Originale - Obscure - Il gioco maledetto Capitolo 15


15.
L’Abisso

Scesi le scale con lentezza, ogni parte di me pesava il doppio del normale e sapevo che tutto era dovuto alla colpa che mi portavo dentro.
« Ti sei divertita?» lo dissi non appena mi trovai davanti la prigione di Hel. Per un attimo l'oscurità dietro le sbarre sembrò vibrare. « Immagino che per te sia una grande fonte di soddisfazione.»
« Sbagli se credi che lo faccia per puro divertimento.» la voce che provenne dall'abisso era di un ragazzo, ormai non facevo fatica a distinguere le ombre del mio passato e lo riconobbi subito.
« Come mai questo aspetto? Perchè proprio William?» la chioma bionda e morbida del giovane britannico spuntò dal nero profondo, lo vidi seduto in lontananza, con le braccia abbandonate in avanti senza forza e la testa penzolante.
« Perchè io posso dirti esattamente cosa ha provato quella ragazza. Infondo è proprio questo che vuoi sapere ora.» Alzò lo sguardo verso di me, era vuoto, spento. Mi tremarono le gambe al ricordo di quello che ci aveva uniti nella mia passata vita. Appoggiandomi alle sbarre tentai di allungare la mano verso di lui, fu istintivo e lui reagì. Si trascinò a stento verso di me finché le nostre dita non si sfiorarono. « Io in realtà non sapevo nulla di te, non ho pensato ad altri se non a me stesso. Tornai a casa solo perché volevo dichiarare a mio padre che non avevo bisogno di lui, che potevo vivere come volevo, anche se per farlo mi ero abbassato a cose disdicevoli. Eppure sapevo di poter abbandonare tutto tranne te. » mi strinse la mano, era così debole e gracile che se avessi stretto la mia l'avrei rotta.
Mi guardò così dolcemente e così intensamente che riuscì a riportare indietro quei ricordi lontani, a far diventare me Julian. « Io sapevo che mi eri rimasto vicino solo perché era quello che dovevi fare, che mi assecondavi solo perché quello era il tuo ruolo, ma per me non era così e non era dovuto al fatto che credevo fossimo fratellastri, ora so che non è così, che non poteva essere possibile.»
Di quei giorni, che mi erano tornati alla mente sotto forma di un libro, ricordavo ogni singola parola. Quello era stato il primo tentativo di Hel di farmi riacquistare i ricordi, tanto che aveva scelto di farmi conoscere anche momenti che non avevo vissuto direttamente. Ora, con la mente forse più aperta che lucida, sapevo dare un senso a molte cose come quella. A quel tempo William era convinto che lui e Julian fossero fratellastri e non sopportava il modo in cui suo padre trattava Julian, ma non era vero. Tra loro non c'erano reali legami di sangue, perché Julian, ovvero io, non avrebbe mai potuto rinascere in una famiglia imparentata con la nostra prima vita, la stessa famiglia che secoli prima avevamo giurato di sterminare. Questo era un particolare che ora riuscivo a collegare con precisione. « Anche se il tuo aspetto è diverso, io non vedo che Julian.»
Mi lasciò senza fiato e un groppo in gola mi impedì di riprendere a respirare con regolarità. Fisicamente eravamo diversi, Aiden somigliava a tutti i nostri io passati e ne portava i segni, io ero solo un umano con una mente decisamente incasinata, ma qualcosa mi diceva che William vedeva molto più in profondità.
« Tu ti senti in colpa per quello che sai di aver fatto, per tutte le cose che hai nella testa. Io purtroppo non posso mettere ordine dentro di te, ma posso dirti una cosa importante. Non ti odio per ciò che mi hai fatto e non è la guardiana a parlare.» con guardiana capii subito che William si stesse riferendo ad Hel, ma io potevo davvero credere a quello che diceva?
« Quando si sceglie di amare una persona, quando quella persona diventa indispensabile come l'aria, si accetta ogni cosa. Tu in quei giorni hai accettato me e tutti i miei difetti, tutte le mie debolezze, mi hai aiutato sempre e so che lo facevi perché in qualche modo i sentimenti che io provavo per te erano ricambiati. Mi dispiace solo che la mia morte non ti abbia portato la felicità che speravi. Se potessi, se fosse utile per lenire le tue ferite, lo farei di nuovo.»
Non era giusto e io non dovevo lasciarmi abbindolare da quelle parole, ma in un certo senso mi facevano piacere e mi facevo schifo per questo. Mi allungai verso di lui, attraverso le sbarre e lo baciai, le sue labbra erano fredde e secche, ma fu irresistibile. Quel bacio fu la prova, ciò che avevo visto e ciò che sentivo erano reali.
« Quella ragazza ancora non può parlare con te. La sua anima non è pronta.» Hel mi distrasse e in un secondo la mano di William sparì dalla mia e mi sentii perso. « Tutti loro sono qui e vorrebbero dirti qualcosa, ma nessuno di loro ti rivolgerà mai parole di odio.»
« Ovvio, non lo permetteresti mai. Non faresti mai dire loro qualcosa che possa andare contro i tuoi interessi.»
« Qui sbagli. Io tengo ad ogni anima che ospito, sia quelle che vengono torturate che quelle che meritano un riposo degno. Quando loro mi chiedono qualcosa se è in mio potere cerco di accontentarle. William voleva parlare con te e io l'ho lasciato fare.»
« Quindi mi stai dicendo che con loro sei buona e misericordiosa mentre con me e con Aiden sei una stronza senza limiti.» Non rispose, forse l'avevo davvero fatta grossa rispondendole in quel modo, ma peggio non poteva andare, anche se forse far arrabbiare un'entità guardiana delle anime dei defunti non era proprio un'idea brillante.
Ad ogni modo ormai lo avevo detto e attesi, ma non accadde nulla. Hel smise di parlare e anche l'aria della prigione, che era sempre stata rarefatta e opprimente, si alleggerì.
Strinsi le sbarre della prigione con entrambe le mani e mi concentrai verso l'abisso, sembrava immobile e profondo, ma non riuscii ad avvertire la presenza di nessuno, così scrollai le spalle, come se non me ne importasse nulla e feci per andarmene, finché non sentii un rumore.
Non feci in tempo neanche a girare la testa, che qualcosa mi afferrò di colpo e mi trascinò nel buio.

Riaprii gli occhi che mi sembrarono passati anni. Le palpebre erano secche e scricchiolavano come vecchie assi di legno. Provai ad alzarmi e capire cosa fosse accaduto, ma tutto svanì quando vidi.
Davanti a me, come una bocca completamente spalancata, un'enorme e profonda caverna era la mia unica via. Rimasi immobile, anche se le mie gambe tremavano dalla paura e dalla smania di scappare, ma non mi mossi. L'aria che proveniva dall'interno era pesante e maleodorante.
Dove diavolo ero finito?
Tutto il resto era ghiacciato e freddo, oscuro e sinistro, finché un boato, simile ad un tuono, ma forse mille volte più potente, non annunciò una pioggia fitta e ghiacciata. Ogni goccia che mi colpiva era simile ad un pugnale, mi scavava nella carne e faceva così male che fui costretto ad avanzare.
Non appena superai l'entrata qualcosa mi sfiorò la spalla. Provai a concentrarmi ma non vidi che una piccola ombra informe muoversi qua e la. Mi spostai e l'ombra si mosse con me, così sospirai e mi diedi dell'idiota. Ero così spaventato e totalmente perso, da confondere la mia stessa ombra per qualcos'altro.
Avanzai di qualche passo provando a mettere a fuoco qualunque cosa avessi davanti, ma rimaneva un buco oscuro e senza fondo ed io mi stavo proprio addentrando in quella cosa. Mi mossi poggiando la mano contro la parete, era umida e scivolosa, ma cercai di rimanerne il più attaccato possibile. Non avevo la minima idea di dove stessi andando, ma ero sicuro di dover proseguire.
Qualcosa catturò la mia attenzione. Non c'erano suoni o rumori oltre i miei passi strascicati, finché non percepii qualcosa camminare dietro di me. Allungai il passo e i rumori si fecero ancora più veloci, qualsiasi cosa fosse mi stava rincorrendo e io dovevo assolutamente correre più di lui. Lo sentii alitarmi sul collo, fu come essere investiti da un vento bollente e soprattutto nauseante, non era umano, ma qualsiasi cosa fosse non mi sarei fatto prendere.
Corsi con tutto il fiato che avevo nei polmoni, ignorando i polpacci pulsanti e le anche doloranti, corsi così forte finché non scorsi una piccola luce infondo a quel tunnel infinito e mi fiondai fuori come un proiettile. Ricaddi sulle ginocchia e mi bagnai i vestiti. Ero proprio a ridosso di un fiume verdastro e tornò il silenzio. Mi voltai di scatto convinto che quella cosa mi sarebbe saltata addosso da un momento all'altro, ma quando mi concentrai sull'uscita della caverna l'unica cosa che vidi fu un fumo grigio alzarsi verso l'alto e due occhi rossi che lentamente si nascondevano nell'oscurità.
Tirai un sospiro di sollievo e immersi le mani nell'acqua con l'intento di lavarmi via, almeno dal viso, il sudore della corsa, ma le ritrassi subito scoprendole ferite e grondanti di sangue.
Me le appoggiai sulla maglia provando a fermare l'emorragia, bruciavano come se le avessi immerse nel fuoco vivo anziché in acqua, poi me ne accorsi. Quello non era un fiume normale, sul fondo vidi brillare così tante lame da non riuscire a contarle, ognuna delle quali era intrisa di sangue e ruggine. Mi alzai a fatica e provai a guardarmi intorno, non c'era differenza con l'ambiente prima della grotta, se non fosse stato per un enorme e brillante ponte dorato che si stagliava a pochi metri da me.
Strinsi le mani ferite nella maglietta che si inzuppò di sangue e proseguii. Dovunque fosse finito, ero certo di dover andare avanti. Hel mi aveva portato li per un motivo ben preciso e, in qualche modo, dovevo coglierne il senso.
Avanzai a passo lento, il sangue fuoriusciva copioso dalle ferite alle mani e non sembrava voler smettere molto presto, così quando i miei piedi poggiarono finalmente sull'oro del ponte, ricaddi in avanti privo di forze.
Offuscata dalla fatica, la vista iniziò a farmi brutti scherzi e quando qualcosa si stagliò davanti a me, non riuscii in nessun modo a metterla a fuoco.
Tutto ciò che riuscii a distinguere fu una titanica figura scura, il resto rimase avvolto nella nebbia più fitta.
« Dove sono?» Chiesi, ma senza troppe aspettative, infondo davanti a me poteva esserci si una persona, ma per quanto ne sapevo avrei potuto benissimo essermi rivolto ad una colonna. Solo quando un debole rumore di vestiti pesanti, uno strusciare inconfondibile, mi arrivò alle orecchie, fui sicuro che non fosse un pilastro. « Riesci a capirmi? Ho bisogno di aiuto.»
Non mi rispose, ma mi toccò. Quello che mi sembrò un indice di una mano esageratamente grande, si posò sulla mia fronte e mi spinse indietro. Non fu brusco, ma neanche gentile e mi sentii una specie di giocattolo strano a cui un bambino si avvicina con circospezione. Poi quella mano si fece più audace, mi prese per una spalla e stringendo mi rimise in piedi. Mi ressi a malapena in equilibrio e provai a chiedere di nuovo. Questa volta mi stupì.
« Verso il basso e verso Nord.»
« Non credo di farcela.» che quella fosse un indicazione pronunciata da una voce prettamente femminile sebbene rauca, era chiaro, ma dove stavo andando?
Avanzai a stento, le gambe iniziarono a non reggere più il mio peso e dovetti appoggiarmi ad una gelida balaustra, spuntata da non so dove. Infine, come era prevedibile, inciampai, ma non caddi a terra, bensì atterrai su qualcosa di caldo, ispido e terribilmente puzzolente.
Tastai quel pelo duro come le setole di una vecchia e usurata scopa cercando di capire che tipo di animale fosse, ma non ci riuscii. Non emetteva alcun suono, nessun tipo di verso per poterlo identificare e lasciai perdere. Probabilmente era lo stesso strano animale che mi aveva quasi aggredito dentro la grotta, magari mi avrebbe portato nella sua tana e pian piano mi avrebbe sbranato, gran bel finale per una persona inutile come me.
Percepii i muscoli dell'animale che si contraevano ad ogni passo, erano forti e vigorosi, come se neanche sentisse su di se il mio peso. Percorremmo una piccola pendenza, lo capii solo perché mi sentii trascinato in avanti e fui costretto a stringere quel pelo duro, la cosa o infastidì e sbuffò.
« Sarò un cena misera, non penso di avere molta carne sulle ossa.»
Le lacrime mi riempirono gli occhi e fui costretto ad aprirli per lasciarle fluire o avrebbero continuano a pizzicarmi. Infondo eravamo solo io e una strana creatura dall'odore nauseante, chi poteva giudicarmi?
« Un vivo che piange nel mondo dei morti, che ipocrisia.» Mossi leggermente la testa, lo avevo immaginato? Chi mi aveva parlato? « Ganglöt
« Gan...»
« Sono Ganglöt, una delle serve della Padrona. Mi ha mandata a prenderti, visto che tardavi tanto.»
« Mi stai portando da Hel? Vuole vedermi?»
« Sembrava molto in collera quando ti ha portato qui e il tuo tardare non ha migliorato il suo umore. La Padrona non ama essere offesa.»
« Le ho solo dato della stronza, non può offendersi per così poco.» Evidentemente, insieme al sangue anche il buon senso di stare zitto se ne era andato, ma infondo mi importava davvero? Perché, che lo ammettessi o meno, mi piaceva giocare in quel modo, mi elettrizzava, anche se stavo per morire dissanguato.
La bestia sobbalzò, stava ridendo e nel farlo emise un fischio rauco e fastidioso, poi iniziò a recitare quella che all'inizio mi sembrò una stupida filastrocca.

Sciatta è il nome,
la fame scuote il mio addome.
Nel buio mi acquatto
e quell'odore putrefatto,
è la paura che assale
colui che voglio divorare.”

La ripeté così tante volte che non riuscii a trattenermi.
« Non fa rima.»
« Ma accade comunque.»

Non riuscii a capire bene per quanto tempo mi trasportò in giro, non era poi neanche così importante ma, dopo quelle che mi sembrarono ore, si scrollò di dosso quello che doveva essere per quella creatura un peso morto, ovvero io, e mi buttò a terra in malo modo.
A fatica provai a girarmi sulla schiena e ad aprire gli occhi. Ero così stanco, così distrutto, che mi era difficile persino respirare, ma infondo era un bene perché l’odore di quel posto era nauseante e pregno di morte.
Mi girai di nuovo, cercando di respirare meglio. Sebbene mi aspettassi di essere stato portato in una tana inzuppata di sangue e cadaveri, mi ritrovai in una stanza di ghiaccio, vuota e fredda. Davanti a me solo un trono solitario e privo di orpelli circondato da una nebbia fitta e grigia.
« Alzati.» Ci provai, sebbene non fosse un ordine ne tanto meno una minaccia e nonostante sentissi ogni osso del mio corpo sul punto di sbriciolarsi, lo feci. « Riesci a capire dove ti trovi in questo momento?»
Feci solo un gesto affermativo con la testa, non potevo non riconoscere la voce di Hel, ma infondo ne avevo avuto il sentore dal primo istante. Ero nel suo mondo. In qualche modo quella divinità egoista e sadica, mi aveva portato da lei. Non era più soltanto nella mia mente, era esattamente davanti a me, ma ero terrorizzato al solo pensiero di guardarla davvero.
« E dimmi, sai perché sei qui ora?»
Si e no. L’avevo offesa, quindi probabilmente voleva vendicarsi del torto subito, ma ero conciato così male che dubitai potesse trarre piacere dal torturare qualcuno che stava già morendo.
Qualcosa mi sfiorò appena, provai a mettere a fuoco, ma intravidi solo del fumo che si addensava intorno a me.
« Concentrati e pensa bene a dove ti trovi ora. »
Obbedii di nuovo. La nebbia era fitta, Hel era davanti a me, che la guardassi o meno non aveva importanza, dovevo solo fare ciò che mi chiedeva e forse sarebbe tutto finito il più in fretta possibile, in un modo o nell’altro.
La nebbiolina non aveva odore o consistenza, era solo fumo e non sapevo dove guardare con esattezza. Eppure, mi sfiorò di nuovo, come se fosse qualcosa di reale, qualcosa che potevo toccare.
Così provai. Allungai la mano e sfiorai quella nebbia, il fumo si addensò nel mio palmo e percepii qualcosa. Sentii il cuore martellarmi nel petto, il sangue iniziare a pompare così velocemente da volermi far esplodere le vene. La sensazione che provai fu devastante, stavo accarezzando qualcosa che, sebbene non riuscissi a mettere a fuoco, inconsciamente conoscevo e, quel qualcosa, si stava plasmando nel mio palmo. Era piccolo e delicato, se avessi spostato il braccio con troppa forza, si sarebbe dissolto. Così caddi in ginocchio e da quella posizione sapevo perfettamente di essere alla sua stessa altezza e allora piansi. Le lacrime mi riempirono gli occhi e il cuore, perché ciò che prima era nebbia sfocata ora per me aveva un viso delicato e magro, aveva occhi che mi guardavano e un’espressione di gioia.
Come poteva essere così visto dove mi trovavo? Come poteva sorridermi se per colpa mia era li?
Deglutii, mandando giù un groppo alla gola grande come un mattone, mi cadde nello stomaco mozzandomi il respiro, ma non era importante.
« Bambina mia. »
Lei mi rispose sorridendo, mi parlò in russo, ma lo capivo perfettamente e risposi anche senza problemi. Non potevo non accettare quei sentimenti, sapevo essere reali, sapevo di stare accanto alla piccola vita che anni prima avevo creato, era parte di me e io di lei. Ero colpevole di averla creata, di averla amata e di averla sacrificata. Il mio peccato era così grande che non meritavo quel sorriso, non meritavo neanche di respirare, ma lei invece mi amava. Ero egoista e lo sarei sempre stato, perché se anche quel sorriso fosse stato forzato da un ordine di Hel, io volevo perdermi in quel sentimento più di ogni altra cosa.
Solo allora mi resi conto che quello che avevo identificato come fumo era ben altro, erano le anime che lei custodiva e in mezzo a quel mare di spiriti ritrovai ogni viso appartenente al mio passato. Si strinsero intorno a me, mi accarezzarono e mi baciarono. Nessuno di loro mi odiava.
« Dovreste farlo, dovreste odiarmi da profondo del cuore, dovreste uccidermi qui e subito. »
« Non possono farlo, non perché io lo nego loro, ma perché loro per primi non vi riescono. » Il mio passato era fatto di molte vite stroncate, alcune forse avevano assunto un ruolo più importante, più profondo, ma di ognuno ricordavo ogni minimo dettaglio e ogni momento vissuto insieme. Mi resi conto che William, Kyra, Madalena, non erano che una piccolissima parte dei secoli passati, c’era così tanto altro, che riviverlo tutto insieme mi cambiò del tutto. Tornai ad essere ciò che ero, eppure mancava ancora qualcosa, mancava Aiden. « Loro sanno ogni cosa, non mento e non nascondo loro nulla. Giunti da me hanno avuto tutti la possibilità di sapere la verità e in qualche modo tutti l’hanno accettata. Sanno chi sei, chi sei stato e chi sarai. Sei qui ora solo perché non avete più molto tempo. Ciò che doveva essere fatto secoli fa, va fatto ora. Non avrete più altre possibilità, non posso concedervi altro tempo. »
« Che vuoi dire? »
« L’uomo nero ora potrà dirti tutto. Negli anni in cui siete stati divisi lui si è dedicato a concludere il nostro patto, ma senza la sua parte reale, senza il suo cuore non può portarlo a compimento. Non può toccare il suo passato. Ormai dovresti ricordare tutto anche tu. »
« Per questo mi hai trascinato qui? Per far si che i miei ricordi tornassero tutti in una volta? »
« Le sofferenze che hai provato erano necessarie. Vero, mi nutro del tuo dolore e così sarà per sempre, hai accettato un patto con me e devi portarne il peso. Vero è anche che dal primo momento hai avuto a disposizione ogni mezzo per portare a termine il tuo compito e non lo hai fatto. Dimmi, chi tra noi due è in torto? »
« Credi che sia così stolto da dare la colpa a te per ciò che ho fatto. Tutto ciò che dovevo fare era impedire che il rituale venisse portato a termine, ma al contrario, quella notte, sono stato io con i miei desideri e la mia pazzia a finire ciò che quella strega aveva iniziato. Il demone che ora è la mia colpa, che da secoli vaga per questo mondo con il corpo di Amina è venuto alla luce per colpa mia. L’empusa è una mia colpa come tutto il resto. »
Quando Hel si alzò dal suo trono, ogni anima intorno a lei sparì. Rimasi immobile ad osservare la vera forma di colei che mi aveva realmente generato, di colei che era la madre del mostro che ora era sia Aiden che Cristiano. Era enorme e deforme, ma allo stesso tempo affascinante a tal punto da non riuscire a staccarle gli occhi di dosso. Allungò verso di me una mano ossuta e scarnificata e mi prese la testa. Mi sentii svuotato di ogni cosa, leggero come una piuma e pesante come una montagna.
Chiusi gli occhi e quando li riaprii mi ritrovai davanti le sbarre della prigione nascosta, al suo interno non vi era più nulla. Hel era tornata definitivamente dentro di me.
Risalii le scale lentamente, tanto che mi sembrarono infinite. Quando spuntai nel salone ogni cosa era in disordine, le vetrate in frantumi e il rosso del sangue era sparso ovunque.
Dov’era Aiden?



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Nonostante scrivo come una matta tutto quello che mi passa per la mente, descrivere me è sempre difficile. Sogno ad occhi aperti di questo sono colpevole e il mio carattere è abbastanza strano da far dire a chi mi conosce da anni che ancora non lo ha capito, bhe figurarsi io! Quindi sono alla scoperta giornaliera di quello che posso fare o meno! Sono un otaku convinta e yaoista ai massimi livelli ed ho trascinato nel tunnel dei manga e anime molte persone. Chi mi conosce sa che sono un "pò" fuori di testa!!!! ^_^

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