, lo aggredii come un animale attacca la sua preda, lo squartai e mi macchiai del suo sangue, delle sue viscere e della sua vita. Mi presi ogni cosa da lui e questo mi rese felice e colpevole.
Tornai a suonare come se non fosse accaduto nulla, come se fosse stata una sera come tutte le altre, poi comparve lui, tornò il mio uomo nero.
Che cos'ero io? Se non ero Cristiano, se non ero la persona che credevo di essere, che cosa ero?
Mi allontanai da entrambi con forza, non volevo saperlo, non ne avevo la minima intenzione. La mia vita era già abbastanza incasinata per poter permettere loro di rovinarla ancora di più. Mi tappai le orecchie con le mani, premetti così forte che iniziarono a farmi male le tempie, ma non riuscii a fermare i ricordi che affioravano feroci. Non potevo, ma soprattutto non volevo ammettere che Aiden mi stesse dicendo la verità.
- Che mi hai fatto?- lo dissi quasi piangendo, in quel momento non ero più in grado di distinguere la verità, ne a capire cosa stesse accadendo.
- Avanti uomo nero digli tutto. Una volta che avrà ricordato, tornerà tutto come deve essere.-
Alzai lo sguardo verso Aiden, mi ci volle tutta la forza di volontà di cui ancora disponevo per farlo. Sperai con tutto me stesso che mi dicesse che non era vero, che mi stava ingannando, che stava giocando con me, ma i suoi occhi non mentivano e io purtroppo lo sapevo benissimo.
- Abbiamo provato per secoli a liberarcene. Puntò il dito verso Amina e lei rise. Aveva il suo aspetto, ma dentro di me qualcosa diceva che non c'era solo lei, ma molto altro. - Ogni volta che tornavamo in vita portavamo solo morte e sfortuna, tutte le persone che ci hanno amato e che abbiamo amato a nostra volta sono finite li dentro. - Indicò l'oscurità, quell'abisso che non aveva ne inizio ne fine. - Lo facevamo per le promesse che ci aveva fatto, ma più il tempo passava più quelle promesse non venivano mantenute e noi eravamo ormai al limite. Così abbiamo deciso che almeno per una sola volta, per una sola vita, avremo vissuto come ogni altro essere umano, senza quel peso di morte che ci portiamo dentro, ma ha rotto anche questa promessa.- Aiden si portò le mani al viso e spinse così forte che le unghie lo ferirono, ma non se ne curò, al contrario Amina rise di nuovo, compiaciuta di quel dolore senza fine. - La colpa è nostra fin dall'inizio, questo non lo abbiamo mai negato, se quella sera avessimo accettato la morte anziché la vendetta le cose sarebbero finite li, ma non lo abbiamo fatto. Accettando Hel, abbiamo accettato la nostra maledizione.-
Così tornai nuovamente indietro, i ricordi vennero a galla e tutto tornò al proprio posto, finalmente o sfortunatamente, tornai ad essere me stesso.

Era esattamente il 1370 quando la mia vita prese una direzione che mai avrei potuto credere possibile. Tutto quello che volevo era un posto in cui poter far vivere Amina da persona normale e non da mostro, non volevo più che fosse rinchiusa in casa, che le fosse affibbiato un nome che non le apparteneva. La amavo così tanto che ogni fibra del mio essere non poteva fare a meno di lei, ma sbagliai ogni cosa. Mi tenevano legato e il dolore mi ottenebrava i sensi, ma lei era a pochi passi da me, e anche se non avevo più la forza di muovermi, non volevo cedere. Non riuscivo a pensare che ad un'unica cosa, l'avrebbero toccata e insudiciata e io non avrei potuto fare nulla. Gridavo e mi dibattevo, ma non potevo fare altro, finché qualcosa non mi chiamò.
Pensai di stare per impazzire, di aver completamente perso il senso, ma in quella piccola stanzetta puzzolente non ero solo. Da prima percepii solo un respiro, irregolare e flebile, poi si fece più vicino e mi pizzicò l'orecchio.
Spalancai gli occhi e tutto intorno a me c'era solo tenebra. Era come se un fumo denso e nero mi stesse avvolgendo e soffocando, ma non c'era ne odore di bruciato ne calore.
Non era fumo, ne altro che potessi minimamente descrivere, era solo buio. Poi la sua voce mi riempì la testa, era familiare e sconosciuta allo stesso tempo. Mi chiese semplicemente se volevo vendicarmi, se avevo ancora la forza di reagire e io dissi di si, senza pensare, senza chiedermi con chi stessi parlando, perché probabilmente ero pazzo e i pazzi non si chiedono nulla. Risposi di si, che la mia rabbia mi avrebbe dato la forza di salvare Amina e le corde si allentarono, mi alzai in piedi, incurante delle ossa rotte, ma ressero e avanzai.
Fu come se il mondo intorno a me si fosse oscurato, c'era una sola via, l'unica strada che riuscivo a mettere realmente a fuoco e la seguii senza esitazione.
Aprii la porta, ovviamente non l'avevano chiusa a chiave, infondo mi avevano legato così stretto che anche se fossi riuscito ad aprirla con la bocca non avrei potuto fare neanche un passo oltre la soglia. Li c'era Giovanni, seduto su un vecchio sgabello proprio alla mia destra, mi vide uscire e io notai i suoi occhi che si spalancavano per la sorpresa, poi quella fu sostituita da molte altre espressioni fino ad arrivare al dolore. Ogni muscolo della sua faccia si distorse in un espressione orribile e deforme, non sembrava neanche più lui, ma lo avevo colpito così forte al petto che non poteva essere altrimenti. Cadde a terra come un sacco di patate, nella speranza di riuscire a respirare di nuovo, ma non ne fu capace, con la mano gli strappai via l'osso del collo come se fosse una coscia di pollo troppo cotta e rimase li, a rantolare nel suo sangue e soffocare, sotto gli occhi degli altri. Uno ad uno mi si buttarono addosso come mosche su un cumulo di feci, le schiacciai senza neanche spostarmi. Ernesto prese in mano la daga che aveva su una sedia poco distante, mi colpi in pieno stomaco, ma non mi fece nulla. Percepivo distintamente la carne che si lacerava e il sangue che a fiotti sporcava me e il pavimento, ma non sentivo dolore.
Lo presi per il collo tirandolo su di peso e stringendo sempre di più, sempre più forte. Si divincolò come un verme appeso all'amo, se la fece sotto e l'odore fu nauseante, poi scricchiolò appena e smise di respirare. Lo gettai in un angolo, come con un foglio di carta troppo rovinato per essere ancora usato e provai ad andare avanti. Il povero Rodolfo, che non vedeva ad un palmo dal naso, provò a scappare. Gridò come un maiale al macello, ma sbatté contro il tavolo e rotolò per terra. Si rannicchiò come un bambino e si coprì la testa con le braccia, rimasi immobile, mi faceva schifo persino guardarlo.
- Dov'è?- lo sentivo dentro di me che Amina non era più al covo, ma molto lontana da me e dovevo assolutamente saperlo. - Dove l'hanno portata?- Faticò a rispondere, anche solo mettere insieme due parole fu per lui difficile, lo vidi vomitare dalla paura, ma rimasi in attesa.
- Al... al...- vomitò di nuovo, mi faceva così schifo che sopprimerlo in quel momento sarebbe stato un atto di carità. - Al castello.-
- Chi vi ha pagato per prendere Amina?-
- La dama Buondelmonti. Lei ha dato al capo le monete del Visconti e lei voleva Amina. Oh mio buon Dio ragazzo che ti è successo?- Mi piegai sulle ginocchia e mi avvicinai così tanto al suo viso da sentire l'odore acre del vomito riempirmi le narici, ma sorrisi, o almeno credetti di farlo, non ero ben coscio di ciò che il mio corpo faceva, andavo semplicemente avanti.
- Cosa credi mi sia successo?-
- La morte ti cammina addosso, i tuoi occhi...-
- Non è la morte, solo la vendetta.-
Mi alzai e portai il piede sulla sua testa, non feci il minimo sforzo, lo calpestai proprio come si calpesta un rifiuto in mezzo alla strada, con la stessa facilità gli sfondai il cranio e me ne andai.

- L'evocazione è iniziata.- Mi bloccai per strada quando quelle parole mi riempirono la mente. Quella voce così strana, così diversa da qualsiasi voce umana era dentro di me. - Se la porteranno a termine non la riavrai mai più indietro.-
- Che devo fare?- Che stessi parlando a me stesso o davvero con qualcuno non aveva poi molta importanza, mi ero rialzato e tutto ciò di cui mi importava era arrivare da Amina, che stessi vendendo la mia anima al demonio non aveva importanza, niente lo aveva.
- Corri bambino, corri veloce. Le fiamme bruciano e il cuore piange. Corri bambino, corri veloce. Il sangue sgorga dove l'anima langue.-
E io corsi. Le mie gambe si mossero come se fossi inseguito da una mandria di cavalli imbizzarriti. Mi sembrò di volare, quasi i miei piedi non toccarono il suolo che pochissime volte, finché non arrivai al castello e tutto si fermò.
Lei mi stava aspettando. Alzai lo sguardo verso la sua finestra, quella da cui ero scappato più volte dopo averla posseduta ed era li. Mi guardò sornione, con quegli occhi che mi avevano sempre affascinato, con quel suo sguardo maturo e predatore, ma ora non era la lussuria a spingermi a lei, ma il desiderio di ucciderla. Solo che non vi riuscii, lei sparì dalla mia vista e una gruppo di guardie pesantemente armate mi bloccarono la strada.
Con le lance mi trafissero il petto come se fossi un animale, ma non mi fermai. Le scansai e le afferrai, sbattei uno di loro a terra e gli passai sopra, ma fui un idiota. La rabbia mi impediva di provare dolore, ma le ferite erano vere.
Gridai il nome di quella cagna e poi cercai Amina, dovevo arrivare a lei, ma iniziarono a mancarmi le forze e anche se attorno a me ne erano cadute tre, altri di loro erano giunti per fermare la mia avanzata, loro non finivano mai, mentre le mie forze iniziavano a scemare.
Avanzai ancora, bloccai una spada diretta al mio fianco sinistro, ma non l'altra e ancora una volta il metallo perforò la mia pelle. Ricaddi sulle ginocchia, ma continuai ad avanzare a gattoni.
- Bugiarda.- Lo gridai forte, ma non a Maddalena, bensì alla voce nella mia testa, mi aveva ingannato e ora rideva dentro di me, scherniva il mio fallimento.
- Non ho mai promesso nulla, non ancora almeno.-
- Dammi la forza di salvare Amina.- non mi importava di niente, non mi interessava che i soldati mi avessero preso di peso e trascinato nel castello. Non prestai attenzione a nulla che non fosse la sua voce, doveva assolutamente darmi di più.
- Ti divorerò pezzo per pezzo.-
- Fallo.-
- Ti distruggerò ogni giorno.-
- Fallo.-
- Mi nutrirò del tuo dolore.-
- Fallo. Mangiami, divoravi, torturami, scherniscimi. Qualunque cosa, ma rivoglio Amina.-
Non rispose, non poteva perché ormai aveva già iniziato a divorarmi. La tenebra mi avvolse, circondò ogni parte di me e lentamente iniziai a sparire. Il dolore fu lancinante, sentii le mie membra che venivano strappate con forza e prepotenza, mi stava consumando con una voracità inumana. Gridai, mi divincolai, ma non scappai. Ormai era troppo tardi per quello, come troppo tardi era quando mi svegliai.

Girai come un morto vivente per i corridoi del castello, non c'era nessuno. Ovunque intorno a me era tinto di rosso, lo scarlatto del sangue ancora fresco. Mi aveva ingannato e io ormai ero perduto.
Vagai per ore finché non scesi nei sotterranei, nelle celle del castello dove tutto era morto da molto tempo. Forse fu proprio la voce a guidare i miei passi o semplicemente la pazzia, ma al bivio presi la via che avevo percorso solo una volta per sbaglio e arrivai alla stanza.
 Le pareti e i muri erano logori, simboli strani disegnati con il sangue imbrattavano ogni cosa. Al centro una stella circondata da un lungo serpente che si morde la coda faceva da cornice alla sagoma di una persona, sepolta nel suo stesso sangue.
Avanzai così piano che forse neanche mi mossi, per quando scura la stanza fosse, per quanto sporca fosse, non avrei mai potuto sbagliare.
Entrai nel simbolo e caddi sulle ginocchia, tutto ciò che avevo fatto non era servito a nulla, ma ancora non sapevo che il vero inferno era quello che stava per aprirsi davanti a me.


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