Vecchie storie nel cassetto: La forza di un sogno (Cap da 0 a 2)

Ci siamo, ci ho messo un pò, ma mi sono decisa a rendere pubblica anche la seconda "vergogna" da riesumare.
"La forza di un sogno" è un racconto un pò più lungo rispetto al precedente "Il ragazzo senza nome" e fa parte del mio periodo romantico, in cui inserivo storie d'amore tormentate un pò ovunque.
Quando iniziai a scrivere ero totalmente presa da questa storia, ma arrivata ad un certo punto mi bloccai totalmente e fu davvero difficile finirla, come se mi fossi resa conto della marea di cliché e stereotipi di cui era farcita e non riuscissi a trovarvi un senso.
Poi la feci leggere a mia madre e a mia cugina e dissero che non era male, ma pensandoci ora forse lo dissero per non farmi dispiacere, sta di fatto che la completai e la lasciai a morire nel pc, infondo non ne ero soddisfatta e non avevo neanche voglia di metterci le mani sopra.
La pubblico perché, nonostante tutto, non riesco a cancellarla. Ho iniziato molte storie e buttate poi nel cestino perché non erano ne belle ne soddisfacenti, ma questa proprio non ho la forza di abbandonarla, ma quando la rileggo la mia espressione è sempre la stessa:
adoro questa gif!!
Ad ogni modo eccola qui, ricordo che "Le storie nel cassetto" sono mie vecchie creazione non editate e lasciate come come nacquero a quel tempo, prendetele sempre con un sorriso e chi lo sa, magari non sono proprio da buttare e mi viene voglia di correggerle.
Buona lettura.


La Forza di un Sogno



In Principio... 

La mattina avvolge nel tepore dei primi raggi del giorno la piccola isola che da lontano s’intravede. La spiaggia, dorata e soffice, si riscalda al sole, mentre le piccole onde al contrario la rinfrescano. Gli alberi ondeggiano dolcemente per il leggero vento della mattina, che cerca di portare via le prime foglie dell’imminente primavera. Sull’imponente scogliera, che da sul mare, si erge un castello di ampie dimensioni, la sua forma regolare, spezzata solo dalle quattro grandi torri, era avvolto dalla strana nube del mistero. L’isola era piena di piccoli villaggi, gli uni vicini agli altri. Gli abitanti vivevano in armonia commerciando e lavorando onestamente, ma da qualche tempo le cose erano molto cambiate. La fame e la sporcizia avevano invaso ogni cosa, le persone morivano di continuo, i raccolti scarseggiavano sempre più, fino a diventare completamente nulli e gli animali rimasti senza padroni e senza cibo vagavano trangugiando tutto quello capitava a portata di bocca, rovinando la vegetazione circostante, per poi morire miseramente. Il gran maniero però non sembrava risentire delle gravi condizioni del popolo, rimaneva fermo al suo posto e se dentro ci fosse qualcuno, questo nessuno lo sapeva per certo. Sono tante però le voci, che forse per invidia o per vaneggiamento, uscivano dalle magre bocche dei pochi sopravvissuti. Alcuni affermano che sui fiorenti villaggi fosse piombata la maledizione di una strega dai capelli argentei; altri invece sostenevano che la colpa della loro miseria fosse di un mostro, figlio di una strega e di un demone, che con il solo respiro fosse in grado di sterminare qualsiasi forma di vita. L’ignoranza delle persone fa sì che la colpa delle loro disgrazie sia sempre di esseri demoniaci o di streghe, ma non riescono a capire che per ogni fatto c’è un perché, nulla accade se non c’è uno scopo e forse il motivo di quella desolazione si cela in una sola e unica spiegazione, forse è la punizione che si meritano o forse è volere di Dio. Forse no? Magari l’unica spiegazione che c’è si nasconde tra i profondi cerulei occhi della donna, che da tanto guarda senza reagire le sventure della gente, dall’alto della grande e grigia torre, del funesto maniero. 

Capitolo 1 
Una donna, che nel silenzio dei ricordi, cammina sulla spiaggia. 

Ormai la primavera era nel fiore del suo tempo, tutto da fuori sembrava bello, l’armonia del posto era intatta, come se fosse appena stata creata. Le onde bagnavano la spiaggia, mentre il sole, che piano si alzava nel cielo, illuminava di rosso tutto il mare. Un rumore di passi faceva volare i notturni uccelli, cadenze leggere e molto eleganti, lasciavano sulla sabbia una lieve impronta di un piede scalzo. Il vento faceva muovere i delicati capelli della giovane donna, che al suo passaggio illuminava il posto con la propria candida e bellissima luce. Fermò il suo passo sulla riva del mare, l’acqua le bagnava i piedi e il lungo ed elegante vestito bianco, le cui maniche ampie e molto larghe, erano colorate di marrone solo ai bordi, mentre la vita era tenuta stretta da un lungo nastro color castagna. Tenne lo sguardo fisso verso l’orizzonte per molto, gli occhi azzurri come zaffiri riflettevano la fioca luce del sole appena sorto, poi si voltò come se qualcuno la chiamasse. Una voce ruppe quel silenzio che si era creato, una voce di un ragazzo che si rese visibile uscendo dai cespugli sulle sponde della spiaggia, si avvicinò facendo muovere il vestito da combattente, rosso con un mantello sulla spalla sinistra dello stesso colore. Una fascia bianca sulla fronte faceva sì che i lunghi capelli neri non andassero a dar fastidio ai suoi occhi profondi, che guardavano pieni di tenerezza la donna. Muovendo il braccio fece segno di andare parlando con tono fermo e rispettoso.
- Mia signora è ora di tornare a casa, la starà aspettando. - La donna fece solo un gesto con la testa per accettare quella proposta e si appoggiò al braccio muscoloso del giovane, che con molto rispetto la portò via dallo spettacolo di luci che si era formato grazie ai raggi del sole. Il sole ormai alto annunciava un arrivo imprevisto, dall'orizzonte bianche vele si facevano sempre più vicine alla riva dove poco prima era ferma la misteriosa donna. La nave si fermò poco distante, era mal ridotta forse a causa di un’inattesa tempesta, che l’aveva portata fuori rotta, l’ancora fu gettata in mare e non appena sbatté contro la superficie d’acqua, il rumore che produsse scosse i dintorni, ma nessuno scese. Era ormai pomeriggio da qualche ora, il sole era oscurato da scure nubi apparse da poco. Nessuno s’intravedeva nella nave che oscillava dolcemente sospinta dalle piccole onde. Di nuovo un rumore di passi si fece sentire, era lo stesso della mattina appena andata via e di nuovo, con il suo bel vestito la donna si fermò sulla riva a guardare la nave. Era sorpresa di vederla, come se non fosse mai successo e si stupì quando una delle scialuppe fu calata con dentro quattro uomini, dall’aria stanca e affamata. Dietro ad essa altre scialuppe vennero scese in mare e all’interno le facce dei marinai erano identiche. Nel momento in cui arrivarono sulla riva scesero tutti e alzarono lo sguardo verso la donna, che non si era mossa. I loro occhi s’illuminarono nel vedere un tale spettacolo, i capelli della ragazza erano candidi come la neve, la sua pelle era altrettanto pallida, ma allo stesso tempo bellissima, mentre tutti fissavano i suoi occhi un uomo emerse dal gruppo e con molta baldanza si avvicinò a lei presentandosi.
- Salve, il mio nome è Jonathan Craig, sono il capitano della nave e avremo bisogno di un’informazione! - La donna rimase in silenzio, facendo cadere Jonathan nell'imbarazzo a causa del suo comportamento e con molta umiltà provò a scusarsi della sua maleducazione. - Perdonatemi, mia signora! Non volevo mancarvi di rispetto in questo modo, il fatto è che non mangiamo da più di cinque giorni e la nostra nave è mal ridotta, per questo comprenderete la mia fretta. In ogni caso posso sapere come vi chiamate, se non sono indiscreto? -
La ragazza rimase impressionata da quel cambiamento così veloce e sorridendo rispose facendo ascoltare a tutti la sua melodica voce.
- Annabeth. -
- Sono lusingato di conoscervi. Ho visto, mentre arrivavamo qua, un gran maniero sulla scogliera e volevo chiedervi se sapevate chi vi abita e se possono darci una mano con le provviste, possiamo pagare se è necessario. -
Annabeth abbassò gli occhi diventando triste improvvisamente e con un tono molto scuro, per una donna come lei, rispose a quella giustificata richiesta di aiuto.
- Non dovete avvicinarvi al castello, se avete bisogno di cibo posso aiutarvi io, ma voi dovrete rimanete qui. - Con queste parole si voltò di scatto e cercò di andare via, ma la mano possente del ragazzo la fermò, come se non volesse lasciarsi scappare un tale tesoro. La ragazza voltò la testa stupita, lasciando che i capelli le cadessero davanti al volto. - Voi mi avete toccato, non vi fa paura il mio aspetto? -
- Perché dovrei avere paura di voi, siete una delle donne più belle che abbia mai visto, cosa vi turba in questo modo? - Annabeth rimase in silenzio guardando negli occhi Jonathan, come se cercasse di capire se stava affermando la verità, rimanendo unita a lui con la mano. Jonathan sorrise, ma il suo volto cambiò in un attimo espressione sentendosi puntata sul collo la lama di una spada molto affilata e la voce forte e preoccupata dello stesso ragazzo che, proprio uella stessa mattina, aveva chiesto ad Annabeth di tornare a casa.
- Lasciate subito la presa! Mia signora state bene? -
- Si, Daniel non preoccupatevi, mettete via la spada. - Jonathan e Daniel lasciarono, per così dire, la presa e Annabeth rassicurando entrambi sparì nella vegetazione insieme al ragazzo vestito di rosso, che la proteggeva. Tutti i membri dell’equipaggio erano ancora fissi con lo sguardo e anche Jonathan sembrava essere preda di quell'incantesimo, nessuno credeva che potesse esistere una donna così bella anche se molto misteriosa e una domanda, che tutti probabilmente si ponevano, era il perché dovessero stare lontani da quello che sembrava essere il castello dove lei abitava. Cercando di ritrovare lucidità, iniziarono a preparare un posto dove passare la notte, portarono giù dalla nave coltri e quel poco di cibo che era rimasto loro giusto per placare i morsi della fame che li tormentavano.
La notte era scesa e i marinai avevano sistemato tutto, il fuoco ardeva illuminando i visi dei presenti, scoppiettante e pieno di vita come a prima vista potevano sembrare i ragazzi che sedevano in cerchio, ma dietro, a dare un po’ d’allegria alla situazione, c’era la birra che non mancava mai. La voce di Jonathan emergeva come sempre dal gruppo e l’argomento era ovviamente il dolce incontro del pomeriggio.
- Quella donna è bellissima, non ho mai visto nulla del genere! -
- Forse, ma Jonathan hai visto i suoi capelli e tutto il resto, sembra una strega! -
- Sciocco, non parlare in questo modo! Quella donna ci aiuta e tu la insulti, ma se proprio vogliamo darle una definizione soprannaturale chiamiamola fata! -
Da dietro una voce, molto simile a quella di Jonathan, ma più giovanile, si fece sentire per la prima volta, un ragazzo uscì da una piccola tenda e avvicinandosi disse la sua riguardo Annabeth.
- Sarà anche una fata, come dici tu, ma non si può ignorare che sia strana. -
- Rich, tu pensi sempre al peggio! - Disse Jonathan alzando un bicchiere e porgendolo al ragazzo che si era seduto accanto a lui. - Fratellino non si può di certo affermare che sia brutta? Oh certo il tuo cuore è solo per Cindy, scusa! -
- Giusto fratello! Ma lo ammetto, quella ragazza è molto bella. - Con un grido di felicità Jonathan si alzò in piedi acclamando un brindisi a favore di suo fratello Rich.
- Festeggiamo compagni, Rich ha aperto gli occhi e guarda altre bellezze oltre alla sua amata! -
Rich imbarazzato rise e Jonathan riprese a bere. Il ragazzo voltandosi dalla parte opposta per nascondere la vergogna che si leggeva chiaramente sul suo viso, cercò di riprendersi, ma l’attenzione fu catturata da un movimento non molto lontano, cercò di mettere a fuoco la figura, ma l’oscurità lo impediva allora con una scusa si allontanò dal fratello. Camminò lentamente per non essere scoperto e si ritrovò solo sulla spiaggia, era certo di aver visto qualcosa e non riusciva a spiegare il perché ora stesse parlando da solo sulla spiaggia. Rassegnato, si voltò per tornare indietro e sorpreso si trovò davanti ad uno degli spettacoli più belli che avesse mai visto, la luce della luna illuminava il suo viso e il leggero vento le muoveva i lunghi capelli argentati e il vestito bianco, leggermente umido a causa dalle onde del mare. Rich la guardò intensamente e lei pur sapendolo non sembrava imbarazzata. Spostò leggermente la testa in direzione del giovane imbambolato e provò a sorridere.
- Così sarei strana, anzi no una strega? Non è la prima volta che lo sento dire quindi non mi offendo, ma fareste bene a parlare di me con più rispetto dato che vi sto aiutando. - Inizialmente il ragazzo non seppe che rispondere, ciò che aveva detto era vero e scusarsi non avrebbe risolto gran che, ma ci provò lo stesso.
- Mi dovete scusare, ma io credo che sia una reazione più che normale, voi siete così, così...-
- Potete anche dirlo, ormai le parole non mi feriscono più! Strana è la parola che volete dire, fate pure. So che il mio aspetto può fare paura, perciò giustifico ogni reazione. -
- Come fate a rimanere indifferente, com'è possibile che queste offese non vi tocchino, non vi facciano male? - Annabeth abbassò lo sguardo e con un tono più basso e triste rispose con una frase molto misteriosa che commosse il ragazzo.
- Ci sono molte altre cose che fanno più male delle offese credetemi. - Rich continuò a guardare la ragazza e improvvisamente, come trascinati da fili invisibili si ritrovarono l’uno di fronte all'altra, occhi negli occhi e in silenzio continuavano a guardarsi. Solo le onde rompevano quel romantico silenzio, Rich alzò il braccio e con la mano alzò il viso della ragazza facendolo avvicinare a lui, la baciò, ma non si rese conto che quel sentimento che lo travolgeva non toccava la ragazza, anche se non reagiva. La spinse a terra facendola sdraiare sulla sabbia umida, i capelli erano immersi nella lucente acqua e il ragazzo sopra di lei non sembrava essere intenzionato a fermarsi. Improvvisamente piccole lacrime uscirono dagli occhi color del cielo della ragazza, Rich si accorse subito di quel fatto e si scostò violentemente cadendo seduto di fianco a lei, che ancora non si alzava.
I suoi singhiozzi lo colpivano al cuore come dei piccoli coltelli e facevano male, lui non riusciva a capire come avesse potuto recarle un’offesa simile.
- Vi chiedo scusa, non mi sono mai comportato così prima, ma non so proprio cosa mi sia preso, perdonatemi Annabeth, ve né prego! - La ragazza si alzò lentamente, lo guardò sorridendomene con la mano si asciugava il viso segnato dalle lacrime, ma rispose come se non fosse successo niente.
- Non dovete scusarvi, se solo lui fosse dolce quanto voi! Potete chiamarmi Ania se volete. - La ragazza corse via verso il lungo e oscuro sentiero che portava al maniero sulla scogliera, mentre correva Rich la guardava e non riusciva a togliersi dalla mente la sua immagine e quelle parole piene di mistero. Rimase seduto per molto tempo, i suoi pensieri erano pieni di quel dolce nome
“... Ania! Ha detto di chiamarla così, forse il mio comportamento non l’ha offesa, ma perché piangeva? Chi è la persona di cui ha parlato prima di scappare via? ... Soltanto vederla sulla riva ad ammirare la luna, è bastato a farmi dimenticare la donna a cui avevo confessato il mio amore, ora nella mia mente non c’è più, nessun pensiero è rivolto a lei, colei che nel mio paese mi sta aspettando; ora nei miei pensieri c’è solo Ania...”
Prima che la notte diventasse giorno Rich tornò dai compagni e per fortuna non chiesero nulla a proposito della sua lunga assenza.
 Ania era arrivata da molto tempo al castello, si era rinchiusa nella sua stanza e continuava a piangere, mentre la luce della luna le faceva brillare i capelli ancora bagnati. Mentre piangeva il rumore di passi fuori dalla porta la fecero sussultare, qualcuno bussò dolcemente, ma lei stentò ad aprire. Si avvicinò lentamente e afferrò la maniglia, la porta si aprì con riluttanza e capì chi la stava attendendo sull’andito, un uomo poco più grande di lei, con un vestito elegantemente indossato che lo faceva sembrare d’origini nobili, i capelli di un castano molto scuro erano raccolti con una piccola fascia e gli occhi profondi e oscuri guardavano intensamente la ragazza. Entrò lasciando aperta la porta e facendo indietreggiare Ania fino a quando non si ritrovò seduta sul letto. Lui si avvicinò sempre di più e con un vigoroso gesto tirò via l’abito alla ragazza, che immobile subiva quella sopraffazione. Lei cercò di coprire il più possibile ciò che con quella violenza si era scoperto, mentre i suoi occhi tristi e innocenti lo guardavano.
- Non avevate mai avuto bisogno di annunciare il vostro arrivo. - Per la prima volta da quando era arrivato parlò e nella sua voce non s’individuarono la freddezza con cui aveva poco agito prima, ma le parole lo tradivano.
- Non volevo disturbare, ho pensato che fossi stanca! -
- Non ho fatto nulla che potesse stancarmi. -
- Non mentire con me, se volevi divertirti un po’ con i nuovi arrivati puoi dirlo benissimo! -
- Non è successo nulla, ho solo... - Cambiò espressione, si capiva che non accettava quel comportamento e che era piuttosto furente, si mosse portandosi sopra di lei. Ania lasciò il vestito che scoprì il suo bel corpo, lui non sembrò farci caso, come se lo avesse già visto molte volte e continuò la discussione rimanendo in quella posizione e bloccando ogni movimento della ragazza sotto di lui.
- Il tuo aspetto dice il contrario, ora sapremo se quel marinaio riesce a darti più di me!- Si piegò su di lei, ma Ania cercò di scostarlo dicendo di no.
- Non davanti a lui vi prego! - L’uomo si voltò e urlò alle persone fuori dalla stanza di andare via. Come ordinato la porta si chiuse e Ania rimase sola tra le braccia dell’uomo che poté disporre del corpo più bello per tutto ciò che in quel momento a lui potesse dilettare. Fuori ancora immobili Daniel cercò di ubbidire agli ordini del suo padrone.
- Ora dobbiamo andare, credo sia ora di dormire. - Entrambi si allontanarono lungo il corridoio e lasciarono che, colui che chiamavano padrone, potesse mettere a sua completa disposizione e a suo piacimento una donna fragile e dolce come Ania.
La mattina arrivò in fretta e il sole che entrava da uno spiraglio della finestra chiusa e oscurata, colpendo il volto della ragazza ancora addormentata, la fece destare. Ania si sedette sul letto guardandosi intorno, l’uomo della sera precedente non c’era più, ora era sola in un grande letto, solo il dolore le faceva compagnia.
La stanza era spoglia e scura, completamente contraria alla ragazza che ancora non si era né alzata né vestita, scese lentamente e indossò l’abito che aveva trovato appoggiato alla parete del letto, poi avvicinandosi al piccolo tavolo accanto alla finestra cercò di mangiare qualcosa, ma il vassoio d’argento, che tutte le mattine le veniva portato in camera con la colazione, ora le sembrava un’offesa e con un gesto di pura rabbia lo rovesciò a terra, scoprendo sotto di lui un biglietto indirizzato a lei. Lo prese e capì subito chi lo mandava, aprendolo trovò solo una parola scritta all’interno, ma il significato di quell'unica parola lei lo capì subito. Via.
Ania capì immediatamente che il suo padrone intendeva dire che le uniche persone a dover lasciare l’isola erano proprio i marinai arrivati pochi giorni prima e lei, triste per molti motivi, sapeva che era meglio ubbidire a quello che fin ora era solo un consiglio.

Parte Seconda 
Una donna, un padrone e una storia che lentamente affiora. 

Ania uscì nuovamente di casa, cercava in tutti i modi di stare lontana da quel castello di lacrime che la faceva soffrire. Iniziò a camminare, inizialmente intenzionata a tornare da Rich, ma la paura che il suo padrone potesse scoprire di nuovo quel “tradimento” le fece cambiare idea e si incamminò dalla parte opposta. Si ritrovò nella foresta, i suoni che gli uccelli emettevano si fermavano al suo passaggio, tutto diventava improvvisamente silenzioso, per poi riprendere vita a poco a poco. Si ritrovò in un piccolo paradiso, un giovane ruscello che sgorgava dalla parete di scura roccia e formava un piccolo lago. Intorno gli alberi miravano lo spettacolo di colori che l’acqua, riflessa dal sole, creava, mentre lo stesso sole forniva energia alle foglie degli alberi ristorandole con i suoi raggi. Ania si sdraiò su una grande roccia all’ombra di un albero facendosi cullare dal dolce vento che le accarezzava il viso, con una mano immersa nell’acqua chiuse gli occhi e si rilassò.
- Quando vorrei rimanere così per sempre, diventare come la roccia, essere bagnata dalla dolce acqua, invece che dalle salate lacrime, che sempre più spesso mi macchiano il viso, dimenticare tutto ed essere felice... - Da dietro un rumore si fece sempre più vicino, Ania pur sentendolo non si mosse e rimanendo immobile sdraiata su quella roccia, attese che la persona che ora era dietro di lei parlasse per primo. Così fu. La voce, che lei conosceva molto bene, non tardò a farsi sentire e lei contenta di ascoltarlo sorrise.
- Non potete diventare una sola cosa con la roccia, perdereste alcune persone che vivono solo per voi e per vedervi felice, anche se è difficile poter vedere il vostro bel sorriso ultimamente. - Ania si voltò senza però alzarsi, rimanendo quindi prona sulla roccia e lo guardò fisso negli occhi scoprendo tanta tenerezza, che forse prima di quel momento non aveva mai mostrato. Il ragazzo dal vestito rosso si avvicinò a lei e si sedette accanto alla roccia su cui era adagiata la dolce ragazza, che lui aveva il compito di proteggere. Alzò la mano e la poggiò dolcemente sulla fronte di Ania accarezzandola, poi senza fermare la mano le rivelò il suo grande problema, che gli affliggeva il cuore e da un po’ si leggeva anche nei teneri occhi.
- Mia signora io ho il compito di proteggervi dagli estranei, ma più il tempo passa e più mi chiedo se la persona da cui ho l’obbligo di proteggervi sia proprio il padrone? Io non vorrei sembrare irriconoscente nei suoi confronti, dopo tutto quello che ha fatto per me, ma i suoi modi di fare diventano giorno per giorno sempre più violenti. -
Ania gli strinse la mano per rassicurarlo e si mise in ginocchio dinanzi a lui, che aspettava una risposta che potesse calmarlo e lei con un lungo sospiro accompagnò la mano del ragazzo con al sua, facendola poggiare sul suo cuore e disse.
- Lo senti? Senti il mio cuore che batte sempre più forte? Una volta batteva per lui, ora forse batte un po’ di meno, ma in lui non è cambiato niente. Il mio padrone non è sempre stato così, forse è perché ha sempre paura di perdermi e cerca di avermi il più possibile anche senza il mio consenso. In ogni caso lui ha il diritto di fare ciò che vuole e io non reagirò mai e questo non è solo perché ora c’è Marcus, credimi. - Daniel portò via la sua mano dal petto della ragazza e l’abbracciò forte istintivamente, come se fosse innamorato di lei, ma il suo era solo un gesto puramente amichevole, che voleva far capire alla ragazza quanto tenesse a lei.
- Io tengo a voi più d’ogni altra cosa, siete la mia padrona, ma siete anche la mia migliore amica e se a voi sta bene così, io non interverrò finché non saranno le vostre labbra a chiederlo, allora capirò che per la prima volta avrete bisogno di me. - A quel punto anche Ania, commossa da quelle parole così dolci e vere, ricambiò il casto abbraccio, che mai fino a quel momento aveva ricevuto. Rimasero a parlare per tanto tempo, Ania era felice di avere accanto una persona che le voleva bene per quello che lei era e non per il suo aspetto, una persona che conosceva ogni minimo particolare della sua vita e non la giudicava.
Quando il sole iniziò a scendere, decisero di tornare al castello insieme, Ania aveva dimenticato ciò che era successo la notte precedente e Daniel si sentiva un po’ più sollevato avendo rivelato alla ragazza le sue preoccupazioni. Vicino alla spiaggia, tutti i marinai aspettavano notizie della misteriosa ragazza incontrata sulla battigia e che aveva promesso di aiutarli, ma quelli più ansiosi di rivederla erano in due. Rich e Jonathan erano insieme sulla spiaggia sperando di trovarla lì, parlavano tra di loro facendo attenzione a non menzionare il nome della ragazza, per qualche futile motivo di orgoglio, ma alla fine fu inevitabile e il discorso finì per incentrarsi solo di lei.
- Rich, tu l’hai vista? Come fa ad esistere una donna così bella? -
- Jonathan tu sei solo stato sorpreso dai suoi strani colori, è una donna come tante infondo. -
- Sarà anche come dici tu, però si comporta in un modo così misterioso, abbiamo capito che abita nel castello, allora perché non vuole che ci avviciniamo? -
- Non saprei, forse abita con qualcuno che non vuole essere disturbato? -
Rimasero per qualche secondo in silenzio a riflettere, poi Jonathan si alzò di scatto, come folgorato da una brillante idea e la spiegò al fratello.
- Ho trovato! Domani mattina andiamo un po’ in giro per l’isola in cerca di un villaggio e chiediamo a qualche abitante se conoscono Annabeth, non dobbiamo allontanarci tanto, giusto un’occhiata! -
- Non mi sembra molto corretto nei suoi confronti, ma se vuoi, domani ti accompagno. - Detto questo, Rich si alzò e insieme al fratello, contento per l’idea appena avuta, tornarono all'accampamento, si misero a dormire ed entrambi sognarono Ania.
La mattina arrivò subito, come se anche lei attendesse qualche risposta in più su Ania, che probabilmente già sapeva, ma che neanche lei voleva ammettere. Rich e Jonathan si alzarono quasi allo stesso tempo e sempre insieme si prepararono per partire alla ricerca di un villaggio, come avevano deciso la sera prima. Presero con se solo altri due uomini e dopo essersi armati partirono.
Le armi servivano solo da difesa e avevano la sensazione che forse le avrebbero adoperate, anche se sicuramente contro volontà propria. Camminarono per molto prima di scorgere qualche segno di vita, inizialmente scoraggiati pensarono anche che si trovassero su un’isola quasi disabitata, ma appena usciti dalla foresta si trovarono davanti ad un piccolo villaggio. A prima vista sembrava in buone condizioni, infatti tutti pensarono che avrebbero potuto ottenere dagli abitanti del villaggio le informazioni che volevano, ma appena si avvicinarono un po’ di più si resero conto che le case e tutto ciò che le circondava erano completamente marce e inutilizzate.
Il miasma che aleggiava era quasi insopportabile, Rich, Jonathan e i due compagni che li avevano seguiti si separarono e iniziarono a cercare qualcuno anche all'interno delle case, ma non trovarono nessuno, solo quell'odore di morte che circondava ogni cosa. Jonathan cercò anche nei campi vicini, ma trovò solo alcuni resti di animali e gli orti ormai incolti. Rich entrò in diverse case e le trovò in rovina come d'altronde erano all'esterno, mentre usciva da una delle capanne rischiò persino di venir colpito da un pezzo di legno di un soffitto, legno ormai marcio che si reggeva per miracolo. Appena scampato il pericolo, i compagni accorsero attirati dal rumore e iniziarono a chiedere al ragazzo se stesse bene. Rich non era ferito, la sua agilità lo aveva salvato, ma qualcosa si stava avvicinando. Un rumore di foglie li fece sussultare, si voltarono e presero le pistole in mano puntandole contro il presunto obbiettivo.
- Chiunque sia esca immediatamente! Non vogliamo fare del male, cercavamo solo qualche informazione! - Da dietro al cespuglio si sentì una voce di ragazzo, Rich e i compagni abbassarono le pistole, rimettendole al loro posto e dissero che poteva uscire tranquillamente, non gli avrebbero fatto del male. Così fu, un ragazzo di poco più di dodici anni si fece vedere, era magro e pallido, come se non avesse mai toccato cibo, si avvicinò timidamente, bloccato dalla paura.
- Avvicinati, non ti faremo del male, non preoccuparti! -
- Cosa ci fate qui signori? Da tanto non arrivano stranieri sull’isola, anzi per dire la verità io non li ho mai visti! - Uno dei ragazzi che avevano seguito Jonathan e Rich, mise una mano nella borsa e tirò fuori un pezzo di pane che porse al ragazzo.
- Come ti chiami? Sembra che non mangi da tanto, prendilo se vuoi non preoccuparti. - Il bambino prese il pane, che gli veniva gentilmente regalato, ma invece di mangiarlo lo mise da parte e ringraziando disse il suo nome.
- Tutti mi chiamano T.J., ma il nome vero è più lungo. Vi ringrazio molto per il cibo, ma non dovreste regalarlo così, non c’è niente che possiamo offrire in cambio. -
- Non devi preoccuparti, non abbiamo bisogno di niente per adesso, comunque non ci sono i tuoi genitori? Avremmo bisogno di un’informazione. - Il ragazzo diventò triste e abbassò lo sguardo rispondendo con voce bassa.
- I miei genitori sono morti tre anni fa, ho messo da parte il vostro dono per mia sorella, comunque potete chiedere a me se volete. - Jonathan parlò del loro problema, colpito dal racconto del giovane e facendo la stessa mossa del compagno, regalò un altro pezzo di pane al ragazzo che ritrovò il sorriso ringraziandolo ancora una volta di cuore.
- Sai T.J. anche io ho perso i miei genitori quando ero piccolo e ho dovuto prendermi cura di mio fratello Rich da solo, perciò ti capisco e so cosa provi. Allora dato che sei ormai un uomo posso farti una domanda da grande, diciamo così. Sai chi abita nel castello sulla scogliera? - Gli occhi del ragazzo si riempirono di paura, sapeva qualcosa e aveva paura di dirla, ma non poté rifiutarsi dopo tutto quello che avevano fatto quegli uomini per lui.
- I miei genitori mi hanno raccontato che nel castello ci sono presenze cattive. Vi abitano una donna dai capelli color della neve, una strega che ha lanciato una maledizione sui villaggi di tutta l’isola. Con lei ci sono anche dei demoni che eseguono tutti i suoi ordini e ogni tanto scendono dalla scogliera, prendendo sembianze di uomini e uccidono tutti quelli che sono in giro. Questa è la nostra punizione. -
Rimasero in silenzio per un po’, stupiti dall'esposizione del ragazzo che, da come lo raccontava, sembrava anche molto convincente.
- Quale punizione? Noi abbiamo incontrato quella donna e anche se il suo aspetto è diverso, non ci è sembrata una strega. -
- Anche io l’ho vista una volta, cammina per la foresta e si nasconde sempre dal sole. Non so perché la strega sia arrabbiata con noi, non ero nato o ero molto piccolo quando sono successe queste cose e i grandi non ne parlano mai, ma voi signori non avete notato un uomo sempre accanto a lei, vestito di rosso e con una spada? -
- Si, credo sia la sua guardia del corpo o una cosa del genere, perché? -
- Perché lui è tra tutti i demoni il più spietato, uccide a sangue freddo senza rimpianto chiunque cerchi di toccare la donna e una volta stava anche per uccidere mia sorella, dopo aver trucidato i miei genitori davanti ai miei occhi! -
- Se è così cattivo come dici perché dopo si è fermato? -
- Veramente è stata la donna ha dirgli di fermarsi, gli ha detto che se ci uccideva era come se avesse ucciso un certo Marcus, ma io non so chi sia. - Rich sorrise al bambino dolcemente e cercò in tutti i modi di far cambiare idea al fanciullo che parlava con tanta rabbia da farlo sembrare molto più grande.
- Se lo ha fermato, forse Ania non è così cattiva come sembra! - Jonathan lo guardò stupito e solo a quel punto Rich si accorse di aver commesso un errore, nessuno sapeva dell’incontro tra i due e nessuno l’aveva mai chiamata Ania fino a quel momento. Jonathan si rivolse al fratello con rabbia e lo aggredì con le parole.
- Come l’hai chiamata? Chi ti ha detto questo nome? Quando diavolo l’hai vista per poterla chiamare così? - Rich cercò di difendersi, ma ormai l’errore era stato commesso e non poteva rimediare, decise quindi di dire la verità, o per lo meno una piccola parte che di sicuro non avrebbe ferito il fratello.
- Tu avevi bevuto e non te l’ho detto, lei è venuta da noi la stessa sera che l’abbiamo incontrata, mi ha solo detto che in un paio di giorni avrebbe trovato tutto ciò che ci serviva e poi, insomma sai che non sono bravo a dare del lei, perciò le ho chiesto se potevo chiamarla per nome e mi ha risposto che potevo benissimo chiamarla così, non è successo niente, perché ti scaldi tanto? - Jonathan volle credere al fratello, anche se la sua versione non lo convinceva completamente.
Alla fine il ragazzo salutò tutti ringraziando continuamente, felice di aver incontrato delle persone strane, ma amichevoli e corse via verso le montagne stringendo forte il suo tesoro di solo due pezzi di pane, ma che in quei momenti così difficili gli avrebbero assicurato qualche giorno in più, mentre gli uomini tornavano all'accampamento, dividendosi una volta lì: Jonathan e gli altri due uomini rimasero insieme, mentre Rich si diresse verso la spiaggia, triste di aver dovuto mentire a suo fratello.
Ania uscì per la prima volta, dall'inizio della giornata, dalla sua camera e si ritrovò davanti ad una porta chiusa. Il suo cuore batteva forte ed entrò lentamente per non fare rumore. Chiuse dietro di se la porta e si avvicinò al letto accarezzando dolcemente il viso della persona che dormiva beata tra le morbide lenzuola. Si piegò su di lui e lo baciò con amore sulla fronte, cercò di non svegliarlo, ma non ci riuscì. I suoi occhi si aprirono pigramente e guardarono la donna che sedeva accanto a lui.
- Scusa se ti ho svegliato, volevo solo guardarti mentre dormivi. -
- Non vi preoccupate, tanto dovevo svegliarmi. -
- Lo so, perciò sono venuta io, volevo che avessi un risveglio dolce almeno questa mattina. - Si alzò e si sedette sul letto continuando a parlare con Ania. Le loro voci si facevano sempre più basse, come se si stessero nascondendo da qualcuno.
- So cosa stai per dire, il mio padrone non vuole che ti venga a trovare prima della caccia, ma io non posso farne a meno, ti prego sai cosa non devi fare? -
- Si lo so, mio padre cerca in tutti i modi di costringermi a uccidere, ma io non ci riesco. Come posso fare madre? -
- Non so Marcus, tu provaci piccolo mio. - Dopo quelle parole non ebbero più il coraggio di dirsi nulla, Marcus aveva solo sette anni, ma il suo modo di parlare lo faceva sembrare più grande, riusciva a sopportare tutte le ingiustizie che la madre subiva, rimaneva tanto tempo accanto a lei quando Ania piangeva ed era triste, ma non poteva fare di più, non poteva di certo contraddire il volere del padre. Ania uscì dalla stanza lasciando che il bambino riposasse ancora un po’ prima di uscire e andò nel grande salone dove sapeva che avrebbe incontrato nuovamente quell'uomo. Appena dentro lo vide seduto, a capo del tavolo, con un bicchiere in mano che cercava di mangiare qualcosa, Ania si avvicinò lentamente e non appena gli fu vicina cercò di parlare, ma le frasi uscivano spezzate e piene di angoscia. Lui la interruppe con la mano e parlò per primo, usando sempre un tono di voce dolce per nascondere la sua vera natura.
- Sono anni che sei qui e ancora non hai capito che non devi andare da lui prima della nostra solita partenza. - Si alzò di scatto dalla sedia, arrabbiato come sempre e si avvicinò velocemente a lei, la prese per le braccia e la scagliò contro il muro tenendola stretta a se. - Non mi sembra di averti vietato di vederlo, solamente non voglio e non devi stare con lui prima della caccia! So benissimo che non vuoi che lo faccia, ma questi non sono affari tuoi, pensa solo a crescerlo e a fargli ubbidire ai miei ordini! -
Ania abbassò lo sguardo, le veniva da piangere e non sapeva come rispondere, liberò le braccia dalla sua presa e lo abbracciò, solo a quel punto pianse.
- Io mi affido a voi e al vostro animo, perché questi è buono e io lo so, anche se non vuole farlo vedere agli altri. Vi prego William! - Lui le accarezzò i capelli che scivolavano tra le sue dita come seta bianca e si calmò all'istante, Ania alzò lo sguardo e lo fissò negli occhi attendendo una risposta che potesse almeno un po’ rassicurarla.
- Non mi chiami per nome da molto tempo, fai questo solo per lui perché non vuoi che cresca e somigli a me, ma… io non posso, non posso non agire così, devono pagare. - La lasciò e lei provò tenerezza nei suoi confronti leggendo negli occhi di lui tanto dolore, ma non riusciva a capirlo. Marcus era dietro di loro e seguì il padre accanto alla porta, ma prima che potessero uscire Ania volle dire ciò le premeva il cuore.
- E se non ce ne fosse più bisogno? -
- Forse per te, ma per me. Non è cambiato nulla! Soffriranno cento volte di più! - Uscirono insieme lasciando Ania tra le lacrime dentro la grande sala, le parole che aveva appena pronunciato colui che prima chiamava padrone e che ora aveva un nome come tanti, avevano lasciato un segno nei suoi pensieri e anche mentre camminava per il sentiero che portava al mare, ripensava a ciò che era successo e quella frase: era successo qualcosa che aveva fatto diventare il cuore di un uomo più duro della pietra e quel qualcosa lui non riusciva a dimenticarlo, ma anche lei ne era ferita.
 Si ritrovò sola sulla spiaggia, guardava il mare e le sue onde e continuava a pensare anche se non lo voleva, si sedette sulla calda sabbia e appoggiò la testa sulla ginocchia ricordando i giorni passati. Anche le nuvole le facevano compagnia, oscurando il sole, cercavano di aiutarla come potevano, dato che il sole per lei era cattivo, tanto quanto William.
Dietro di lei c’era qualcuno e lei lo sapeva, ma questa volta non era Daniel: Rich la stava guardando e avvertiva la sua nostalgia, si avvicinò lentamente e si sedette accanto alla donna. Inizialmente non si parlarono, perché nessuno dei due trovava parole adatte alla situazione, ma Ania era così malinconica, che l’unica cosa di cui aveva bisogno era una spalla su cui piangere e così fece, si piegò sul ragazzo e stringendo forte la sua camicia lasciò che ancora una volta le lacrime le scaldassero il pallido ma bel viso.
Rich la strinse tra le braccia cercando di consolarla, il suo cuore iniziò a battere forte per l’emozione, ma stava solo approfittando di un momento di smarrimento della ragazza e questo, a suo parere, non era un bel comportamento. Le lacrime bagnavano gli abiti del ragazzo, che non aveva il coraggio di chiedere il perché di quello sfogo, gli occhi erano rossi e stava cominciando anche a sentirsi mancare, non riuscendo comunque a smettere di piangere.
Quando riuscì a calmarsi erano passati più di venti minuti, lasciò gli abiti di Rich e si asciugò il viso con la mano, guardò il ragazzo, che fino a quel momento non le aveva chiesto nulla e si scusò provando a sorridere. L’imbarazzo di Rich si fece visibile, aveva paura a chiedere, credeva che raccontare l’accaduto potesse farla stare ancora più male e visto che Ania non aveva intenzione di raccontare, rimasero entrambi in silenzio. Daniel era corso a cercare la sua padrona non appena l’aveva vista andare via, era passato per il solito angolo di foresta, dove puntualmente trovava la ragazza, ma quella volta non era lì. La sua preoccupazione era alle stelle e mentre correva in tutte le direzioni con tutta la forza che aveva, sperando soltanto di riuscire a trovarla prima del ritorno del padrone. Prese il sentiero che portava al mare e continuò a correre, si ritrovò sulla spiaggia e a quel punto iniziò ad invocare il suo nome a gran voce sperando di trovarla almeno lì.
Dalla parte opposta alla sua, Ania e Rich sentirono il richiamo e lei si alzò di scatto cercando di individuare la figura dell’amico rispondendo. Daniel sentì subito la sua voce e le corse incontro trovandola sfortunatamente per lui in compagnia dell’ultima persona che aveva intenzione di vedere.
- Sono qui Daniel! Cos’è successo? -
- Mia signora vi ho cercata dappertutto, il padrone sta per tornare e se venisse a sapere che siete in compagnia di quest’uomo non so come potrebbe reagire. -
- Non devi preoccuparti per me, so cosa potrebbe fare e ci sono abituata. Non darti tanta pena. - Daniel non rispose, quella frase piena di se e non era da lei, forse voleva solo sembrare più forte di quanto non fosse, ma nel suo cuore lui sapeva che Ania aveva bisogno di qualcuno vicino, in ogni momento. Entrambi lasciarono Rich solo sulla spiaggia e si avviarono verso la scogliera sperando di tornare a casa prima del ritorno di William, durante il tragitto Daniel si rivolse solo una volta a lei, ma quelle parole così schiette la colpirono profondamente.
- Stavate piangendo abbracciata a lui vero? Credete che sia una cosa giusta innamorarvi di una persona di cui non sapete nulla? Conosco lo sguardo che rivolgete ad un amico e quello che avevate non era come quello che assumete quando siete con me. - Ania lo guardò, ma non rispose, in quel momento era così bello da far male. Forse era vero che in lei qualcosa era cambiato, ma non era amore o almeno lo sperava, per il bene di tutti e soprattutto per quello di suo figlio.
Anche Rich era solo con i suoi pensieri, camminava avanti e indietro cercando di capire qualcosa in tutta quella confusione di emozioni. Non riusciva a comprendere molte cose e nella sua mente c’erano tante domande.
“... Non capisco a cosa è abituata? Chi è questa persona che ha chiamato padrone? Perché tutti questi misteri e poi la storia assurda che ci ha raccontato quel ragazzo al villaggio? Comunque sia una cosa è ancora più strana, come può Ania procurarsi tutto quello di cui abbiamo bisogno se c’è tutta questa carestia in giro?...” 
Le domande erano tante e le risposte meno di nessuna, ma Rich ora provava qualcosa di diverso, un qualcosa che lo portava da lei in ogni circostanza, qualcosa che non si spiegava, ma che allo stesso tempo piaceva.


Se la storia vi è piaciuta almeno un pò, nonostante tutto, presto i prossimi capitoli.

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