Vecchie storie nel cassetto: Il ragazzo senza nome

Partiamo con il primo racconto della "vergogna" che ho voluto riesumare.
"Il ragazzo senza nome" è una storia che ideammo io e una mia amica alle superiori per un compito di letteratura di cui non ricordo minimamente le finalità. Costruimmo questa storia horror, che secondo le linee guida, doveva svolgersi nel nostro istituto scolastico, che (prima di cambiare sede) era un vecchio seminario.
Tra piccioni morti in soffitta e infestazioni varie di non specificati "bacarozzi", ammetto che come scuola non era affatto male, era affascinate ed intrigante, con quei soffitti alti, le scale sempre fredde e le porte scricchiolanti.
Del compito in se ricordo la vergogna quando il professore lo lesse davanti a tutti mettendoci ore e sperando che nessuno in classe mi uccidesse per la noia, invece piacque molto.
Rileggendolo ora quella stessa vergogna mi assale di nuovo, ma non voglio cambiarlo ne correggerlo anche se quei puntini di sospensione presenti in ogni frase, neanche se alla protagonista stesse venendo un infarto ad ogni parola, sono veramente fastidiosi.
L'ho recuperato da poco e so che forse il vampiro nella scuola fa troppo The Vampire Diaries, anche se non era ancora uscito in quei giorni, ma fa parte del mio passato e che se ne dica, il tempo della superiori sarà anche difficile, ma tutto sommato non lo dimentichi mai.
Bene, vi lascio a questa piccola "chicca" e leggiamola con un sorriso.

Il ragazzo senza nome


Tanto tempo fa…

Circa duecento anni fa in un seminario nascosto tra un folto intrico di pioppi e pini, in una notte scura e silenziosa, cominciarono ad accadere cose strane con l’arrivo di un uomo molto misterioso. Era autunno, le foglie cadevano dagli alberi e si depositavano sulla strada, l’uomo arrivò durante la notte camminando con passo leggero senza fare alcun rumore nonostante le foglie secche. Si avvicinò all’entrata del seminario e bussò. La sua mano sfiorò dolcemente la porta, ma il suono che produsse riuscì comunque a svegliare il vecchio e scontroso custode che dormiva pesantemente nella sua stanza. Si alzò e con un broncio scortese e accattivante urlò.
- Chi è che a quest’ora di notte disturba la brava gente che dorme?- Nessuno rispose, sia dentro sia fuori l’edificio c’era il più completo silenzio. Per controllare, il vecchio guardiano aprì la porta e sbirciando fuori in modo furtivo con i suoi vecchi e stanchi occhi grigi, inizialmente non vide nessuno. Decise così di chiudere il portone cercando di non fare rumore e tornare poi nella sua stanza e continuare il sogno che era stato così bruscamente interrotto, ma appena si voltò per tornare a dormire, di fronte a se vide una strana figura scura e, benché non fosse mai stato un fifone ne un codardo, in quel momento avvertì l’irrefrenabile sensazione di scappare via terrorizzato.
Il suo vecchio cuore batteva più veloce del solito e lui iniziava a sudare dall'agitazione, la figura davanti a lui iniziò lentamente a voltarsi, aveva un viso pallido e smunto da mettere i brividi, ma poi sorrise facendo mutare i suoi lineamenti lentamente, il viso che inizialmente sembrava malvagio assunse un’espressione serena e rassicurante.
Il guardiano iniziò a calmarsi, mentre fissava gli occhi di un azzurro intenso dello straniero, quelle iridi sembravano illuminare tutto il corridoio. Senza parlare, il vecchio fece cenno all'uomo di seguirlo e si allontanarono per l’androne scomparendo nell'oscurità che tutto avvolgeva.
Il mattino seguente il sole illuminava tutto il territorio circostante, il seminario non aveva più l’aspetto sinistro della sera precedente, i vetri delle tante finestre che lo decoravano brillavano baciate dai tiepidi raggi del sole e i muri in mattone risplendevano di un colore rossiccio. Al risveglio tutti i sacerdoti si alzarono e si diressero verso la sala mensa per la colazione, dopo le loro preghiere mattutine, discutevano tra loro serenamente riempiendo la grande sala di un leggero brusio. Mentre gustavano, ringraziando Dio per ciò che mangiavano, il latte e un pezzo di pane, tutti si stavano chiedendo come mai il vecchio guardiano non avesse preso parte alla colazione e non lo avessero neanche visto nella piccola e graziosa cappella per le preghiere del mattino.
Quello stesso giorno, subito dopo aver finito di fare colazione, i sacerdoti più giovani iniziarono a cercare il vecchio con scarsi risultati, nella sua stanza sembrava non esserci entrato da giorni, tanto che sui pochi mobili che la contraddistinguevano dalle misere cuccette dove riposavano i sacerdoti, si era già depositato un sottile strato di polvere. La cosa li mise inizialmente in allarme, ma poi la misteriosa scomparsa venne rimossa dalle menti dei sacerdoti, in effetti quel vecchio guardiano li aveva sempre serviti bene, ma non godeva di una buona reputazione e più di una volta aveva detto di voler lasciare l’edificio, stufo di fare da servo a dei monaci sfaticati come era solito chiamarli lui. Per questo motivo decisero di cercare un sostituto, affissero per il paesino degli annunci e sparsero la voce più che poterono per cercare qualcuno che si occupasse del seminario.
La loro attesa non fu molto lunga. Poco dopo il tramonto, mentre il cielo si tingeva di un rosso con sfumature sempre più verso il viola e il blu della notte, il monaco di guardia quella sera sentì bussare al grande portone. Andò ad aprire, interrompendo le sue preghiere. La porta si aprì lentamente e scoprì agli occhi dell’uomo, un ragazzo. Il frate continuava a fissarlo senza parlare, il giovane fece un saluto e sorrise, poi chiese di entrare. La voce del giovane suonò alle orecchie dell’uomo come un canto e fu felice di sapere che era venuto per il lavoro di custode. La prima cosa che tutti i sacerdoti notarono furono il suo viso angelico e il profondo colore dei suoi occhi, sembrava molto giovane, ma nessuno chiese mai il perché volesse fare il custode di un vecchio palazzo, insieme a vecchi sacerdoti dediti solo alla preghiera. Ad ogni modo il ragazzo era molto assennato nel suo lavoro e di questo i monaci ne erano fieri, non partecipava alle preghiere come era solito fare il vecchio guardiano, ma nessuno fece mai domande, infondo non era obbligatorio che seguisse alla lettera la religione. Durante il giorno il ragazzo era come una presenza evanescente, lo si vedeva di rado, mentre la sera era sempre presente e cenava con loro. I monaci riuscivano a stento a non fissarlo, il viso e soprattutto i suoi occhi sembravano calamite, ma lui non era per nulla infastidito da quel comportamento. La cosa più strana era che, nessuno sapeva come si chiamasse, ma ancora più sorprendete era che nessuno lo aveva chiesto.
A poco a poco le sparizioni divennero sempre più frequenti. La mattina mancava sempre qualche monaco alla colazione e quando andavano a cercarlo nella stanza trovavano una lettera che diceva semplicemente che aveva deciso di lasciare il monastero, stufo della vita da recluso.
Questi continui abbandoni sembravano non importare a nessuno e la vita nel monastero continuava come sempre, fatta di preghiere e magri pasti a cui partecipavano sempre meno persone.
 Era sera, il tempo non era dei migliore, il vento spirava forte e faceva muovere i rami degli alberi donando al palazzo la solita aria spettrale e cupa, che avrebbe intimorito chiunque. Quella sera le cose cambiarono, alla porta qualcuno bussò, fu un rumore lieve e restio. Il rumore echeggiò per qualche secondo fino a quando la porta non si aprì lentamente, nel frattempo la pioggia fredda iniziò a scendere rumorosamente. Agli occhi del vecchio monaco, stanchi e assonnati, comparve una minuta figura completamente bagnata, i capelli biondi era incollati al viso e le scendevano sinuosi sulle spalle, era pallida e visibilmente stanca.
La ragazza chiese aiuto al silenzioso monaco, che la fece entrare velocemente chiudendo dietro di se la porta. Il lungo vestito rosa era lacero in alcuni punti e gocciolava a terra lasciando piccole pozze cristalline sul pavimento in marmo. Il monaco ricomparve dopo pochi secondi e porse una coperta di lana sulle spalle della donna per riscaldarla, poi la condusse in sala mensa e sparì di nuovo chiudendosi in quella che doveva essere la cucina. La ragazza si sedette sua una sedia, sistemandosi i capelli, si sfregò le mani per riscaldarle e starnutì improvvisamente, sorpresa da uno spiffero gelido dietro di lei. Rabbrividì nuovamente. Il monaco tornò dopo qualche minuto, con una scodella di latte caldo e il solito pane, anche se un po’ raffermo questa volta e lo pose di fronte alla donna, che ringraziò di cuore. Mentre mangiava il monaco le fece alcune domande e la donna rispose senza problemi.
- Non sono di questo paese, ero in viaggio con mio padre, ma dei briganti ci hanno assalito e io sono scappata. Ho visto questo monastero e pensavo che avreste potuto aiutarmi, la ringrazio di cuore per avermi accolta.-
- Non preoccuparti puoi stare qui finché vorrai, abbiamo molte stanze libere.- Il monaco le sembrò molto vago e lei si stupì quando si alzò nuovamente e si chiuse in cucina. La donna rimase sola a mangiare, quella grande sala le dava i brividi e la metteva in agitazione, ma continuò a mangiare senza dire una parola. Nel buio della cucina il monaco si bloccò appena chiusa la porta dietro di se. Una voce nel buio lo fece sussultare improvvisamente, poi il suo cuore si calmò e parlò a bassa voce, per non farsi udire da orecchie indiscrete.
- Cosa devo fare con la donna? Sembra che sia sola e che non sappia neanche dove si trovi di preciso.-
- Portala nella mia stanza e dalle ciò che vuole.- Il monaco fece solo un gesto affermativo con la testa e uscì dalla cucina. Appena lo vide la donna si alzò e gli sorrise, segno che aveva gradito ciò che aveva mangiato. Il monaco le fece strada per l’oscuro corridoio e si fermò davanti ad una vecchia porta in legno, la aprì e disse alla donna di accomodarsi in quella stanza. Prima di andarsene il sacerdote le porse la mano presentandosi e le fece lo stesso, ma quando lui la lasciò la donna si trovò tra le mani un piccolo rosario di perle rosa con una croce d’oro. Non fece in tempo a chiedere spiegazioni che già l’uomo se ne era andato lasciandola sola. Chiuse la porta dietro di se continuando a guardare il piccolo rosario, era più piccoli dei soliti, tanto che riusciva a infilarselo come braccialetto e lo fece. Il rosario tintinnò per qualche secondo nel silenzio della stanza, poi tutto tacque. Fece per spogliarsi, si slacciò il corpetto rosa e tolse la gonna rimanendo con una sottoveste bianca e leggera, non adatta al freddo della stanza. Si avvicinò ad un mobile con sopra un grande specchio, vide la sua figura nello specchio, era pallida anche se le guance avevano una delicata sfumatura di rosa, i capelli in disordine, che si apprestò a riordinare. Cercò nei cassetti del vecchio mobile in legno e vi trovò tutto quello di cui aveva bisogno, prese un pettine e iniziò a sistemarsi davanti allo specchio. Stava iniziando a tranquillizzarsi in quella strana calma che la avvolgeva dolcemente, poi qualcosa cambiò di nuovo. Un senso di agitazione e imbarazzo la pervase, tanto che si girò di scatto guardandosi intorno respirando affannosamente. A parte il buio che sembrava regnare sovrano in tutto il palazzo non vide altro che il suo riflesso nello specchio, cercò di calmarsi, ma quel senso di imbarazzo non riusciva ad abbandonarla. Lentamente si sentì afferrare alle spalle, una mano delicata si era poggiata si di lei, tanto da farla sussultare e scattare in avanti, solo in quel momento riuscì ad intravedere qualcosa. Davanti a lei c’era un ragazzo, doveva avere approssimativamente la sua stessa età, aveva un viso pallido, ma dei brillanti occhi azzurri che la fissavano intensamente. La donna non riuscì a dire neanche una parola, era spaventata, ma allo stesso tempo la incuriosiva quell’improvvisa incursione. Il giovane fece un passo in avanti, mentre lei uno indietro, almeno finché non dovette bloccarsi a causa del letto proprio dietro di lei. Lui non riusciva a staccare lo sguardo da lei e anche ne era catturata. Solo dopo qualche minuto in completo silenzio le cose cambiarono, lui si avvicinò sempre di più verso di lei, tanto che riuscì a prenderle la mano, quel tocco lieve e freddo come la morte la fece rabbrividire nuovamente, ormai era diventata una sensazione familiare e quasi istintivamente anche lei ricambiò quella dolce stretta.
- Dimmi… qual è il tuo nome?- Alle orecchie della donna quella voce sembrò bellissima, adattata perfettamente ai dolci lineamenti del giovane, lei fece un profondo respiro, come se temesse che la sua voce non fosse all'altezza di quello dello sconosciuto, poi parlò, ma sembrò più un sussurro.
- Io…il mio nome è Kathrin, spero di non aver invaso la vostra stanza. Sono stata portata qui da…- Le parole le morirono in gola, il giovane avanzò velocemente e la cinse tra le sue braccia, poi con una mano le prese il mento alzandole il viso verso il suo. Le guance di lei divennero rosse e calde come il fuoco, le sembrava di esplodere da un momento all’altro, non voleva quella situazione tanto disdicevole, ma allo stesso tempo non riusciva a staccare i sui occhi da quelli di lui. Improvvisamente la stretta si fece più forte e il viso di lui sempre più vicino, tanto che Kathrin si strinse di più a lui, il rosario che aveva alla mano tintinnò e si fermò contro la camicia bianca del giovane, ma con quel gesto la situazione cambiò di nuovo, il giovane ebbe un sussulto e lei riuscì a scostarsi da quella presa, cadendo sdraiata sul letto. A quella reazione lo sconosciuto si dileguò velocemente, proprio come era comparso. La porta della stanza si chiuse senza produrre alcun rumore e lei rimase ferma in quella posizione, cercando di riprendere fiato e di calmarsi, ma non ci riusciva, il volto di quel giovane era impresso nella sua mente e il suono della sua voce era vivo dentro di lei, non riusciva a liberarsene.
Nei giorni che seguirono Kathrin si chiuse in una sorta di clausura forzata, aveva paura ad uscire da quella stanza, anche se doveva farlo per mangiare, ma a parte lei, nessun’altro si rendeva conto del diminuire continuo del numero dei monaci. Non riuscì neanche più a trovare il frate che l’aveva accolta la sera del suo arrivo e questo la intimoriva, inoltre solo di sera riusciva a vedere il viso del giovane, che non le rivolgeva la parola.
Questi erano i suoi giorni, ma le notti erno ancora peggiori. Dormiva poco e soprattutto male, i suoi sogni erano confusi e dolorosi, sentiva la voce di suo padre e il ricordo dell’attacco dei briganti era sempre vivo nella sua memoria, poi la voce del giovane e il grido disperato di tanti uomini. Decise che doveva assolutamente abbandonare quel posto maledetto, non riusciva a sopportare più quell’atmosfera di dolore che la avvolgeva da giorni, anche se i monaci l’avevano sempre trattata con tutti i riguardi lei sapeva che stavano fingendo. Provò più volte ad uscire dall’edificio, ma fu tutto inutile, ogni volta qualche monaco la bloccava e la costringeva a rimanere dentro. Non usavano la forza, ma le loro parole sembravano calmarla, poi una volta in camera tutto tornava come prima. Un notte, svegliata nuovamente da quelle voci e da quello strano dolore che le scuoteva il petto e le faceva accelerare i battiti del cuore si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra. Osservando fuori vide una splendente luna chiara e tonda, le sembrò di riuscire a scorgere i lineamenti di una donna in quella facciata così luminosa. Le voci nella sua testa non cessavano e le gridavano, tanto le orecchie le dolevano per lo sforzo. Urlavano e lei aveva tanta voglia di farlo smettere, sentiva dentro di lei il desiderio di rivedere quel giovane, ma lo temeva come mai aveva temuto neanche la sua stessa morte. Appoggiò le mani al davanzale della finestra e fece un respiro, le stelle le illuminavano i biondi capelli e il viso pallido, le lacrime le bruciarono gli occhi arrossandoli, ma nonostante fosse in quello stato, la sua bellezza non era diminuita affatto. Rimanendo in quella posizione, chiuse gli occhi e con un lungo respiro, mentre le voci diventavano sempre più insistenti decise cosa doveva fare… un altro respiro poi le voci si unirono in rumoroso
“No!”…poi il buio avvolse tutto e le voci cessarono…

Oggi…

- Certo che passare tanto tempo davanti ad un computer e sopra tanti polverosi libri non è proprio la mia giornata ideale…che noia!- Sbuffò di nuovo continuando a pigiare alcuni tasti a caso, per continuare a vedersi apparire sul monitor sempre alcuna risposta, tanto che si stava demoralizzando sempre di più. - Non prendertela con me, non sono stata io che ti ho dato una ricerca tanto strana!- Questa era stata la risposta di Alessia all'ennesima lamentela della sua migliore amica Sara.
Le ragazze decedettero che per quel giorno, dato che ormai erano circa le sei di sera, non avrebbero trovato altro in biblioteca che un bel niente.
Uscirono dall'edificio in cui stavano trascorrendo i loro migliori anni, entrambe frequentavano il terzo anno del liceo e quella vecchia scuola la conoscevano come se fosse la loro casa. Un vecchio plesso scolastico in mattoni, che nei giorni di sole sembrava dovesse sciogliersi a causa del colore rosso che assumeva.
- Chissà poi come gli è venuto in mente al professore di farci fare una cosa simile?-
- Se non avessimo letto quel racconto horror non ci avrebbe mai pensato, che diavolo dovrei scrivere in una relazione che si intitola “Misteri del mondo oscuro: demoni, vampiri…”- per un secondo Sara rabbrividì al solo pensiero, quelle storie non le erano mai piaciute e dover fare una relazione su un simile argomento la spaventava. - mi sa che questa notte non chiudo occhio, comunque appena a casa cerco qualcosa, mamma adora questo genere di libri, magari la incentro sugli scrittori che sono appassionati dall'oscuro potere!- Fece un gesto con le mani, come per agguantare la compagna, che rise e si scansò velocemente assumendo un’espressione spaventata, poi entrambe iniziarono a ridere e lasciarono l’edificio salutando il bidello che teneva aperta la biblioteca fino a quell'ora.
Si salutarono e presero la strada per tornare a casa. Sara proseguiva tranquilla verso casa, un leggero vento le spettinava i lunghi capelli biondi che teneva legati con un fermaglio antico, dono di sua nonna quando era bambina.
Sara era affezionata a quella strana signora, come la chiamava lei in tono scherzoso, nelle foto in cui sua nonna era giovane era identica a lei come era ora e quando le donò quel fermaglio le disse che era tramandato dalla sua famiglia da generazioni e che aveva visto cose malvagie, ma l’avrebbe sempre protetta.
Nel fermaglio era incastonato un vecchio rosario con perle rosa e una croce d’oro, mentre tutti i finimenti dorati, gli donavano proprio un aspetto antico, naturalmente lei sapeva che la nonna aveva comprato quel fermaglio ad un mercatino, ma credere che fosse prezioso gli donava un so che di misterioso che le piaceva.

Il mattino seguente Sara incontrò la sua amica poco prima di entrare a scuola, Sara le raccontò di come si era completamente dimenticata della ricerca e che avrebbe chiesto al professore di farle usare un computer dell’aula multimediale per cercare qualche informazione in più.
- Certo… io ti conosco, tu vuoi solo saltare l’ora di storia!-
- Con questo? Unisco l’utile al dilettevole cosa c’è di sbagliato Ale?- L’amica le fece l’occhiolino e appena il professore acconsentì alla richiesta Sara si diresse subito verso l’aula dei computer. Più che una stanza sembrava un ripostiglio, ma molte stanze dell’edificio erano così piccole, tempo addietro era usato dai monaci e quelle stanze erano adibite all’isolamento completo e alla preghiera. Sara si sedette di fronte ad un monitor, accese il computer e avviò la ricerca su internet. In effetti non sapeva neanche cosa cercare e, quindi, con il passare dei minuti, la ricerca svanì dai suoi pensieri e iniziò a fare visita a siti divertenti e prendere immagini degli attori che le interessavano.
L’ora stava quasi per finire e decise di lasciare l’aula, ma quando fece per alzarsi lo schermo del computer divenne nero e dopo un secondo comparve l’immagine di un vecchio articolo di giornale, non vi era riportata la data dell’articolo ne chi lo avesse scritto, ad ogni modo la curiosità la pervase e posò gli occhi sul testo iniziando a leggere.
L’articolo riportava uno strano evento accaduto in un seminario, narrava di come dopo giorni senza ricevere alcuna notizia dal seminario, alcuni uomini vi entrarono trovandolo completamente disabitato. Tutte le stanze erano riordinate e pulite, ma dei frati alcuna traccia.
Nella ricerca venne scoperto il cadavere di una donna bionda nel giardino, tutto faceva pensare che si fosse uccisa gettandosi dalla finestra, poi dopo giorni di ricerche anche i corpi dei monaci vennero rinvenuti nel sotterraneo, nascosti proprio sotto l’ultima rampa di scale.
Un brivido percorse la schiena di Sara, ma non scostò gli occhi dal monitor, poi facendo scorrere il mouse le apparve il ritratto dell’edificio e della donna trovata morta.
Il suo cuore fece un sussulto e sembrò fermarsi, sbiancò improvvisamente, chiuse e riaprì gli occhi come per capire se fosse vero. La donna aveva i suoi stessi lineamenti, i suoi occhi, i sui capelli, era identica alla foto che la nonna gli aveva mostrato qualche tempo addietro mentre le parlava della loro sorprendente somiglianza.
Sara non poteva sbagliarsi, la foto ritraeva sua nonna e quindi anche lei, mentre l’immagine dell’edificio dove si era compiuta la strage era identica alla sua scuola. Cercò di catturare da quello stralcio di articolo più informazioni possibili, la curiosità di sapere qualcosa della sua famiglia, qualcosa di misterioso la spaventava, ma la eccitava allo stesso tempo. Cercò l’autore, ma non vi era traccia, neanche sotto le immagini c’era scritto nulla. Muoveva il mouse cercando di salvare quell'articolo, ma non vi riuscì.
Intenta nel suo lavoro, non sentì il suono della campanella e nemmeno i passi di qualcuno che le si avvicinava. Camminava lentamente per non farsi sentire e le si portò alle spalle, poi si abbassò e la cinse forte facendola sussultare dallo spavento. Ad ogni modo Sara riconobbe quelle braccia e si lasciò andare dell’abbraccio. La persona si sedette al suo fianco e la fissò dritta in viso, poi le parlò dolcemente, mentre con la mano le accarezzava una guancia.
- Che fai ancora qui? Non hai sentito la campana della ricreazione? Mi tradisci con internet per caso?- Sara sorrise poi fece un cenno al ragazzo chiedendogli di osservare il monitor, il giovane la vide agitata e fece come gli era stato detto, posò gli occhi sul monitor e rimase a fissare l’immagine.
- Allora non dici nulla, non ti sembra strano?-
- Oh vedo, vedo…- il ragazzo si toccò il mento con appena una punta di barba appena rasata, aveva due anni in più di lei, capelli castani corti e due grandi occhi nocciola molto espressivi. -… vedo un cane che rincorre un gatto, interessante se ci clicchi sopra il gatto perde le staffe e ti spara, c’è l’ho anch'io questo giochino!-
- Ma no guarda la…- Dovette fermarsi. L’immagine era sparita, c’era davvero quello strano gioco del gatto e non più il vecchio articolo. Sara premette i tasti a caso cercando di trovarla, poi si rassegnò sentendosi gli occhi di lui puntati addosso e che cercavano una risposta a quello strano comportamento. Rinunciò lasciando cadere le braccia all'indietro, stanca e rammaricata. Volse lo sguardo verso il giovane e sorrise.
- Forse mi sono stancata troppo per oggi Stefano! Vieni andiamo in cortile prima che suoni di nuovo.- Si alzarono entrambi e Stefano prese la mano di Sara, felice di averla vista sorridere e uscirono. Naturalmente lei non aveva dimenticato nulla e avrebbe indagato, ma non in quel momento, voleva prima di tutto dedicarsi al suo ragazzo e poi ai misteri.

Le giornate trascorsero solite, Sara cercava in tutti i modo di trovare qualche notizia su quella strana storia, ma su internet non aveva avuto buoni risultati e nessuno sapeva nulla, quindi anche chiedere era inutile. La ricerca che le era stata assegnata passò inosservata, anche perché il professore si era assentato improvvisamente da scuola e la sua supplente non sapeva nulla del compito. Indagava a più non posso anche contro volontà di Stefano, che ormai non riusciva a vederla come avrebbe voluto. Lo stava trascurando le disse una sera e questo non piaceva a nessuno dei due, tanto che Sara si convinse e cercò di lasciar stare quella inutile indagine per tornare alla sua solita vita.
Era sera, Sara e Stefano avevano appuntamento davanti alla fontana poco distante dalla scuola, volevano uscire insieme dopo tanti rifiuti da parte di lei. Per farsi perdonare gli aveva comprato una scatola di cioccolatini, voleva prendere il ragazzo per la gola e farsi perdonare per essere stata fredda in quei giorni. Aveva indossato un gonna in jeans corta e stivali neri con i tacchi, una camicetta bianca aderente che Stefano aveva detto più volte che adorava, anche se mentre lo aspettava si era chiusa nel cappotto per proteggersi dal vento freddo. Si sedette su bordo della fontana spenta ad aspettare.
La luna saliva in cielo presto e quella sera era piena, tonda e vivace. Le sorrideva dall'alto e le faceva compagnia nell'attesa. Un’attesa che si rivelò lunga e che la costrinse a rientrare a casa. Stefano non si era presentato. Sara camminava verso casa con le lacrime agli occhi, rabbia e tristezza nel cuore. Perché non si era presentato, forse voleva punirla per essersi comportata male?
Ad ogni modo lo avrebbe incontrato il giorno dopo a scuola e lo avrebbe letteralmente aggredito gridandogli contro che anche se lei si era comportata male non era giusto farla aspettare sola e di notte. Lo avrebbe perdonato, ma avrebbe anche ingrandito la cosa per farlo sentire in colpa, infondo era stato crudele darle buca in quel modo.
Era a due passi da casa, le luci della sala illuminavano le finestre, vide parcheggiata l’auto del padre di fronte al cancello e un’altra auto dietro, che lei riconobbe essere di Stefano. Iniziò a correre ed entrò in casa velocemente cercando con lo sguardo il suo ragazzo, ma non lo vide. Al contrario si voltarono verso di lei sua madre pallida e con gli occhi rossi, il padre che non riusciva neanche a guardarla in viso… l’ansia e la paura le crebbero improvvise… poi una donna in lacrime stretta ad un uomo anch'esso sconvolto, i genitori di Stefano… il cuore le batteva forte e il respiro gli si mozzava a metà dolendole il petto. Sara cadde in ginocchio e il padre corse da lei per sorreggerla, in qualche modo sapeva cosa stavano per dirle, ma non voleva, non aveva alcuna intenzione di sentire quelle parole, anche se nella sua mente risuonavano calde e dolorose, come stampate a fuoco, come un marchio che non si sarebbe mai cancellato.
 - Piccola calmati… lo so che è difficile, ma fatti forza…- Il padre di Sara sapeva che quelle parole non potevano che peggiorare la situazione, ma non sapeva cosa altro dire. Poi ad intervenire su la madre di Stefano, la sua voce era rotta dalle lacrime e dal dolore.
- Sara… Stefano è… lui è…-
- Non voglio sentirlo! Non voglio saperlo! Non è vero!-
Sara si strinse le mani sulle orecchie e cercò di isolarsi, ma le era impossibile, riusciva ancora a sentire le parole di quella donna che cercavano di dirgli tutto, ma non ci riusciva. Il padre la strinse tra le braccia e cercò di calmarla, Sara piangeva forte e si stringeva nelle braccia del padre, ora lo sapeva… anche se lo aveva già intuito dai loro sguardi… sapeva tutto. La donna a fatica continuò.
- Questa mattina lo abbiamo trovato in camera sua. Era steso sul letto coperto di sangue… è morto, qualcuno lo ha ucciso!- La donna gridò disperata, poi tutto fu come farsi silenzioso e buio, Sara aveva perso i sensi. La sua incoscienza durò tutta la notte e i quegli interminabili momenti fu come fare un tuffo nel passato, rivedeva il volto di Stefano sorridente, sentiva la sua voce, poi il silenzio e subito dopo un’altra voce, non la conosceva, ma si sentiva attirata da quello suono, simile ad un canto, una melodia triste, una melodia di morte.
Provò ad aprire gli occhi, sentiva sotto di lei il calore del suo letto, la morbidezza delle lenzuola e… uno strano freddo la prese, qualcosa di etereo e irreale le era accanto.
Voltò lo sguardo e vide una strana figura seduta accanto a lei, provò a chiamare qualcuno, ma la sua voce moriva nel silenzio. La figura si avvicinò e come se avesse acceso una luce il suo volto si illuminò, un viso pallido, ma perfetto e bello, con grandi occhi chiari, di un colore simile al cielo estivo privo di nuvole.
Il viso le fu sempre più vicino e parlò.
- Finalmente! Finalmente sei ancora mia!-
Poi tutto tacque e Sara riaprì gli occhi, era mattina e il sole che filtrava dalla finestra le ferì gli occhi. Forse il dolore di aver perso Stefano l’aveva così sconvolta da farle sognare una simile cosa, ma dentro di lei sentiva che non era frutto solo della sua immaginazione. Poi il volto di Stefano le ferì la mente e il cuore, in quella stanza, la sua stanza, tutto lo riportava alla mente, le foto appese al muro, il pupazzo che le aveva regalato a Natale, persino l’aria sembrava aver conservato il suo profumo. Si sentiva vuota e sola, si gettò di nuovo sul cuscino, lo strinse e pianse nuovamente.
Non tornò a scuola per giorni, al funerale di Stefano erano presenti molti compagni di scuola a cui non rivolse neanche una parole, non parlò neanche con Alessia, anche se la ragazza aveva cercato in molti modi di farla stare bene. Riuscì ad uscire di casa solo dopo una settimana dal funerale e decise di andare a scuola. Stranamente nessuno aveva più parlato dell’accaduto, non si sapeva nulla come se fosse stato tutto dimenticato e lei questo non riusciva ad accettarlo.
Qualcuno le aveva portato vi a Stefano e nessuno lo cercava, indagava o faceva domande, perché?
Si sentiva stanca e provata, aveva passato notti insonni e travagliate, disturbata dalla voce di Stefano che chiedeva aiuto e la voce melodiosa che ripeteva di averla trovata. Forse stava diventando pazza e se ne stava rendendo conto lentamente. Si fermò davanti al portone della scuola, entrare significava per lei aver superato la morte di Stefano e in realtà non era così, le avevano ripetuto che doveva andare avanti, ma come poteva farlo?
Entrò e tutto le sembrò diverso. Si impegnò a fissare ogni particolare dell’edificio, ogni viso e ogni espressione dei suoi compagni, come se non dovesse più rivederli. Si avviò in classe ed entrò, ma non appena in classe si sentì gli occhi dei compagni addosso, la osservavano seri, nessuno riusciva a dire nulla e quel comportamento le fecero sparire tutta la determinazione.
Chiuse la porta e uscì appoggiandosi alla parete, dove pianse ancora respirando a fatica. Sentì i passi avvicinarsi alla porta e si allontanò velocemente. Lasciò la borsa a terra e corse a nascondersi al piano inferiore dell’edificio. Si ritrovò al buio tra sedie e banchi ammucchiati, si inginocchiò e continuò a piangere in silenzio, mentre la voce di Alessia e dei compagni la cercavano invano. Si tappò le orecchie e cercò di chiudersi in quel dolore, nessuno l’avrebbe aiutata.
Poi fu come se fosse sceso un silenzio, nell'oscurità dello stanzino aprì gli occhi, davanti a lei c’era una figura, sembrava un ragazzo che la osservava. Quell'essere osservata in silenzio la innervosì e scattò come una furia.
- Che vuoi? Sei qui per tirarmi su il morale, non mi serve vattene!- Il ragazzo non rispose, ma si chinò su di lei facendole vedere il suo viso, un viso bello con dei grandi occhi azzurri, e lei ebbe la sensazione di conoscerlo, tanto che rilassò e si scusò per la sfuriata.
- Ti ho sentito piangere e pensavo ti fossi ferita, in questo stanzino non si vede un accidenti!- Sorrise e Sara si sentì sempre più tranquilla. - Vieni su e non piangere, le lacrime ti donano un bel viso non lo sapevi.- Sara accennò un sorriso forzato, poi prese la mano che quel giovane le tendeva e si rialzò. Toccandolo le aveva trasmesso una strana sensazione di freddo, ma un gelo tranquillo e sereno, di pace. Sara, una volta in piedi, lasciò la mano e si asciugò gli occhi, poi tornò a guardarlo, ma non lo vide più, come era comparso era sparito.
Forse la situazione lo aveva messo a disagio e aveva deciso di lasciarla sola. Non ebbe tempo di pensarci, Alessia le era corsa dietro e la vide ferma nell'oscurità dello stanzino, le si avvicinò timorosa e la abbracciò chiedendole scusa.
- Non preoccuparti Ale è passato, mi sono solo lasciata trasportare, torniamo dentro adesso ok?- La ragazza con le lacrime agli occhi osservò l’amica, Sara era strana, ma non chiese nulla e la riaccompagnò in classe. Il silenzio e l’imbarazzo facevano da padroni in quell'angusta stanzetta, la lezione proseguiva ancora con la solita supplente, del professore nessuna notizia, ma nessuno si chiedeva nulla.
Così trascorse il ritorno a scuola di Sara, in silenzio. Identico fu anche il giorno seguente, ma solo esternamente. Dentro di lei qualcosa era cambiato. L’incontro con quello strano ragazzo le aveva riportato alla mente tante cose e come le altre anche il giorno in cui aveva letto quello strano articolo riaffiorò. Sara lo aveva messo da parte era dedicarsi al suo ragazzo, ora che lui non c’era era decisa a finire ciò che aveva iniziato, anche se non sapeva da dove. Da quando i suoi pensieri erano rivolti a quell'indagine, la notte non riusciva a chiudere occhio. Da prima i suoi sogni sembravano sempre identici, era in una stanza misera e spoglia, una finestra che dava su un giardino e una figura china su un tavolo, poi mano a mano la visione diventava sempre più chiara e vide una donna che scriveva su un vecchio quaderno rilegato in pelle, la donna era pallida e visibilmente spaventata, scriveva in fretta e lo faceva continuando a guardarsi intorno accompagnata da un tintinnio strano prodotto da un rosario rosa messo a modo di bracciale.
Poi la visione sparì e una voce la chiamò, una voce dolce e melodiosa, ma non chiamava lei bensì una certa Kathrin poi la voce taceva e lei si svegliava. Ormai erano tre notti che faceva quel sogno, ma quella notte qualcosa era diverso, una sensazione la pervadeva, come se sapesse qualcosa in più. Si sedette ansimante sul letto e si guardò intorno, poi una voce le prese la mente.
- Brava ci sei arrivata!- Era spaventata, continuava a guardarsi intorno cercando da dove provenisse quella voce e lo vide, fermo davanti alla finestra c’era un’ombra dall'aspetto umano. L’ombra si voltò e la luce della luna lo illuminò, era il ragazzo che aveva incontrato a scuola, non poteva sbagliarsi, era da lui che proveniva quella voce dolce. Il ragazzo si mosse e in poco tempo si trovò sul letto di lei. Sara non riusciva a muoversi, come se quegli occhi azzurri l’avessero bloccata, sentì il suo tocco gelido lambirle la pelle e rabbrividì, poi il suo viso così vicino a quello di lei, da poter sentire il respiro, ma non lo avvertiva, anche se sentiva la sua bocca a pochi centimetri dalla sua, non percepiva il suo respiro, non lo aveva.
Continuava a fissare quell'immagine sempre più vicina, tanto che le loro labbra si toccarono, una calda e morbida, l’altra fredda e più rigida, ma allo stesso tempo il bacio che ci fu tra loro era saturo di sentimento e calore. Poi il bacio finì e Sara chiuse gli occhi.

Il mattino seguente corse a scuola, sentendo ancora sulle sue labbra il sapore di quel bacio dolce e freddo al contempo. Saltò completamente le lezioni e corse in biblioteca. Era come se qualcuno la guidasse, sapeva cosa cercare e dove cercare. Si accostò ad uno degli scaffali più oscurati di tutta la stanza, non c’era nessuno e lei poteva agire come meglio credeva. Cercò tra i libri impolverati, ne spostò uno poi un altro tastando con le mani dove non poteva arrivare con lo sguardo e alla fine trovò ciò che cercava. Tirò indietro la mano e con lei un vecchio quaderno in pelle impolverato. Lo strinse a se e si sedette in un angolo sfogliandolo lentamente, per paura di rovinarlo. La scrittura le sembrava proprio quella che aveva visto nel suo sogno, femminile, ma affrettata, come se la donna che lo aveva scritto non avesse abbastanza tempo. Decise di leggerlo tutto, dalla prima all'ultima pagina, alcune pagine non riusciva a leggerle, altre invece erano un po’ rovinate, ma avrebbe capito cosa stava accadendo.
… Sono arrivata al monastero e subito mi sono pentita… quell'uomo ha cercato di baciarmi e io non mi sono sottratta… mi faceva paura e quando mi sono stretta a lui, è scappato, forse il rosario rosa che mi ha dato quel monaco lo ha spaventato…
Il rosario rosa! Lo aveva visto nei suoi sogni ed era lo stesso che aveva incastonato nel fermaglio di sua nonna, cosa significava? Continuò a leggere.
…i monaci sono sempre di meno, spariscono ogni giorno… voglio scappare, ma mi bloccano… e poi quegl’occhi li sento sempre su di me non riescono a lasciarmi andare…”
Da quella frase in poi i toni assunti dalla donna erano più dolci, ma la scrittura sempre più frettolosa. “…stasera è tornato nella mia stanza, non so chi sia, non so il suo nome, ma sono attirata a lui come un pesce ha bisogno del mare per vivere, il mio cuore ne ha bisogno… mi ha baciato, ha le labbra più fredde della pietra, ma un bacio caldo e dolce come quello non credevo potesse esistere… mi vuole! Lo sento nella mia testa, la sua voce che mi desidera e forse io cederò alle sue parole… ho ceduto! Questa notte ha avuto ciò che voleva, mi ha stretta a se e ha avuto il mio corpo a suo piacimento e la mia anima… ho un segno rosso sul collo, lo sento pulsare e mi spinge ancora di più tra le sue braccia… ho paura, voglio smettere con tutto questo! Stringo il piccolo rosario, ma quando sto con lui lo tolgo sempre, chissà perché? Ad ogni modo non ce la faccio, la luna e la notte mi chiamano… forse li seguirò presto…”
Queste le ultime parole del diario, poi solo pagine vuote e strappate. Quelle rivelazioni l’avevano scioccata, tanto che non si era resa conto dell’ora tarda. Il sole stava tramontando e doveva sbrigarsi ad uscire. Decise di riporre il diario al suo posto, tornò quindi dietro gli scaffali e rimise il diario dietro la file di libri polverosi. Quella decisione però la rallentò, tanto che per il ritardo il bidello chiuse la porta a chiave lasciandola sola e al buio. Sara, dopo aver riposto il diario si diresse verso l’uscita, appoggiò la mano sulla maniglia, la girò, la porta ma non si aprì. Chiusa.
Sara era rimasta chiusa nella biblioteca della scuola e a nulla servirono i suoi gridi di aiuto, tanto che dopo un po’ dovette sedersi sconsolata, si passò una mano tra i morbidi capelli biondi, toccando il fermaglio con il rosario e sospirò.
- E adesso come faccio ad uscire!?- Sospirò di nuovo e alzò gli occhi, la stanza sembrava piombata in una strana oscurità, provò ad accendere la luce, ma non accadde nulla, ci riprovò e ancora niente. Stava accadendo qualcosa e lei lo avvertì, l’aria era come pesante e densa, in quella stanza c’era qualcun altro e ne ebbe conferma quando sentì una voce lontana parlarle.
- Non ti preoccupare di come uscire, tanto la cosa che ti deve preoccupare è come fare a scappare da me questa volta!- Sara si guardò intorno spaventata, cercò il modo di uscire girando di nuovo la maniglia, anche se sapeva essere tutto inutile.
- Chi sei? Non spaventarmi in questo modo ti prego!-
- Le preghiere non servono, e poi sai chi sono hai letto il diario no?- Il respiro di Sara si faceva sempre più intenso, quella voce era dolce ed era la stessa che aveva sentito durante le suo notti insonni, la stessa di quel ragazzo nello stanzino che l’aveva calmata dalle lacrime.
- Io…si ho letto il diario, ma era molto confuso, non ho capito molto.-
- Forse, ma dimmi ti è piaciuto quello che hai letto?- Sara non riuscì a capire bene il significato di quella domanda e rispose con le labbra serrate dalla paura, quel comportamento non piacque a quella persona.
- Mi ha fatto paura!- Non ebbe risposta, tutto tacque nel silenzio dell’oscurità in cui Sara era sprofondata. Si sentiva immobile e indifesa, alla mercé di quella persona. In quel momento sentì una mano accarezzarle il viso, una mano fredda e morbida allo stesso tempo, mentre l’altra le prese il braccio guidandolo sui capelli di lei e facendole toccare il fermaglio con il rosario. Sara lo strinse e lo slacciò, poi lo poggiò sulla stessa sedia su cui si era seduta poco prima.
- Ecco ora va meglio…- I capelli di Sara si sciolsero e ricaddero in avanti, lui le lasciò il braccio e li accarezzò dolcemente. Sara non si mosse, come se tutto ciò le facesse quasi piacere, solo dopo qualche altra dolce carezza riuscì a parlare di nuovo.
- Dimmi chi sei, voglio tanto capire cosa sta succedendo…- Solo in quel momento il viso del ragazzo si fece visibile, un bel viso ovale e perfetto, occhi profondi azzurri e un sorriso dolce e etereo. Ora non aveva più dubbi, aveva sognato quel viso, lo aveva visto nei suoi incubi e ora era davanti a lui, lo stesso viso che la sera precedente l’aveva baciata con tanta passione.
- Io non ho un nome, perché la maggior parte delle persone che incontro non rimane abbastanza per poterlo imparare, ma Kathrin… lei mi chiamava solo amore…-
- Perché dici così?- Lo interruppe Sara ora incuriosita e catturata dal profondo degli occhi di lui. - Non interrompere! Capirai presto credimi. I miei occhi ipnotizzano le persone, con le loro menti fragili cadono vittime delle loro stesse suggestioni, ma Kathrin è stata l’unica in grado di ipnotizzare me, bella e fragile allo stesso tempo… non ho potuto impedire il suo suicidio… ma ora ci sei tu, abbastanza forte da non cadere preda delle tue paure, ed arrivare fino a me!-
- Non capisco… vuol dire che hai ucciso tu i monaci del seminario ed eri tu l’uomo di cui parlava nel diario?-
- In quanto ai monaci dovevo in qualche modo mangiare. In quanto a Kathrin, con lei ho passato momenti bellissimi, poi quanto quella sciocca si è tolta la vita ho dovuto far in modo che il suo ricordo arrivasse a qualcuno in grado di sostituirla e sei arrivata tu identica nell'aspetto e nella mente, ma tu non cederai come ha fatto lei… sei arrivata a me con pochi indizi.- Sara sentiva la bocca di lui vicina, le tocco il collo posandole un lieve bacio, poi salì lentamente fino alla bocca, ma prima di poterla baciare, sentì una goccia calda bagnargli le labbra, Sara stava piangendo e cercava di dire qualcosa. Il petto di lei sussultava ad ogni respiro.
- Allora vuol dire che tutto quello che mi è successo è opera tua, anche la morte di…-
- Si, ma questo…-
- Ma cosa!?- Sara gridò e per la prima volta riuscì a staccarsi da quella presa innaturale, cadde seduta sul pavimento il lacrime, si chiuse il viso tra le mani singhiozzando, ma continuò ad aggredire quel ragazzo con le parole. - A cosa è servito? Mi ha fatto solo stare male e mi ha solo rallentato!-
Il ragazzo si chinò su di lei e tornò ad esserle vicino come aveva fatto poco prima, nella sua voce si leggeva ora una punta di stizza per quella reazione, ma cercò di contenersi.
- Forse hai ragione, lui non c’entrava nulla, ma volevo averti solo per me, volevo che la tua mente, il tuo corpo, ogni parte di te fosse concentrata su di me, era un ostacolo che ho eliminato.- Stava per baciarla di nuovo, ma quelle parole avevano ferito Sara che lo scacciò di nuovo, questa volta in modo ancora più violento. Quel gesto lo infastidì molto e per la prima volta il suo viso, da bello e luminoso come era sempre stato, mutò diventando orrendo e rivelando la sua vera natura. Sara lo vide e impallidì. Lui la prese di peso per le spalle, la fece alzare, poi la sbatté di forza sul tavolo in legno che si spezzò e lei precipitò rovinosamente a terra. In terra c’erano schegge di legno volate in tutte le direzione e il corpo della ragazza immobile. La schiena le doleva per la caduta e non riuscì a muoversi. Il ragazzo si fece più vicino, era visibilmente arrabbiato e urlò per la prima volta.
- Se non vuoi stare con me sarò costretto ad usare la forza, questa volta non mi lascio fregare, non sarò costretto ad aspettare ancora per averti!- Quel mostro la voleva davvero, voleva ritrovare le emozioni che aveva provato stare con Kathrin e le avrebbe avute anche con la forza, di questo Sara ne era certa e lei non poteva fare assolutamente nulla. Lo vide avvicinarsi e posarsi lentamente su di lei. Sentiva il peso del suo corpo su di lei e vide di nuovo quel viso sformato dalla rabbia, poi però, non appena lui le prese le mani, tornò ad essere ciò che era sempre stato. I lineamenti si rilassarono e tornò bello e soprattutto sereno. Sara sospirò, altro non poteva fare.
- Scusami se mi sono arrabbiato… quello che voglio sei tu e sarai come me presto. Staremo vicini per sempre.- Persa nuovamente nel profondo di quegli occhi, senza volerlo Sara inclinò la testa da un lato scoprendo il collo, il ragazzo aprì la bocca mostrando due canini appuntiti che si avvicinavano minacciosi a lei. La morse, Sara sentì i denti perforarle la pelle, ma invece del dolore sentì un lieve torpore, poi calore e infine si rilassò. Nonostante la situazione, la sensazione era piacevole, lo chiuse con le braccia chiedendogli di diventare ancora più deciso.
Poi qualcosa in lei cambiò, lo lasciò andare sentendosi debole e stanca, le braccia si posarono a terra e lui la strinse forte sollevandola leggermente e continuando a morderla sempre più forte. Muovendo un braccio Sara toccò con le dita un pezzo di legno, lo strinse e nella sua mente nacque il desiderio di liberarsi per sempre di quel mostro, ma lui la stava abbracciando e in quel gesto lei sentiva tanto amore, una sensazione che non aveva mai provato. Non riusciva a decidere, aveva paura, temeva la morte a cui quella persona l’avrebbe condotta, ma voleva restargli accanto, proprio come Kathrin tanto tempo fa.
Strinse il legno sempre più forte, tanto che delle schegge le ferirono la mano, poi lo avvicinò a se senza farsi scoprire e sospirò, chiuse gli occhi e decise di vivere. Sentì la stretta del ragazzo farsi sempre più debole fino a quando non cadde immobile accanto a lei, il legno era conficcato dritto nel cuore di lui. Sara lasciò la presa e cercò di riprendersi da quello strano torpore, voltò lo sguardo verso il corpo di lui e iniziò a piangere. Si strinse il collo con una mano e con l’altra accarezzò il viso del giovane, i suoi lineamenti erano completamente diversi, non aveva più quella lucentezza e dolcezza che a lei piaceva, ne lo sguardo orribile di quando si era arrabbiato, sembrava semplicemente un bel ragazzo, anche se nella su semplicità di mortale.
- Ero sicuro che lo avresti fatto…- la sua voce era smorzata e faticava continuare a parlare, ma lo fece ugualmente, quelle sarebbero state le sue ultime parole. -… tu sei stata l’unica che non sono riuscito ad avere… l’unica che ho amato….-
Chiuse gli occhi da cui si rivelò una lacrima, solitaria e calda in cui era espressa la felicità che lui aveva provato nel stare con lei e nell'essere morto tra le sue braccia.
Sara accarezzava un corpo mortale, un ragazzo come lo era stato il suo Stefano, chiuse gli occhi appoggiandosi a lui e pianse nell'oscurità della biblioteca, l’avrebbero trovata il giorno successivo, ma se non fosse stato così per lei sarebbe andato comunque bene.

Fine

Alla prossima storia nel cassetto... (si li ho messo di proposito i puntini di sospensione!)

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